Ritorno a Westbury 3

 

Capitolo III.  Visita al British Museum.

  

 

  La mattina dopo Harry entrò spedito nello studio del padre, sapeva che Carolyn era lì, sicuramente stava leggendo uno dei tanti libri che traboccavano dagli scaffali: niente distraeva la sorella dal suo passatempo preferito. Sì, era proprio da lei. Mentre le altre ragazze passavano le giornate fra passeggiate, acquisti e preparativi per le varie serate mondane, Carolyn preferiva starsene rintanata in quella stanza.  Lui non la capiva proprio e, dopo la sera precedente, questa non gliel'avrebbe fatta passare: far togliere il batacchio dalla porta era troppo!

 

  «Carolyn, hai esagerato! Se non vuoi dar udienza ai tuoi spasimanti, fa pure» disse sbuffando. «Non dobbiamo andarci di mezzo tutti noi, però. Sembrerà che l’intera famiglia sia fuori città ed io aspetto visite.»

 

  «Come la fai lunga, Harry. Vai a riferirlo a papà, se proprio ti disturba e lui provvederà a punirmi come merito, per questo e tutto il resto» rispose la ragazza che per un breve istante aveva alzato la testa dal libro.  Cercò di mostrarsi indifferente ma desiderava soltanto mascherare il proprio stato d’animo. Quella notte non era riuscita a prendere sonno, aveva pianto e aveva meditato sul suo comportamento. Era stata sconsiderata e non era stato giusto prendersela col Conte: era lei la causa di tutto, però quella mattina non voleva vedere nessuno.

 

  «Me lo aspettavo, è proprio da te. Sai benissimo che si farebbe una bella risata, per il batacchio, intendo. Stai tranquilla, nessuno gli riferirà di ieri sera. Probabilmente cambierebbe opinione sulla sua beniamina» e fece una smorfia beffarda. «No, io sono preoccupato per te. Se continuerai così, nessuno ti vorrà più e tu ti ritroverai vecchia e sola.»

 

  «Sei allarmato per il mio mantenimento? Non angustiarti, sai perfettamente che non ti rimarrà l’onere di occuparti di un’anziana zitella» disse Carolyn.

 

  Il ragazzo scrollò il capo, adorava la sorella e il solo pensiero che lei, presto o tardi avrebbe lasciato quella casa lo faceva soffrire, tuttavia lei doveva capire che non si poteva sempre dar contro alle convenzioni.

 

  «Sto aspettando visite» ribadì. «Vengono a prendermi degli amici.»

 

  «Scusa Harry, chi stai aspettando, di grazia?» chiese Margareth, la sorella minore, che era spuntata alle loro spalle.

 

  «Io e Tristan abbiamo un appuntamento» spiegò il giovane.

 

  «Eh, no! Avevate promesso di accompagnarmi al museo, stamane!» strillò delusa la ragazzina. «Devo assolutamente vedere i reperti egizi che hanno appena esposto, me lo avevate promesso.»

 

  «Perdonami Maggy, non mi sono ricordato che fosse per oggi. Ho preso un importante impegno.»

 

  «Anche l’impegno con me era importante. Io fra pochi giorni rientrerò in collegio» piagnucolò la sorellina.

 

  In quel momento entrò il maggiordomo, consegnò una busta a Harry ed annunciò la visita del Conte di Westbury.

 

  – E’ di nuovo qui. Ma costui non ha una casa, a Londra? Sì, sono sicura che abbia una residenza in città: che cosa ci fa sempre da noi? – si domandò la giovane, indispettita. «E’ lui che stavi aspettando?» chiese irritata al fratello.

 

  «Veramente no, anzi, mi è appena giunto un messaggio di Tristan: sono atteso al club. Devo andare, fai tu gli onori di casa.»

 

  «Mi spiace ma devo lasciarvi, Tristan e gli altri mi stanno aspettando» ripeté al nuovo arrivato.

 

  «Lo so, mi sono offerto di consegnarti il messaggio» disse Adam e rivolse un inchino di saluto a Carol e a Margareth che si erano alzate per fargli la riverenza, «e di scortare al museo tua sorella al posto vostro» continuò, sorridendo a Maggy.

 

  «Oh sì, grazie Adam. Mamma! Mamma!» La ragazzina chiamò ad alta voce la Duchessa, proprio mentre il fratello usciva di fretta.

 

 «Che cosa c’è?» fece la madre poco dopo, entrando nello studio. «Non è questo il modo, Margareth» esclamò con un certo disappunto, notando la presenza del Conte.

 

  «Sarei venuto immediatamente a porgervi i miei omaggi, Vostra Grazia, ma non c’era il batacchio sulla porta: ho creduto che non foste in casa» disse non troppo innocentemente e lanciò alla ragazza uno sguardo ammiccante.

 

  – E’ falso e infido. Si diverte alle mie spalle, non lo sopporto! Che cosa vuole da me? – pensò Carol.

 

  La Duchessa rispose al Conte con un sorriso e rivolse un’occhiataccia alla figlia.

 

  «Da quando si ricevono gli ospiti nello studio di vostro padre?» chiese alla ragazza e poi, rivolta a Blackbourn: «E’ sempre un piacere la vostra visita, mio caro.»

 

  «Mi sono offerto di accompagnare Margareth al museo, giacché Harold e Tristan hanno un appuntamento improrogabile» fece il giovane, sfoderando un accattivante sorriso. «Naturalmente, non potendo venire da sola, sarei lieto di scortare anche voi e vostra figlia Carolyn, Madame.»

 

  – Ah, ecco dove voleva arrivare! Vuole vendicarsi e torturarmi – pensò la ragazza, che si era irrigidita sulla sedia.

 

  «Ne sarei deliziata, veramente oggi ho altri impegni. Carolyn, tu invece dovresti proprio uscire. E poi sei già pronta. Ma non vi annoierete, Adam?» fece Sua Grazia, notando che era proprio un bel giovane, distinto e molto elegante.

 

  «Anzi, è un vero piacere: non sono mai riuscito a far visita al nostro museo. E la compagnia sarà molto gradevole.»

 

  «Mi dispiace, non so se sia appropriato, senza i miei fratelli» intervenne la giovane.

 

  «Carol, ti prego!» implorò la sorellina.

 

  «Cara, non è colpa mia se Harry e Tristan hanno altri impegni.»

 

  «E invece è colpa tua: se accettassi la proposta del Conte - e non vedo cosa ci sia di male - potremmo andare» fece la ragazzina.

 

  «Non vorrei dispiacervi, ma vostra sorella ha ragione. Mi sono offerto di accompagnarvi e vostra madre non vi trova nulla da ridire. O forse è la mia presenza ad esservi sgradita?» Blackbourn sorrideva.

 

  «No, che c’entra» borbottò la ragazza, gettando un’occhiata alla madre che la stava scrutando accigliata.

 

  «Allora è deciso» troncò il discorso la Duchessa che non avrebbe tollerato una delle sgarberie della figlia. «E poi stabilisco io cosa sia appropriato.»

 

  «La mia vettura è fuori che attende» intervenne Adam con un sorriso gentile.

 

  – Falso come Giuda! – si disse. A quel punto Carol non avrebbe più potuto fingere qualche malore o dilungarsi nei preparativi, così indossò il soprabito e la cuffietta e si avviò all'uscita, preceduta da una Margareth felice. Adam le aiutò a salire in carrozza.

 

  «Non sarà così male, vedrete, mia cara Viola» le disse col suo solito sorriso canzonatorio e trattenne la sua mano solo un attimo più del necessario. Carol lo fulminò con lo sguardo, ma, sentendosi ancora in colpa per il taglio sul labbro che si era procurato a causa sua la sera prima, non disse nulla.

 

  In effetti la visita al museo si rivelò molto piacevole. Poterono osservare tutto con calma, senza dover correre per una stanza e l’altra, cosa che sarebbe accaduta se a scortarle fosse stato Harry. Margareth scalpitava un po’ perché i suoi accompagnatori erano assorti nella contemplazione di questo o quell'oggetto, cui sembravano molto interessati; la ragazzina, che avrebbe preferito recarsi immediatamente nel salone dei nuovi ritrovamenti egizi, dovette attendere che gli altri due visionassero tutta una serie di antichi disegni.

 

  «Guardate!» fece di colpo Adam, che improvvisamente l’aveva presa per la mano.

 

  «E’ Dürer, vero?» chiese lei, cercando di mascherare l’imbarazzo che quel gesto le aveva procurato. Aveva chinato il capo, certa di essere arrossita. Precedentemente aveva tolto i guanti per sfogliare agevolmente la guida che le avevano affidato all'entrata, così il contatto con la sua mano calda le aveva provocato una vampata che dal braccio le si era propagata per tutto il corpo, finendo in un piccolo brivido dietro la nuca.

 

  «Sì, straordinario, no?» disse lui, osservando uno schizzo del maestro.

 

  «Sarebbe bello ammirare dal vero qualcuna delle sue opere… ho visto qualche riproduzione… in effetti mi piacerebbe vedere tutte le opere del Rinascimento, specie quello italiano, che so… a Firenze, Roma…» Carol parlava veloce, nel tentativo di celare il proprio disagio.

 

  «Quando Napoleone non sarà più una minaccia, potremmo visitare l’Italia…» Adam aveva buttato lì quella frase, mentre stava ammirando il disegno del famoso pittore, apparentemente assorto. Carol lo guardò stupita. Staccò le proprie dita dalla mano calda del Conte, che ancora la tratteneva: – Che cosa avrà voluto dire? Possibile che pensi ad un viaggio con i miei fratelli?

 

  «Avete finito, voi due, le vostre contemplazioni? Se non ci sbrighiamo, il museo chiuderà ed io non sarò riuscita a vedere niente.»

 

  «In questa stanza sono esposti i manoscritti, poi finalmente saremo arrivati» disse Carolyn alla sorella, leggendo la brochure. «Dovrai avere ancora un po’ di pazienza.»

 

  «Avete il gusto del macabro, voi. Se penso che tutti questi libri sono stati scritti sulla pelle di una povera pecora, mi vengono i brividi» intervenne la ragazzina.

 

Carolyn ed Adam si misero a ridere. Si erano attardati ad osservare, tra gli enormi tomi antichi scritti su pergamena, un prezioso volume che conteneva la copia unica del poema Beowulf, l’eroe mitologico che si batteva contro mostri e draghi.

 

  «Siete interessato al Beowulf, Milord, per una certa affinità?» domandò Carol.

 

  «Trovate che io sia un eroe senza macchia, che combatte terrificanti creature?» chiese Blackbourn.

 

  «Veramente mi riferivo all'imponenza del personaggio» disse lei, spiritosa.

 

  «Ed io che credevo mi aveste fatto un complimento» fece lui, celando il disappunto. «Credevo vi fossero giunte voci circa il mio sprezzo del pericolo e le mie grandiose azioni» riprese scherzando.

 

  In verità Carolyn sapeva che, grazie alle sue imprese, durante la presa di Giava, era stato promosso capitano e la sera precedente aveva dimostrato di essere uno stupefacente lottatore, ma non voleva mostrarsi interessata.

 

  Infine giunsero all'agognata sala: un mucchio di gente si accalcava davanti ad ogni teca. Molti leggevano ad alta voce le didascalie sotto le varie bacheche, con il risultato di creare una gran confusione. Margareth, essendo piccola, riusciva ad intrufolarsi tra i capannelli della gente in coda e veder da vicino. Gli altri due dovettero attendere pazientemente il loro turno.

 

  «Ecco la famosa stele ritrovata a Rosetta» fece notare Adam, quando riuscirono ad avvicinarsi ad una lastra in pietra scura.

 

  «Dicono che grazie a queste iscrizioni riusciranno a decifrare i geroglifici» osservò lei.

 

  «Sarà un’impresa» si stupì il giovane che si era avvicinato nel tentativo di leggere le iscrizioni. «Io faccio fatica a leggere anche la parte in greco.»

 

  «Conoscete il greco antico?» chiese Carol incuriosita.

 

  «Un po’. Il mio precettore era un accanito assertore dello studio delle lingue, antiche e moderne. E’ stata una vera tortura,» le rispose lui, e poi continuò sorridendo: «un po’ come per voi il ballo.»

 

Carolyn si era resa conto, durante quella mattina, che il Conte era una persona molto competente, era realmente interessato a tutto ciò che osservava e soprattutto non ostentava la propria cultura, che doveva essere notevole. La cosa che più le aveva fatto piacere era che, invece di trattarla con sufficienza come avrebbero fatto gli altri uomini, dava per scontato che anche lei conoscesse ciò di cui stavano conversando.

 

 

 

  «Carol, io ho sete» si lagnò la ragazzina, all'uscita dal museo. «E anche fame» puntualizzò.

 

  «Fra poco saremo a casa» le disse la sorella. «Non essere impaziente.»

 

  «Se ben ricordo, c’è un’ottima pasticceria qui vicino, se vostra sorella acconsente, potremmo fare una piccola sosta» propose Adam, rivolgendosi a Margareth.

 

  «No, è fuori discussione. Abbiamo approfittato anche troppo della vostra squisita cortesia.»

 

  «Ecco, è proprio là» indicò Adam, ignorando le proteste della giovane.

 

  «Carol, sei molto peggio della mamma.» 

 

La ragazza si risentì di quell'osservazione. Odiava mostrarsi pedante, ma non voleva essere notata ancora con il Conte. Non era passato inosservato alle varie patronesse, qualche sera prima, che avessero ballato insieme per ben due volte e una delle danze fosse addirittura un valzer. Per di più, quella mattina, il Conte era venuto a prenderle con una carrozza scoperta, nonostante fosse inverno. Sembrava proprio che si mostrasse di proposito in sua compagnia: le malelingue avrebbero sicuramente pensato che ci fosse qualche intesa fra loro.

 

  Non si potrebbe essere più distanti dalla verità – si disse, mentre rimuginava. – Blackbourn vuole solo divertirsi alle mie spalle, come fossi un fenomeno da baraccone. Non lo sopporto più. – Dovette però ammettere che era stata una mattinata molto piacevole. Lui era stato piacevole e non c’era stata ombra d’ironia, nel suo comportamento.

 

  Il locale era affollato e i tre consumarono qualcosa in fretta; Carolyn si accorse di avere un certo appetito e fece onore allo spuntino che il Conte aveva offerto loro.

 

  «Adam, vi ringrazio per averci accompagnato e per tutto. Siete il mio cavaliere preferito» disse Margareth candidamente, una volta saliti in carrozza. «Quando farò il mio debutto in società, vi concederò il mio primo ballo e, se sarete ancora libero, vi permetterò di farmi la corte.»

 

  «Margareth!» urlò la sorella maggiore scandalizzata, mentre Adam scoppiò a ridere.

 

  «Che c’è, lo vuoi tutto per te?» chiese irriverente.

 

Carolyn arrossì violentemente, aprì la bocca per dire qualcosa, ancora una volta non riuscì a ribattere per l’imbarazzo. Non si era accorta che Margareth, seduta accanto a lei, aveva strizzato l’occhio al loro accompagnatore che non aveva smesso di ridacchiare. Il ritorno le sembrò interminabile. Non proferì parola, sotto l’occhio irridente del Conte che seguitava a conversare con Maggy.

 

  Quando furono a casa, nell'ingresso, Carolyn ringraziò educatamente: era sulle spine e si vedeva.

 

  «A questa sera, mia adorata Viola» sussurrò e si congedò con un baciamano.

 

  Margareth lo raggiunse sulla porta e gli mormorò qualcosa che Carol non poté udire: «Vi sono stata d’aiuto, Milord?»

 

«Siete stata un alleato prezioso, monella» e le diede un buffetto sul nasino.

 

  «Che cosa gli hai detto?» le chiese irritata la sorella, una volte che Adam fu uscito.

 

  «Niente. L’ho ringraziato ancora per le sue premure» mentì.

 

  «Comunque hai esagerato. Spero che almeno ti sia divertita a mettermi in imbarazzo.» Carolyn era indispettita.

 

  «Perché, che cosa ho detto di male?» rispose la birichina con finta innocenza. «Tu, sorella, sarai anche più grande di me, leggerai un sacco di libri, ma non capisci proprio niente di faccende di cuore» fece saputa la ragazzina. «Non ti sei neppure accorta che il Conte di Westbury è interessato a te.»

 

  «Sei solo una mocciosa. Non sai di che cosa parli.»

 

  «Vuoi dirmi che non ti fa piacere che un uomo come Adam ti faccia la corte? Non è mica uno di quegli sciocchi, figli delle amiche di mamma.»

 

  «No, non mi fa piacere neanche un po’.»

 

  «Allora sei proprio strana» commentò la piccola.

 

  «Se vuoi saperlo, lo detesto.»

 

  «Se lo dici tu» rispose scettica, salendo le scale.   «Comunque questa sera sarà qui a cena, se ancora non ne eri informata.»

 

  Allora non ce l’ha proprio una casa! Potrebbe trasferirsi qui, già che c’è – si disse, indispettita.

 

 

 

  Quella sera scese per ultima nel salone. Aveva impiegato molto a prepararsi: non desiderava apparire dimessa ma non voleva neppure che Blackbourn pensasse che si fosse fatta bella per lui. Alla fine scelse un abito di mussola gialla a pois bianchi, a vita alta e stretta, che metteva in evidenza il seno e la vita sottile; non piacendole, non l’aveva mai indossato prima. I bei capelli, raccolti da un nastro, le ricadevano in ampi boccoli sul collo e le spalle.

 

  «Finalmente, mia cara,» le disse la madre quando la vide entrare in salotto, «non sai che abbiamo ospiti?» La Duchessa la stava rimproverando bonariamente, ma in cuor suo era molto compiaciuta della toilette di Carolyn: finalmente mostrava al mondo un po’ della sua prorompente bellezza. Sarebbe stata meno soddisfatta se avesse saputo che la figlia aveva scelto quell'abito perché lo considerava orribile.

 

  Adam si era alzato e le aveva rivolto un inchino.

 

  Quando fu annunciata la cena si vide costretta ad accettare il braccio che cavallerescamente il Conte le offriva e a tavola fu fatto accomodare accanto a lei con il risultato che la ragazza quasi non toccò cibo.

 

  Serviti i dessert, le due signore si alzarono e lasciarono gli uomini ad assaporare il loro porto.

 

  Harry e Tristan si alzarono quasi subito.

 

  «Scusateci papà, noi abbiamo un appuntamento» disse Tristan al padre.

 

  «Sì, ma più tardi faremo una capatina da White’s, se aveste intenzione di raggiungerci» precisò Harry.

 

  Non appena furono usciti, Adam si rivolse al Duca.

 

«Vostra Grazia, desidererei parlarvi.» A quelle parole Simon fece per alzarsi, l’amico lo trattenne. «No, resta. Vorrei che ascoltassi anche tu» fece deciso. «Signore, vorrei chiedervi il permesso di frequentare vostra figlia.»

 

  «Mi state chiedendo la sua mano?» domandò il Duca di Norwich, incuriosito.

 

  «No. Cioè, sì. Per prima cosa vorrei non vi fosse sgradita la mia proposta: sapete la stima che ho per voi, non vorrei dispiacervi in alcun modo…» attese per un attimo la risposta del suo ospite a quella tiritera convenzionale, che però non venne e allora continuò con un tono che gli era più congeniale: «…anche se, e voi mi conoscete bene, nulla potrebbe fermarmi se vostra figlia mi accettasse.» Aveva stretto gli occhi e aveva un’espressione determinata «E non è certo il denaro che mi alletta; voi siete al corrente meglio di chiunque altro della mia situazione economica.» Era vero, sei anni prima, alla morte del padre, il giovane Conte si era rivolto al Duca per suggerimenti sulla gestione delle sue vaste proprietà. Sua Grazia lo aveva indirizzato presso lo studio legale che amministrava i propri beni e lo aveva esortato e consigliato, quando aveva deciso di impiantare una piccola fabbrica nei suoi possedimenti. «Come ben sapete partiremo fra pochi giorni ed impegnare una giovane in questa situazione è quantomeno azzardato. Vorrei solo che Carolyn prendesse in considerazione la mia proposta, senza vincolarla ad una promessa che, un domani, potrebbe rivelarsi imbarazzante e, viste le sue idee, adesso non è pronta a fare.» Era un argomento difficile per lui che aveva sempre pensato di non essere tagliato per queste cose e forse era un discorso che non voleva ancora pronunciare. Aveva agito d’impulso, ormai si era lanciato…

 

  «Beh,» intervenne il Duca «sarei oltremodo felice di una vostra unione e credo di parlare anche a nome di mia moglie… e sia, vi concedo il permesso di “girare intorno a mia figlia”, se è questo ciò che intendete. Dite, Conte, sapete a cosa andate incontro?» chiese il Duca sorridente, sorseggiando il suo liquore.

 

  «Credo proprio di sì, Vostra Grazia» annuì divertito e poi, rivolto all'amico: «Simon, è da un po’ che vorrei farti una domanda: tu dovevi saperlo che non c’eravamo ancora incontrati, perché non me l’hai mai presentata?»

 

  Simon attese qualche istante prima di rispondere. «Perché se l’avessi conosciuta e non ne fossi rimasto affascinato, avrei perso un po’ della stima che ho per te. Ormai penso da molto che siate fatti l’uno per l’altra, ma non potevo certo importi mia sorella.»

 

  «Ne ero sicuro» assentì. «Vorrei chiedervi di non riferirle ancora di questa nostra conversazione. Lei ora professa la sua avversione per qualsiasi legame e mi dimostra una certa insofferenza…»

 

  «Se c’è qualcuno che possa avere la meglio sul mio piccolo ciclone, quello siete voi, Adam.» I tre risero alla battuta del Duca e raggiunsero le signore in salotto.

 

  «Perché non ci allieti con un po’ di musica, Carolyn?» le chiese il padre.

 

  «E’ molto che non mi esercito e poi l’ultima volta il pianoforte aveva un suono orribile.»

 

  «L’accordatore è venuto qualche giorno fa e ha detto che ora lo strumento è perfetto» disse la madre.   «Suvvia, non farti pregare.»

 

  «L’avete voluto voi.» Cercò uno spartito e cominciò a suonare. Carol sapeva di non essere un’esecutrice eccelsa, però conosceva bene alcuni pezzi che incontravano il suo gusto: le sue dita fluivano agili sui tasti.

 

  «Sempre quel tedesco,» sussurrò il Duca all'orecchio di Adam, quando riconobbe Beethoven, «è così stravagante la sua musica. Mia figlia ha per lui una vera passione.»

 

  – Non stento a crederlo – si disse Adam. – E’ una musica appassionata, proprio come lei. – Adam la guardava rapito: osservava i movimenti del capo che facevano ondeggiare i capelli, le lunghe ciglia che ombreggiavano le gote lievemente arrossate e le labbra che si schiudevano piano. – E’ magnifica! – Si era sorpreso di desiderarla così intensamente, come mai aveva desiderato qualcosa. – Ho così poco tempo! – Sentiva un nodo stringergli la gola. – Non posso parlarle ora, sembra quasi che mi detesti. 

 

  La serata proseguì allegramente fra chiacchiere e aneddoti, finché Simon non propose all'amico di raggiungere il resto della comitiva. Adam abbozzò ma fece una certa fatica a lasciare quella casa.

 

  Carolyn fu abbastanza soddisfatta perché, per una volta, in presenza dei suoi genitori, non si era sentita presa di mira dalle battute sarcastiche di quell'uomo. Andò a letto ed immediatamente si addormentò.

 

  Adam passò quasi tutta la notte in compagnia degli amici, facendo il giro dei vari circoli di St. James’s e bevve molto per non pensare a quello che ormai stava diventando un pensiero fisso.

 

  Rincasò che era quasi l’alba.

 

  Norris, il suo maggiordomo, lo stava aspettando.

 

  «Cosa ci fate ancora in piedi?» chiese all'affezionato domestico. «Posso cavarmela da solo, andate a dormire» ordinò e passò il resto della notte, sveglio, sulla poltrona del suo studio.

 

 

 

 

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