Ritorno a Westbury 2.

 

Capitolo II.  Un incontro di boxe.      

 

  

 

  Harry e Tristan avevano programmato, per la sera successiva, di assistere ad un incontro di pugilato fra il più forte boxeur della scuola di John Jackson e uno sfidante irlandese: “La tecnica contro la forza bruta”, così era pubblicizzato il match.

 

  Harry era pronto per uscire quando fu raggiunto in salotto dal fratello e un altro giovane.

 

  «Ah, porti un amico?» chiese Harry. «Non fai le presentazioni?»

 

  «Certo! Harold, vorrei presentarti Hermann Calloway, un compagno di scuola,» e poi, «Hermann, mio fratello Harry…» non riuscì a finire la frase e scoppiò a ridere, contagiando “l’amico”. “Hermann Calloway” altri non era che la sorella, con indosso un suo vecchio abito.

 

  «Carino, lo scherzo. Davvero molto divertente. Ve ne approfittate perché papà e mamma non sono in casa. Va a metterti qualcosa di decoroso, Carol. Che cosa penserà la servitù, vedendoti?» la esortò il fratello.

 

  «No. Vengo anch'io con voi.»

 

  «Non se ne parla nemmeno» fece Harry.

 

  «Guarda, se non mi hai riconosciuto tu, figurati gli altri.» Carolyn e Tristan risero ancora. «Sono molto curiosa di vedere che cosa ci proviate, voi uomini a guardare due che se le danno di santa ragione: siete dei barbari.»

 

  «Non è uno spettacolo per una signora, anche se più barbara di me. Se si venisse a sapere la tua reputazione sarebbe irrimediabilmente compromessa e non voglio esserne io la causa, quindi è un no.»

 

  «Suvvia Harry, con noi non correrà alcun rischio, io sono un ufficiale» lo esortò il fratello più giovane, vantandosi. «Arriviamo in carrozza all'incontro e poi torniamo immediatamente: non vedo dove sia il pericolo. Non incontreremo nessuno di cui doverci preoccupare.»

 

  «Ah beh, se è così. Credevo che voleste fare una capatina in qualche club di St. James's» ironizzò il ragazzo.

 

  «Ci avevo pensato, però forse è un po’ troppo» rise Carolyn.

 

  «Non se ne parla nemmeno! Io non mi presterò a questa burla.»

 

  «D’accordo, allora andremo da soli.»

 

  «Da soli? Lui è più giovane di te, papà ha appena acquistato il suo brevetto d’alfiere e lui già si dà arie da gran soldato.»

 

  «Non prenderti gioco di me, Harry: fra pochi giorni partirò per il fronte, io» rispose allegro Tristan.

 

  «Guarda che non è un gioco: la gente, sui campi di battaglia, muore davvero!» ribadì il fratello.

 

  «Lo so bene ed è per questo che voglio divertirmi, finché posso.»

 

  «Mi state mettendo alle strette. Va bene, andiamo, ma si va e si torna. E solo per questa volta, altrimenti spiffero tutto alla mamma.» Alzò gli occhi al cielo.   «Speriamo che vada tutto bene.»

 

  «Harry, sei il solito guastafeste.»

 

  «E tu sei un’incosciente, sorella.»

 

  «Avete finito, voi due?» li interruppe Tristan.   «Andiamo, altrimenti non potremmo scegliere i posti migliori.»

 

  Presero i mantelli e stavano per uscire quando, all'ingresso, incontrarono Simon che stava rincasando in compagnia del Conte di Westbury.

 

  «Dove state andando?» chiese.

 

  «In giro…» rispose Harry evasivo.

 

  «Ad un incontro di pugilato» s’intromise Tristan. «L’asso di John "gentleman" Jackson è sfidato dal campione irlandese» spiegò il ragazzo. «Volete venire anche voi? …Ehi!» Harry gli aveva pestato un piede, ma il danno era fatto.

 

  «Tu che dici, Adam?» chiese Simon, interpellando l’amico.

 

  «Perché no? Non abbiamo di meglio da fare» rispose Blackbourn.

 

  Carol, defilata dietro i fratelli, tirò su i revers della redingote e si calò sugli occhi il cappello a cilindro: i due nuovi arrivati avevano notato appena la sua presenza.

 

  «Venite con noi» propose Adam. «E’ inutile usare due vetture. La mia carrozza è qui fuori.»

 

  Harry e Tristan si scambiarono un’occhiata eloquente quando Simon chiamò il maggiordomo e fece congedare la loro vettura.

 

Salirono tutti sulla carrozza del Conte. Harry aveva presento velocemente Carolyn come Hermann Calloway, un compagno di collegio di Tristan. “Hermann Calloway” aveva risposto accennando un inchino ed era tornata nell'ombra. Si era accomodata accanto al finestrino, guardando fuori con aria indifferente. Simon le sedeva di fronte.

 

  Adam ruppe il silenzio: «Sei pronto per la partenza, Tristan?» Tristan era stato assegnato al battaglione del Conte, il padre, il Duca di Norwich, aveva preso quest’unica precauzione, conoscendo le capacità di Blackbourn gli aveva affidato il figlio più giovane e aveva cercato, per il maggiore, un incarico più “defilato”.

 

  «Sì, sono quasi ansioso» proclamò il ragazzo.

 

  «Non sarà una passeggiata» replicò Blackbourn, serio.

 

  «Lo so, ma stare qui ad aspettare non aiuta.»

 

  «Allora godiamoci la serata» rispose il Conte, accomodandosi meglio allo schienale.

 

Carol uscì per ultima dalla carrozza, ovviamente nessuno la aiutò a scendere, così saltò giù con un agile balzo. Si stava avviando dietro ai fratelli, quando si sentì afferrare per un braccio.

 

  «Sei impazzita!» Simon la guardava con gli occhi fuori dalle orbite.

 

  «Che volete dire, Milord?»

 

  «Non insultare la mia intelligenza, per favore!» Il fratello maggiore parlava piano per non farsi sentire dagli altri. «Che ti è saltato in testa? Questa volta l’hai fatta proprio grossa: Hermann Calloway! Se qualcuno se ne accorgesse, potrebbe rovinarti per sempre» osservò preoccupato.

 

  «Ti riferisci al tuo amico?» disse indicando con un cenno del capo il Conte che, più avanti, conversava con gli altri due fratelli.

 

  «No, Adam non è il tipo, però non mi fa piacere che mia sorella mi metta in un tale imbarazzo col mio migliore amico.»

 

  «Non se ne accorgerà, se tu smetti di sbraitare e andiamo.»

 

  «Ti rimanderei a casa a stretto giro di posta!»

 

  «Ma non lo farai, non è vero? Darebbe troppo nell'occhio: il tuo amico potrebbe insospettirsi» disse beffarda.

 

  «La mamma ha ragione: sei pericolosa.»

 

  «Perché non glielo riferisci? Così mamma e papà mi chiuderanno in casa.»

 

  «In questo modo otterresti ciò che più desideri: è questo il tuo gioco, vero? Io non sono né Tristan né Harry, mia cara: non mi puoi far fare tutto ciò che vuoi, come fai con loro. Comunque ora stammi vicino. E non fiatare!» Simon era arrabbiato, constatò Carolyn, ed era vero, non era facile ingannarlo. Aveva sette anni più di lei, era un uomo, un soldato e lo ammirava quasi quanto ammirava suo padre. Era mortificata di averlo deluso. «Mi dispiace» disse mesta.

 

  «E’ un po’ tardi,» ma già la collera gli stava passando e cominciava a vedere il lato comico di tutta la faccenda. – Fortuna che li abbiamo intercettati – pensò. – Non accadrà niente di male. –

 

  Raggiunsero gli altri che, apparentemente, non si erano accorti del loro battibecco.

 

  Entrarono nel tendone allestito per l’occasione e si accomodarono su di una panca di legno in terza fila.

 

  Carol si guardava intorno incuriosita e ammirava la variegata folla che partecipava a quell'incontro: c’erano popolani accanto a signori della buona società, soldati e manovali, insomma, un vasto spaccato di mondo che non aveva mai avuto occasione di osservare da vicino. Studiare quella parte di società dalla quale era tenuta accuratamente lontana era il motivo per cui, quella sera, si era accinta a compiere una tal bravata. E non era l’unica donna, costatò, anzi, ve ne erano molte accanto ai loro uomini, anche se di dubbia reputazione; nessuna di loro sarebbe stata ammessa nel salotto di sua madre, pensò la ragazza ridendo fra sé.

 

  L’incontro si rivelò, per lei, meno divertente del previsto: i pugni, il sangue, le grida e le parolacce degli spettatori, l’odore nauseabondo del sigaro fumato dall'uomo che le sedeva davanti, il fetore che si propagava nella tenda combinato alla violenza dello spettacolo, le diedero la nausea. Era scioccata. Simon, seduto accanto a lei, se ne avvide e le strinse il braccio.

 

  «Stai bene?» le chiese preoccupato.

 

  «No, ma ce la faccio.»

 

  «Che ti serva di lezione.»

 

  Il gigante irlandese era veramente forte e, per fortuna di Carol che cominciava a non poterne più, liquidò il campione locale con tutta la sua tecnica, in sole quattro riprese.

 

  Cercarono di guadagnare in fretta l’uscita, perché avevano capito che c’era l’usanza di continuare fuori lo spettacolo con “incontri fra dilettanti”: in poche parole molti attaccabrighe se le stavano suonando di santa ragione come fossero sul ring.

 

  Fu così che due energumeni si avvicinarono a Tristan, Carolyn e Harry, che, più minuti, sembravano un facile bersaglio.

 

  «Vogliono passare, i damerini!» grugnì il primo individuo, grande almeno il doppio di loro.

 

  «Questi qui dovrebbero conoscere le buone maniere ed essere così gentili da chiedere il permesso» fece il secondo, più mingherlino, ma non meno temibile.   «Ehi, Ben! Vieni a vedere che tipi che abbiamo qui?» Non contento aveva chiamato un terzo facinoroso a dar manforte.

 

  «Scusate signori, avete ragione, vi chiediamo perdono» Tristan cercò di venire a più miti consigli e si beccò uno spintone.

 

  «Vi abbiamo chiesto scusa, non c’è motivo di arrabbiarsi. Ora fateci passare» intervenne Carol, con la voce più mascolina che riuscì ad ottenere. Non vedeva l’ora di fuggire da lì.

 

  «Il signorino ha fretta!» sbraitò Ben, l’ultimo arrivato, un bruto con una folta barba incolta, che puzzava di gin.

 

  Carolyn se la stava vedendo brutta: –  Fortuna che non si sono accorti che sono una donna, altrimenti sarei spacciata – si disse, proprio mentre un poderoso pugno di Ben stava per colpirla. Carol lo vide partire e si scansò di lato per evitare il colpo. Il pugno non andò a vuoto: colpì in pieno volto il Conte, che era proprio dietro di lei.

 

  «Andate via, Harry» gridò Simon, al fratello. «Andate alla carrozza!»

 

  Harry obbedì, prese al volo i due fratelli più giovani e si allontanarono di corsa, lasciando gli altri due nella mischia. Carolyn fece in tempo, voltandosi indietro, a vedere Simon affrontare il tizio più grosso e Adam alle prese con Ben e altri due.

 

  «Sarebbe il caso di andare ad aiutarli» fece Tristan, preoccupato.

 

  «Hai sentito quel che ha detto Simon: se la sanno cavare anche da soli, non ti crucciare per loro.»

 

Il cocchiere del Conte, previdentemente, era restato in zona e girava in tondo, così i tre balzarono sulla vettura ancora in movimento e ordinarono al guidatore di avvicinarsi il più possibile a quel parapiglia. Dai finestrini poterono vedere l’andamento della zuffa, che in pochi attimi aveva coinvolto tutti. Dopo poco, Blackbourn e Simon riuscirono a defilarsi e saltarono sulla carrozza.

 

 

 

  «E’ stato un piacevole svago, Miss Viola?» le sussurrò Adam, mentre lei si stava alzando per cedergli il posto sulla destra, accanto al finestrino, per sedersi in mezzo ai due fratelli più giovani.

 

  Carolyn rimase di sasso: –  Possibile che si riferisca a “La dodicesima notte”? – la sua commedia di Shakespeare preferita, dove la protagonista, Viola appunto, vestiva abiti maschili ed era scambiata per il fratello. – Di certo mi ha riconosciuto. Tanto… peggio di così. Pensi pure ciò che vuole, non m’importa del suo giudizio. –

 

  Adam si stava asciugando con il fazzoletto il sangue che gli usciva dal labbro. Si era appoggiato all'angolo fra lo schienale e il finestrino e la guardava fisso.

 

  –  Ce l’ha con me – si disse Carolyn, abbassando lo sguardo. Poi, giacché il suo travestimento non serviva più, con le dita raccolse i capelli che aveva abilmente nascosto dentro la camicia e tirò fuori dal colletto una selva di grandi ricci multicolori, pettinandoli con le mani. – Si è ferito e ora pensa che sia colpa mia. Se crede che, fissandomi così, mi senta in colpa e gli chieda scusa, ha proprio frainteso.– Carol, però, non poteva immaginare quali fossero i veri pensieri del giovane che le sedeva dinnanzi.

 

 I suoi capelli sembrano le fronde dei boschi di Westbury in autunno. Una ninfa dei boschi, ecco cos'è –  rifletteva Adam, affascinato. –  Con lei non ci si annoia mai. –

 

  Fu Harry a interrompere i suoi pensieri che si stavano facendo più audaci e irriverenti.

 

  «Beh, serata movimentata» disse, spezzando il pesante silenzio.

 

  «Spero che tu ti sia divertito» ironizzò Simon.

 

  «Non è successo niente, fortunatamente c’eravamo anche noi» ribadì Adam.

 

  «Tu sei un irresponsabile come loro, hai idea di quello che sarebbe potuto accadere se non li avessimo seguiti?»

 

  «Capisco i tuoi timori, non sono io suo fratello.»

 

  – Ah, sarei io la sola causa di tanto trambusto?! Eh sì, fortuna che non gli è toccata in sorte la responsabilità di una siffatta parente, capace di sconvolgere la sua tranquillità familiare!  – Carolyn era inferocita ed era sul punto di esplodere. – Come si permette questo individuo di criticarmi?  ma cominciava a chiedersi: – Sono per tutti un tal fardello, una minaccia così grave? Anche Simon teme per ciò che potrei fare?  Per la prima volta, dopo tanto tempo, aveva voglia di piangere, tuttavia mai avrebbe dato una simile soddisfazione ai suoi fratelli e tanto meno a quell'arrogante del Conte. – Non lo sopporto! Che cosa avrà da fissare? Chissà che disgusto una donna in abiti maschili! Lo detesto – rimuginò poi e, incrociando le braccia sul petto, voltò il capo. Almeno le era passata la voglia di piangere, costatò.

 

 Erano ormai giunti a casa: Carolyn, balzò giù dalla carrozza senza attendere l’aiuto di nessuno ed entrò in casa.

 

  «Mi scuso sinceramente per avervi arrecato tanto disagio e vi auguro di trascorrere il resto della serata in maniera più piacevole. Buonanotte, signori.» Si era fermata un istante sullo scalone per salutare, prima di scappar via e rifugiarsi in camera sua.

 

  «Lo odio» gridò al muro, una volta chiusasi la porta alle sue spalle e, come la sera prima: «Spero di non vederlo mai più!»

 

  In Adam, al contrario, si stava facendo largo un’idea, l’idea di loro due insieme.

 

  – Niente sarebbe più opportuno  – pensò – di una nostra unione. Lei, i miei amici, le due casate… sarebbe tutto perfetto. –

 

 

 

 

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Commenti: 1 (Discussione conclusa)
  • #1

    Susy (venerdì, 05 febbraio 2016 11:42)

    Carini frivoli e leggeri
    Mi piacciono