Capitolo III

 

  Lontano

 

da Westbury

 

 

 

 

 

3. Inatteso faccia a faccia.

 

 

 

   «Lady Snow?» domandò Adam, una volta seduti in carrozza. Carol aveva  infilato il braccio sotto quello del marito e aveva appoggiato il capo sulla sua spalla.  «E’ così che hai deciso di chiamare la puledra?» Lei annuì. «Credo che si chiamasse Aspasia, ma Lady Snow è decisamente meglio. Ti informo, però, che non si trova a Westbury Manor, è qui in città, insieme a Stargrey.»

 

  «Che bello!» esclamò entusiasta.

 

  «Domattina potremmo fare un giro per Hyde Park» propose Adam.

 

  «Oh sì, e grazie per aver avermelo chiesto.»

 

  «Perché dici così?»

 

  «Perché tu non chiedi, tu ordini» fece sarcastica.

 

  Adam rise. «E’ vero» ammise. «Così Westbury è la tua casa?»

 

  «La mia casa, il mio cavallo, mio marito, la mia vita» confermò, stringendosi di più a lui.

 

  «Sei decisa?»

 

  «Mi sembra di avertelo già assicurato.»

 

  «Che voleva dirti, Foster?» Adam si era irrigidito. – Devo imparare a domare la mia gelosia – si disse. Moriva dalla voglia di sapere che cosa si erano detti, nell’atrio.

 

  «Voleva scusarsi per avermi messo in difficoltà con te, ieri sera. Voleva sapere se va tutto bene, tra noi.»

 

  «Inopportuno e sfacciato. E… va tutto bene?»

 

  «Per te? Va tutto bene?» Adam in risposta le sollevò il mento con una nocca e le sfiorò le labbra con un bacio. «Ieri sera non stava andando per niente bene: avevo appena ascoltato una conversazione con quella che credevo fosse la tua amante… no, non stava andando affatto bene!» Carol sospirò e proseguì: «Mi ha confidato di aver chiesto la mano di Fanny Clark al Marchese e loro hanno accettato.»

 

  «Però!» commentò Adam.

 

  Carol omise la velata dichiarazione che Jordan aveva nascosto nelle sue parole e continuò: «Non era lì per te.»

 

  «Forse» concesse, scettico. 

 

  «Non pensa più che tu sia un assassino.»

 

  «Ma io sono un assassino.»

 

  «Non è così. Convincitene. Sa che l’hai fatto per Clark e la sua famiglia.»

 

  «Perbacco! Ma quante cose vi siete detti in mezzo minuto?» Decisamente doveva fare qualcosa per la sua gelosia, stava diventando un problema. Si stava di nuovo irritando. Carol era riuscita a calmarlo, rasserenando il clima pesante che aleggiava nel salotto, poco prima. Era riuscita a rendere persino piacevole quella visita, il cui solo pensiero era stato un tormento per due lunghi anni. Sua moglie riusciva ad entrare in sintonia con le persone più disparate, tirando fuori il meglio da chi le stava di fronte, nobile con i nobili, semplice con i più semplici, sfoderando il suo sorriso come un’arma invincibile.   Solo da me riesce a tirar fuori il peggio, la bestia che ho dentro. E’ la gelosia, nient’altro che la gelosia.  Le aveva promesso di lasciarla libera di essere se stessa, anche la libertà di confrontarsi con Foster, se era questo che lei voleva, e lui doveva fidarsi. –  Sì, fidarsi: sembra facile. Io non ho mai dovuto affrontare questi sentimenti e non so governarli. Ho sempre pensato di non essere geloso: per forza, non ho mai amato nessuno prima di lei!  Si agitò sul sedile della carrozza. – Ho amato mia madre e anche di lei ero molto geloso. –  In quell’istante ebbe una consapevolezza: – Lei è l’amore della mia vita! Dall’istante in cui l’ho vista sono impazzito. Pazzo di lei! Farei qualunque cosa, qualunque.  Aveva fatto carte false per sposarla. Sì, doveva ammetterlo, aveva usato l’inganno per averla. Aveva forzato la­ mano al padre di lei, il Duca di Norwich, convincendolo che non c’era altra via per salvare il buon nome della figlia se non un matrimonio tempestivo, anche se la reputazione cristallina di Carolyn non era mai stata in pericolo prima di incontrare lui.  Le aveva fatto quella stupida promessa solo perché le aveva letto negli occhi  che lei non avrebbe accettato, piuttosto sarebbe fuggita… e lui le sarebbe corso dietro. Si sarebbe dato malato, avrebbe inventato chissà quale fandonia, avrebbe anche disertato per lei, e l’avrebbe seguita in capo al mondo. Tuttavia non aveva fatto niente per dimostrarle il suo amore, nessun gesto, nessuno slancio, niente. Si era limitato a giocare con lei, a prenderla in giro e si era ben guardato dal dirle qualcosa per paura di manifestarle i suoi sentimenti. Tutti quelli che lo conoscevano si erano resi conto che lui si era innamorato. In pochi giorni, anzi al primo sguardo, si era istupidito. Era così evidente che se ne erano accorti tutti: sua sorella e suo cognato, Norris, il suo fedele maggiordomo, la famiglia di lei, compresa la sorellina di tredici anni. Tutti, tranne lei. Per forza, non si erano mai visti prima, altrimenti se ne sarebbe resa conto anche Carol.

 

  La promessa era stata un’illuminazione e Simon, il suo amico Simon, si era infuriato con lui. Avevano litigato. Simon voleva proteggere la sua amatissima sorella da lui: “Vuoi davvero sapere perché non te l’ho mai presentata?” gli aveva detto furioso. “Perché lo sapevo, sapevo che tu non saresti riuscito a resisterle e te la saresti presa, ma lei è…

 

 Non ti fidi di me? Pensi che potrei farle del male? Pensi che potrei tradirla, abbandonarla, umiliarla o chissà cos’altro?” aveva chiesto disperato.

 

 No. Non è questo. E’ che voi due, insieme, siete una polveriera pronta ad esplodere!” gli aveva abbaiato dietro. “Sei il mio migliore amico, ma falle del male, mettila nei guai e sarò il tuo peggior incubo.” 

 

  Scontrarsi con Simon non sarebbe stato piacevole, affrontarlo si sarebbe rivelata una vera sfida, perché Simon era abilissimo con le armi, micidiale con quelle da lancio, imbattibile con la spada ed il miglior cecchino del 69°. Erano stati addestrati allo stesso modo, stesse sfide, stessi scontri, anche con David Baxton, loro compagno fin dal primo anno in Accademia. In India, lui e Simon avevano ritrovato il loro vecchio amico che credevano morto ed era stato proprio David a far conoscere loro Xuong, un maestro cinese di formidabili tecniche di combattimento corpo a corpo e aveva insegnato a tutti e tre quell’arte singolare. 

 

  «Allora?» domandò irritato a Carolyn che non aveva risposto alla sua domanda retorica.

 

  «Allora, che cosa?»

 

  «Che cosa vi siete detti?»

 

  «Esattamente ciò che ti ho riferito.» 

 

 Uffa! E’ davvero geloso. Che cosa pensa possiamo esserci detti in pochi secondi, in casa del Marchese, sotto l’occhio vigile di Fanny Clark? – pensò Carolyn e domandò: «Dove stiamo andando?»

 

  «Ti riporto a casa. Devo fare qualche altra visita.»

 

  «Non preferisci che ti accompagni?»

 

  «Se vuoi… però non sarà molto piacevole.»

 

  «Saranno più difficili di questa?»

 

  «No» ammise, scuotendo il capo. «Ma non andremo in quartieri eleganti.»

 

  «Sei riuscito a spaventarmi» ridacchiò. «Pensi che sarebbe stato più adatto qualcuno dei miei vecchi abiti?»

 

  «No. Sei perfetta» e diede ordine al cocchiere di cambiare direzione.

 

 

 

  Venti minuti più tardi bussavano alla porta di un appartamento situato in una via trafficata e piena di negozi, non lontano dai mercati di Covent Garden. Venne ad aprire una donna che aveva passato da un po’ la trentina, ordinata e piacevole.

 

  «Mrs. Hopkins?» domandò Adam sulla soglia.

 

  «Sì?»

 

  «Sono il tenente-colonnello Blackbourn…»

 

  «Oh, Signore, scusate! Dovevo immaginare che foste voi. Accomodatevi.»

 

  «Vostro marito, come sta?» chiese entrando.

 

  La signora scosse il capo: «Fisicamente, meglio, specialmente da quando è tornato a casa, per il resto…» Si asciugò una lacrima nel fazzoletto, sistemò una ciocca nella cuffietta e precedette i due visitatori nel minuscolo ingresso. «Non si alza dal divano, riesco a malapena a farlo vestire e a fargli mangiare qualcosa, ma…» scosse di nuovo la testa, «non ne vuole sapere. E’ senza speranze. Ho paura a lasciarlo solo: faccio la sarta, come nostra figlia, e prima o poi dovrò tornare al lavoro» singhiozzò. «Spero che almeno voi riusciate a farlo ragionare, solo voi…» balbettò. Si riprese un poco. «Aspettate un momento, lo avviso che siete qui, con vostra moglie.»

 

 

 

  Carol pensò che l’aver vissuto per due anni a Westbury nell’immobilismo più assoluto fosse stato compensato adeguatamente dagli avvenimenti degli ultimi giorni: di tutte le cose straordinarie che potevano capitare, trovarsi davanti l’individuo che l’aveva quasi uccisa, due settimane prima, era sicuramente la più sorprendente.

 

  “Quasi uccisa” era forse eccessivo, ma l’uomo che, coricato sul divano, la stava guardando come avesse appena visto un fantasma, era lo stesso individuo che, in un attimo di follia, l’aveva quasi strozzata.

 

  Evidentemente anche lui l’aveva riconosciuta. Carol non si era veramente spaventata, perché aveva capito che l’aggressore non voleva farle del male di proposito, non si stava rendendo conto di ciò che stava facendo: gli erano state amputate entrambe le gambe e, disperato, avrebbe solo voluto lasciarsi morire per consunzione. Eh sì, era proprio lo stesso soldato che al St. Thomas le aveva stretto il braccio intorno al collo, mentre lei lo stava aiutando a mangiare. Imboccare i feriti era una delle piccole incombenze di cui si era incaricata a Portsmouth. In ogni caso era dovuto intervenire il dottor Foster, con due infermieri, per liberarla dalla stretta che la stava soffocando. Carolyn non aveva detto niente ad Adam per paura che il marito le impedisse di tornare all’ospedale a dare una mano… senza poter più rivedere Foster… 

 

  «Hopkins, Mrs. Hopkins,» fece Adam, rivolto ai padroni di casa, «permettete che vi presenti mia moglie.»

 

  «Milady.» La signora Hopkins rispose immediatamente a quella cortesia con una riverenza. Il marito fece solo un cenno del capo.

 

  «Come state, Jacob?» stava domandando Adam. «Carolyn, il sergente-maggiore Hopkins ha fatto di me il soldato che sono. Se non ci fosse stato lui ad insegnarmi tutto, probabilmente avrei lasciato le mie spoglie sotto qualche metro di terra tanti anni fa o sarei finito a giudizio per codardia» spiegò Adam.

 

  «Non dite così, signore. Ci siamo passati tutti, chi prima chi dopo. Tutti abbiamo affrontato la paura.»

 

  «Voi mi avete insegnato a domarla» disse, riconoscente. «E’ stato davvero tanto tempo fa. Appena uscito dalla scuola con il mio brevetto di alfiere, acquistato per me da mio padre come un ambito regalo, ci siamo ritrovati a sedare una rivolta di berberi a Gibilterra. Credevo di essere invincibile, invece ero solo un ragazzetto sciocco e borioso che pensava di sapere tutto e di potere tutto solo per diritto di nascita e qualche nozione da Accademia» spiegò a Carolyn. «Ricordate?» L’altro annuì ed un lieve sorriso gli addolcì l’espressione. La moglie, seduta accanto a lui su una sedia, lo guardava con gli occhi umidi.

 

  «Erano un pugno di disperati male armati, ma urlavano come ossessi.» Adam ora rideva. «Adesso rido, però allora ero terrorizzato. Mi bloccai, sbiancai - credo- e feci dietrofront.» Adam stava ridendo sempre più forte, contagiando il suo uditorio. «Ero sul punto di fuggire, me lo ricordo bene. Voi mi afferraste per le spalle, mi faceste voltare verso il nemico e mi diceste una cosa che non ho mai scordato e mi sono ripetuto ad ogni scontro. “Loro hanno più paura di voi”, diceste. Sparammo qualche colpo e finì subito.»

 

  «Anche il vostro amico era bianco dalla paura» ricordò l’uomo.

 

  «Sta parlando di Simon» chiarì Adam alla moglie.

 

  «Sì, Milady. Il maggiore Butley è vostro fratello, vero? Siamo stati insieme fino al ritorno dall’India, poi lui, in Spagna, è stato assegnato agli approvvigionamenti,  con Lord Kennedy.»

 

  «A far la bella vita» scherzò Adam.

 

  «Si fa per dire… I contingenti di rifornimento subivano i continui attacchi dei cacciatori francesi, come facevamo noi con loro.»

 

  «Cacciatori?»

 

  «Sì, Contessa, “cacciatori”, “ricognitori”, “esploratori”, usate il nome che preferite. Siamo… eravamo» si corresse, «un corpo scelto di fanteria leggera addestrato a fare ricognizioni nei territori occupati dal nemico, attaccare gli approvvigionamenti e lanciare per primi gli assalti negli assedi.»

 

  Carol impallidì. «Anche Tristan?» balbettò, rivolta al marito, che annuì serio.

 

  «Il ragazzo?» domandò Hopkins. «Vostro fratello, Milady, ha fatto presto a diventare un uomo, come vostro marito e l’altro vostro fratello prima di lui.» Due anni prima anche Tristan, il fratello più giovane, di soli diciott’anni, era partito per la Penisola Iberica per unirsi alle truppe di Wellington e combattere Napoleone agli ordini diretti di Adam, mentre Harry, il secondogenito del Duca di Norwich, aveva preferito restare in Inghilterra e contribuire alla causa lavorando per il ministero della guerra, diretto dal padre.

 

  «Non lo sapevo, non sapevo che cosa faceste» sussurrò.

 

  «Perdonate, è vero, non sono cose che si raccontano nei salotti alla presenza delle signore.» L’uomo si era nuovamente rabbuiato.

 

  «Siamo le vostre mogli, non certo dame da intrattenere» fece Carol, lanciando un’occhiata d’intesa alla signora Hopkins. «Credo sia un nostro diritto sapere ciò che fate per noi.»

 

  «L’avete visto con i vostri stessi occhi, il risultato di quello che facciamo» disse, allusivo. Carol aveva capito che si stava riferendo allo spettacolo terrificante dei soldati feriti, all’ospedale di Portsmouth, dandole la conferma di averla riconosciuta. «Però, forse non sapete che grande capitano sia vostro marito» proseguì, cambiando discorso.

 

  «Questo lo avevo intuito» rispose Carol e sfiorò le dita di Adam.

 

  «Vogliate perdonare la mia grande scortesia!» fece la signora, allarmata. «Posso offrirvi un thè o gradite qualcos’altro?» fece, premurosa.

 

  «Grazie, Mrs. Hopkins, siete molto cortese, ma no, di nuovo grazie» declinò Carol e Adam stava scuotendo il capo.

 

  «Il ragazzo è venuto a trovarmi due giorni fa e mi ha portato quelle» Jacob Hopkins indicò col mento due protesi di legno, appoggiate alla parete. «Sospetto che ci siate voi, dietro…»

 

  «Dovete rimettervi in piedi, per quello che ho in mente» rispose Adam.

 

  «Il giovanotto che è venuto a trovarti è il fratello della Contessa?» domandò Mrs. Hopkins, che aveva visto il marito irrigidirsi sul divano.

 

  «Sì. Era il tenente Tristan Butley» spiegò Adam.

 

  «Ho tre fratelli maschi e una sorellina, siamo una famiglia abbastanza numerosa» spiegò Carol, felice di parlare dei suoi fratelli a cui era particolarmente legata.

 

  «Anche noi abbiamo tre maschietti e una figlia grande, ha già sedici anni e lavora in un atelier molto elegante» fece la signora orgogliosa.

 

  «E i vostri figli?»

 

  «Sono in parrocchia, a scuola.»

 

  «E cosa avreste in mente…» abbaiò Hopkins, che non si era lasciato distrarre dalle chiacchere elusive della moglie.

 

  «Vorrei assumervi…»

 

  «Assumermi?» lo interruppe brusco. «E per far cosa, Signore? Sono proprio curioso!» Hopkins si era sollevato, appoggiandosi sulle braccia e aveva scontrato il tavolino da caffè su cui era appoggiato il vassoio con le tazze della colazione, facendolo traballare. La moglie, per evitare di far cadere il vassoio, l’aveva sollevato.

 

  «Vorrei che faceste da cocchiere e guardia del corpo a mia moglie» spiegò Adam.

 

  «Non sono la persona più adatta» rispose brusco, sempre sorreggendosi con le braccia. «Anche se per miracolo mi rispuntassero le gambe stanotte, non sarebbe al sicuro con me, come potete pensare che dopo quanto accaduto a…» Hopkins si fermò: aveva visto Carolyn che, tiratasi indietro contro lo schienale della sedia per non farsi notare dal marito seduto accanto a lei, stava scuotendo il capo con decisione.

 

  La signora Hopkins, che aveva notato il gesticolare di Carolyn, sgranò gli occhi e sussurrò: «Oh no, l’“angelo di Portsmouth”!» e lasciò cadere il vassoio che aveva in mano.

 

  Evidentemente il marito le aveva raccontato di quel momento di furia, pensò Carolyn, e, nonostante l’educazione impartitale da sua madre, nonostante anni di noiosissime lezioni in quell’assurdo collegio per diventare una perfetta lady in grado di dominarsi e domare qualsiasi situazione, la giovane non riuscì a frenarsi e scoppiò in una fragorosa risata.

 

  Hopkins si lasciò ricadere sul divano e seguì Carolyn, cominciando a ridere a crepapelle. Adam, invece, guardava la scena sbigottito e si affrettò a chinarsi per aiutare la padrona di casa a raccogliere i cocci.

 

  «Lasciate, Milord, vi prego» lo esortò la signora, ma anche a lei, calata la tensione, stavano ridendo gli occhi.

 

  Adam si risedette, attese che i due si fossero calmati, poi, preso da un dubbio, domandò: «Hopkins, anche voi eravate ricoverato al St. Thomas?» Quello annuì e tornò serio. «Non lo sapevo. Anch’io. Allora forse, avrete incontrato mia moglie all’ospedale» chiese incuriosito.

 

  «Mr. Hopkins non lo ricorderà» intervenne prontamente Carolyn, per spiegare lei per prima, «perché era ancora sotto l’effetto del laudano, ma sì, ci siamo incontrati.»

 

  «Sì, credo proprio di ricordare. Ho smesso di prendere quella robaccia appena ho potuto» disse e rivolse ad Adam uno sguardo d’intesa. «Io preferisco il dolore a quel veleno. Non sapevo foste sua moglie» continuò poi, rivolto a Carolyn. «Comunque, Signore, non sono in grado di svolgere il compito che volete affidarmi.»

 

  «Non avremo bisogno di voi che tra qualche mese» spiegò Adam. «Avrete tutto il tempo per riprendervi. Avete ancora le ginocchia: imparerete a camminare con quegli affari.» Indicò le protesi. «Torno in Francia, Wellington mi rivuole laggiù, ma questa volta porto mia moglie con me. La guerra è finita, non c’è pericolo. Staremo via qualche tempo e al nostro ritorno prenderete servizio. Sono più sicuro ad affidarla a voi, anche senza gambe, che a chiunque altro, pure se fosse in grado di corre il miglio in un minuto.»

 

  «Diteglielo voi, Contessa. Convincetelo che non posso proprio…»

 

  «Mr. Hopkins, se mio marito dice che voi siete l’uomo giusto, significa che è così» concluse Carolyn con un sorriso. «Ho imparato a fidarmi del suo giudizio.» Carolyn si era alzata, imitando il marito: stavano prendendo congedo.

 

   Prima di uscire Adam tirò fuori dalla tasca una saccoccia portamonete e la lasciò cadere sul tavolino da caffè. «Questa è la paga di un anno, siete assunto da ora» disse perentorio. «E’ un ordine, Hopkins.»

 

  «Signore… io…»

 

  «Sergente, ho anche imparato che gli ordini del colonnello Blackbourn non si discutono» concluse Carolyn sulla porta, regalandogli uno dei suoi sorrisi.

 

  «Mi sono chiesto tante volte come fosse la donna che ha rubato il cuore del Capitano, ora mi spiego molte cose.»

 

  «State bene, Jacob» salutò Adam e fece uno strano gesto, notò Carol, battendosi il petto due volte con il pugno destro chiuso, di costa, all’altezza del cuore. 

 

  «Fate buon viaggio Milady, Capitano» rispose il sergente, ripetendo lo stesso gesto.

 

 

 

  «Perché ti chiama “Capitano”? Credevo fossi un tenente-colonnello» domandò Carol, una volta seduti in carrozza.

 

  «Sono stato promosso capitano a Java e da allora comando la stessa unità, gli stessi uomini. Anche se ho avuto degli avanzamenti di grado, effettivamente non è cambiato niente, sono il loro capitano. Ho molta più autonomia però, qualche uomo in più, e non devo sottostare agli ordini di qualche inetto che si è comprato il brevetto. Dipendo direttamente da Wellesley e dal suo stato maggiore.»

 

  «Tu, li hai comprati, i gradi?» domandò speranzosa. –  Di’ di sì,  pregò in cuor suo, –  di’ di sì –  anche se la miriade di cicatrici sul suo corpo testimoniavano che se li era guadagnati sul campo, col sangue e la fatica.                        

 

  Lui scosse il capo. «Te l’ho detto, mio padre ha acquistato per me il brevetto da alfiere, come ha fatto tuo padre per Tristan e Simon.»

 

  «Ma tu… tu hai avuto tre avanzamenti in meno di tre anni...» Carol stava tremando.

 

  «Sei davvero particolare, Carolyn. Tutte le signore che conosco sono attratte dalle medaglie e dalle mostrine, tu invece sembri terrorizzata» osservò Adam divertito.

 

  «Ah, ora capisco: sono le medaglie, la tua arma di seduzione» ribatté Carol maliziosa.

 

  «Erano.  E a te non fanno nessun effetto. Noto, come al solito, una certa ironia nelle tue parole.» Adam guardò fuori. «Siamo arrivati. Vieni. Non è un bel quartiere, non voglio lasciarti qui da sola.»

 

 

 

  Due visite e altrettante borse portamonete dopo erano finalmente diretti verso casa.

 

  Carolyn, stanca per la lunga notte quasi insonne e prostata da quei malinconici incontri, appoggiò il capo sulla spalla di Adam, si strinse a lui e gli afferrò le mani, intrecciando le loro dita.

 

  «Sei stanca, ma belle

 

  Lei annuì. «Portami a casa, voglio solo riposare» e si abbandonò nell’abbraccio del marito, che la strinse a sé.

 

  Così, in silenzio, con la guancia appoggiata al suo petto, Carol poteva udire distintamente i battiti regolari del suo cuore. Restò immobile per un po’, poi tirò su il viso, sfiorò con un bacio la guancia ben rasata del marito e lo guardò negli occhi.

 

  «E’ proprio vero. Hai ragione.»

 

  «A che proposito?» 

 

  «Sei proporzionato» e batté il palmo della mano sul suo petto. «Il tuo cuore è grande come te» concluse sorridendo.

 

  Adam rise. L’ultima notte che avevano trascorso a Westbury, nel pieno della passione, lui aveva detto proprio così, “sono proporzionato”, solo che si stava  riferendo a tutt’altra parte anatomica. Intrecciò le dita a quelle della ragazza e se le portò alle labbra.

 

  Carol notò solo allora che aveva all’anulare un anello col sigillo. Ricordava di averlo notato quando si erano conosciuti, ma era certa che al matrimonio non lo avesse. Osservò meglio il gioiello: il castone era un rubino grande e purissimo e, tutt’intorno era visibile un’incisione. Gli prese il dito e lo avvicinò per leggere la scritta.

 

  «Per aspera ad astra…, gli eroi che assurgono al cielo, molto appropriato, sì, penso proprio che il motto degli Westbury ti…»

 

  «Dei Blackbourn» la corresse.

 

  «Perché preferisci il tuo cognome alla casata?» domandò Carol curiosa. In effetti era strano, Adam era il Conte di Westbury e gli eredi del titolo privilegiavano il nome del casato al cognome, come suo padre, che tutti chiamavano Norwich, non Butley. Adam no, lui era Adam Blackbourn.

 

  «Blackbourn significa torrente nero, nero del sangue versato dai miei antenati per difendere la loro terra e la loro gente. Nessun gioco di potere, nessuna sterile diplomazia, la baronia dei Blackbourn è legata solo al sangue. Attraverso le asperità si raggiungono le stelle, con la fatica si arriva al successo e alla virtù, questo significa il nostro motto. Nelle mie vene scorre il sangue nero dei Blackbourn, è un dono e una condanna. Era di mio padre» disse, toccandosi l’anello. «… e del padre di mio padre, e così via. E sarà di mio figlio.» –  Nostro figlio  pensò e un brivido di piacere, orgoglio e desiderio lo pervase. Pensò e non glielo disse.

 

  «Ti porto a casa, devi riposare.» Sì, “riposare”…  anche lui aveva proprio voglia di tornare a casa a “riposare”. Doveva scaricare la tensione che aveva accumulato nell’attesa dell’incontro con i Downham, un’attesa che durava da due lunghi anni, e anche le altre visite erano state pesanti, soprattutto quella a Jacob. Erano stati feriti praticamente insieme, a Tolosa: una palla di cannone aveva tranciato i piedi del sergente-maggiore. Lui si era affrettato a soccorrerlo e si era distratto, solo un attimo, solo il tempo necessario ad un fante francese di scagliare su di lui il suo assalto. Lo aveva percepito, sentito, nonostante il frastuono della battaglia e delle cannonate, lo aveva notato con la coda dell’occhio, si era voltato, ma non era riuscito ad evitare che il fendente della baionetta gli trafiggesse il fianco. La lama della sua stessa arma che gli trapassava il petto era stata l’ultima cosa che il francese aveva guardato.

 

   Devo scaricarmi  pensò, mentre carezzava con le labbra la guancia serica della moglie, – dentro di lei… – Cominciava a sentire l’urgenza del suo desiderio.

 

 

 

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