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Capitolo V - Cavalcata nel parco

Questa storia appartiene al genere EROTIC-ROMANCE pertanto potrebbe includere contenuti espliciti non adatti ai minori di 18 anni.  Questo sito non è responsabile della lettura dei suoi contenute da parte di minori. 

 ...ma nella fantasia ho l’immagine sua: gli eroi son tutti giovani e belli... gli eroi son tutti giovani e belli.

La Locomotiva, F.G.


Cavalcata... nel parco


«Si era convinta che tu fossi la mia amante» confidò Adam alla sorella, dopo cena, quando erano tutti e quattro accomodati nello splendido salotto neoclassico dei baroni Emery-Boyd, arredato all’ultima moda, con leggiadri tessuti broccati in tinte pastello alle finestre e sulle sedute, e ricche suppellettili in argento, di cui si riconosceva l’elegante fattura di Paul Storr, e ceramiche di Sèvres.

«Adam!» Carolyn, imbarazzatissima, era arrossita. «Perché mettermi costantemente in imbarazzo? Non potresti dedicarti a qualche altra attività? Che so: pugilato, scherma… cricket. Mi dicono che siano tutti sport molto divertenti, anche meglio che prendere in giro me» brontolò risentita, e i loro ospiti scoppiarono in un’allegra risata.

«No, non c’è niente di meglio, ma belle» rispose il marito ridendo anche lui.,

«Credo, amico mio, che tu abbia trovato chi ti tenga testa» osservò Frederick, il barone Emery-Boyd, con occhio indagatore, rivolto al cognato.

«Me ne sono reso conto dal primo istante» continuò Adam, sfiorando la mano della moglie con un lieve bacio.

Carolyn dimenticò presto l’imbarazzo e il resto della serata passò in allegria, fra battute e scambi d’opinioni. Carol guardava con ammirazione la coppia che aveva di fronte: erano sposati da tanti anni e sembravano ancora molto innamorati.

Fu come se si conoscessero da sempre e, da sempre, avessero gusti simili e uguali interessi.

 

«Non è stato così difficile, vero?» domandò Adam alla moglie, sulla via del ritorno.

«No anzi, è stato molto piacevole» ammise lei, «ma ero in apprensione. Loro sono tutta la tua famiglia e desidero che abbiano una buona opinione di me.»

«Credimi, Carol, è inevitabile avere una buona opinione di te.»

«Ti ringrazio, però tu sei di parte. Tua sorella è famosa per essere una delle signore più belle, colte ed eleganti di tutta Londra. Il cenacolo dei baroni Emery-Boyd è il luogo di ritrovo delle menti più brillanti d’Inghilterra, lo sanno tutti. Credo che la mia preoccupazione fosse comprensibile.»

«No, non per te. Non sei giustificata: tu, in questi ambienti, ci sei nata. Il salotto di tua madre è frequentato da tutti i potenti e i politici del Regno.»

«Sì, ma non ho avuto molti contatti con gli amici dei miei genitori: ero troppo piccola oppure stavo a Bath.»

«Non preoccuparti, domani potrai fare esercizio: ho invitato alcuni ospiti. A cena.»

«Ospiti? Quali ospiti?» domandò allarmata.

«I tuoi fratelli. È da qualche tempo che non vedo Tristan. Abbiamo passato gli ultimi due anni gomito a gomito, un po’ mi manca. Harry accompagnerà la tua amica Mary, il fidanzamento ormai è ufficiale. I tuoi hanno altri impegni.»

«Meno male.» Carol tirò un sospiro di sollievo. Iniziare la carriera da padrona di casa a Londra sotto l’occhio severo di sua madre la intimoriva.

«Ah, naturalmente ho esteso l’invito anche a Frederick e ad Anne.» Adam stava ridendo di nascosto, con la complicità della penombra della carrozza.

«Eh, sì certo, sarebbe una vera scortesia non ricambiare l’invito.»

Adam ridacchiava e aspettava che lei sbottasse.

«Però…»

«Sì?»

«Avresti potuto interpellarmi. Come faccio a ricevere qualcuno? Non so neppure come sia fatta, la tua casa. Ho veduto solo l’ingresso e due stanze al primo piano!»

«È la “nostra” casa, ed è piuttosto piccola, non impiegherai più di un quarto d’ora a esaminarla tutta. Quando torneremo, ne cercheremo una più grande, qualcosa di più adatto a una famiglia.»

«Una casa più grande? A Londra? Non torniamo a Westbury?»

«Certo, ma staremo qui, durante la Stagione. Come conte ho diritto a un seggio alla Camera dei Lords e tuo padre mi ha chiesto di collaborare alle attività del Ministero: ho accettato.»

“Oh, no! Ma non aveva detto che saremo andati a vivere nella tenuta?” pensò desolata. “Credevo che vivere insieme sarebbe stato più semplice. Veramente è semplicissimo: basta fare quello che vuole lui! Temo che dovrò farmene una ragione.” Sospirò e si strinse a lui, posando il viso sul suo petto. “A me basta che non torni al fronte, solo questo importa.”

 

«Allora è vero, siete tornati!»

Adam e Carol stavano cavalcando affiancati, a passo lento, in un viale in Hyde Park, quando udirono una voce familiare. Il cavaliere si era avvicinato e si era posizionato proprio tra di loro.

«Alastair! Che piacere vederti» esclamò Carol, sorpresa.

«Browning!» fece eco Adam.

«Buongiorno, miei cari. Sei una visione, Carol» disse il nuovo arrivato, ammirato.  

Carolyn aveva indossato il suo nuovo elegantissimo completo da cavallerizza, in velluto blu notte, la cui blusa aderente dall’alto colletto metteva in risalto il fisico slanciato. Completava la mise un minuscolo cappellino a cilindro ornato da una lunga sciarpa di seta bianca. Anche Adam era molto elegante: negli ultimi tempi era talmente dimagrito da essere stato costretto a rinnovare completamente il proprio guardaroba, così ora non sfigurava affatto accanto alla moglie, con una giacca blu dal taglio perfetto, la cravatta inamidata, i pantaloni da cavallerizzo di daino beige e stivali scuri lucidissimi. Gli stivali erano sempre stati la sua passione, l’unico vezzo nel vestire.

«Mi fa piacere rivederti, caro. Sempre sfaccendato?» celiò la giovane.

«E tu sempre con la lingua biforcuta. Devo occuparmi delle faccende di famiglia, io, mica posso permettermi di andarmene in giro a triturar francesi, come qualcuno di nostra conoscenza» scherzò e diede una pacca sul braccio a Adam. «Felice che tu sia tornato a casa tutto intero, amico» disse più serio, e si rivolse di nuovo alla ragazza: «Sei incantevole, il matrimonio ti si confà, dolcezza!» Scosse il capo. «Allora è proprio vero, che siete sposati! Come San Tommaso, se non vedo con i miei occhi non credo, anche se la vostra bravata mi è costata trenta ghinee.»

«Ancora questa storia? Fattene una ragione, Alastair» lo rimproverò Adam, sorridente.

«Perché dovrei? Era la scommessa più sicura su cui avessi mai puntato. Voi due. Sposati. Impossibile!»

«Perché, scusa?» domandò Adam, piccato.

«Tu non hai mai fatto mistero di non volere legami, anche se ho sempre pensato che da vecchio avresti cercato di accasarti per avere un erede. Ma lei, lei…» indicò col pollice la ragazza che stava ridendo sotto i baffi, «…proprio lei: è l’unica donna al mondo a cui veniva l’orticaria solo alla parola matrimonio. Io e Harry abbiamo pensato di scrivere un manuale, elencando tutti i modi che questa delicata fanciulla ha usato per tenere alla larga i pretendenti e tutte le frasi che ha inventato per rifiutarli.» Alastair e Carolyn stavano ridendo. «Le migliori sono quelle che hai usato con me» scherzò il giovanotto.

Adam si era irrigidito in sella e li stava osservando con il sopracciglio sollevato.

«No, no. Credo di aver dato il meglio con quel russo, diceva di essere un nipote dello Zar, che fanfarone borioso!»

«Il principe Nicolaj Igorevich Vattelapesca, era davvero uno dei nipoti della zarina e tu ti sei presentata a cavallo di Gemini con quella specie di gonna che usi per cavalcare, con i capelli sciolti, tutta scarmigliata, ti sei fermata a un passo da lui, sei balzata giù di sella, hai cominciato a strillare che la Russia è il posto più bello del mondo, che non vedevi l’ora di trasferirti, tu, i tuoi diciotto puledri, i cani, i gatti, con Cleopatra e Antonio, i tuoi due serpenti…» si fermò un attimo, ormai gli lacrimavano gli occhi dal ridere.

«Il pomeriggio stesso era già partito da Norwich alla volta di Londra» finì Carol.

«A me e a Harry basta dire Antonio e Cleopatra per sbellicarci, ancora oggi che sono passati quasi quattro anni: ci rallegra la giornata.»

«Con te non sono stata così cattiva» si difese Carol.

«No? Mi hai spezzato il cuore quando mi hai accusato di lussuria.»

«Non ti ho accusato di lussuria, stavo recitando la parte di Claudio che ripudia Ero sull’altare.»

«Oh, Ero, Ero, che saresti stata/ se avessi messo solo la metà/ delle grazie che mostri esteriormente/ nei pensieri e nei moti del mio cuore!/ Addio, dunque, bruttissima beltà!/ Addio, pura empietà, empia purezza!/ Per causa tua, chiuderò per sempre/le porte del mio cuore ad ogni amore,/ e sui miei occhi graverà per sempre/ il sospetto ch’ogni beltà di donna/sia un rischio da evitare,/ spogliandola così d’ogni attrattiva[1]» recitò Adam, che si stava sentendo un po’ escluso. «Sempre Shakespeare, Carol?»

«Sì, che volete, amo il Bardo: è fonte di ogni ispirazione. Non ti ho offeso, vero Alastair?»

«No, infatti te l’ho richiesto. Altre due volte.»

«Pensa che rischio, avrei potuto accettare.» Carolyn non aveva smesso di ridere.

«Il mio piano era di continuare a insistere fino alla resa, avresti accettato per sfinimento.»

Adam stava ascoltando quelle scaramucce con un sorriso ebete stampato in faccia, ma dentro stava ribollendo.

«Invece è arrivato lui… Chi poteva immaginare che voi due… insieme, la conosci da sempre e…»

«Veramente non ci eravamo mai visti» ammise Carol.

«No?!»

«Non è mai capitato…» ribadì Adam, evasivo.

«Strano… Bella bestia» osservò Alastair Browning, cambiando discorso, attirato dalla puledra bianca di Carolyn.

«Me l’ha regalata Adam» confidò la giovane, tutta soddisfatta. «Anche la sella, guarda che bella.» Quella mattina Adam le aveva fatto trovare Lady Snow montata con una sella di cuoio bianco con le impunture d’argento e il frustino en pendant, bianco, sormontato da un pomolo in argento raffigurante una testa di cavallo cesellata, un vero gioiello.

«È la prima volta che ti vedo cavalcare all’amazzone.»

«Infatti non sono capace.»

«Tu?»

«Sto facendo una fatica immane: stavamo rientrando.»

«Di già?» borbottò deluso Browning.

«Sì, questa sera verranno a cena Tristan e Harry, ti andrebbe di unirti a noi, oppure hai bisogno d’un invito formale? Se vuoi posso farti recapitare un biglietto» scherzò Carolyn con il vecchio amico. 

«Non occorre, verrò senz’altro.»

 

«Dovevi proprio invitarlo?» domandò Adam, una volta che Alastair Browning, dopo averli accompagnati per un po’, si fu congedato. «È una cena in famiglia, nient’altro.»

«Pensavo ti facesse piacere, credevo fosse uno dei tuoi più vecchi e cari amici.»

«Lo è. Ha iniziato con noi l’Accademia, ma ha lasciato dopo qualche mese. Era troppo dura per lui, è andato a piangere dal paparino» spiegò acido.

«Non sarai geloso di Alastair, vero?» chiese, stupita. «È tutto uno scherzo, non ha mai fatto sul serio con me» si giustificò la ragazza.

«Ah no?» rispose, scettico.

«No. Io ero solo una ragazzina, lui è più grande di me…»

«Siamo coetanei.»

«Ti stai sbagliando, credimi.»

«Sei davvero così ingenua, Carolyn?» La scrutò serio. «Oppure proprio non ti vedi?» Troncò il discorso e spronò Stargrey.

“Ohi, ohi! Mi ha chiamato Carolyn” osservò. “Quando mi chiama così è arrabbiato. Non è possibile che sia geloso di Alastair… o sì?”

«Sei sleale, Adam!» gli disse dopo aver arrancato per un po’ nel tentativo di stare al passo. Erano quasi giunti a casa.

«Perché?» domandò irritato, trattenendo le redini.

«Sul serio, non so cavalcare all’amazzone, faccio fatica a starti dietro. Poi sai bene che una signora non può galoppare.» Alla fine era riuscita a raggiungerlo e a strappargli un sorriso. «Forse, se montassi Stargrey, avrei qualche chances in più.»

«Non ti piace Lady Snow?» domandò, corrucciato.

«La adoro. È una campionessa» e sprimacciò la criniera del cavallo. «Ma Stargrey è insuperabile, fantastico, anche meglio di Gemini.»

«Carol, Gemini ha vinto Ascot.» Adam fece un sorriso di sufficienza.

«Lo so, l’ho preparato io» spiegò, tutta orgogliosa. “Bene, sono tornata Carol, forse gli è passata.” 

«Tu?» domandò, stupito. Carol annuì soddisfatta. «Perché dici che è meglio Stargrey? È più veloce?» Adam era molto interessato alla risposta. Carolyn, a Westbury, gli aveva dato prova di essere una cavallerizza formidabile e aveva cavalcato tutte e tre le bestie: ora voleva una sua opinione.

«No, non è più veloce di Lady Snow – li hai visti anche tu, a Westbury – e tantomeno di Gemini. No, però è più potente, più elastico e si piega meglio, in curva, voglio dire… Ha più resistenza, alla fine vincerebbe Stargrey.»

«Dici?»

«Ne sono certa.»

«Non credo che, proprio tu, non sappia cavalcare anche così.»

«Hai mai provato una sella da donna?»

«No e non ci tengo.»

Erano giunti a casa e davanti al portone li aveva raggiunti Colin, lo staffiere, per prendere i due cavalli. Adam era balzato giù di sella e si era affrettato ad aiutarla a smontare, afferrandola per la vita.

«A parte il fatto che mi viene mal di schiena perché sto tutta storta» continuò Carolyn entrando in casa, «poi non riesco a governare.» Era infervorata nella spiegazione, l’argomento la appassionava molto e Adam la stava ascoltando interessato. «Ho bisogno di sentirlo, il cavallo. Ho bisogno di conoscerlo» stava dicendo, «e l’unico modo è guidarlo con le gambe» spiegò ingenuamente, mentre salivano le scale per andare in camera a cambiarsi. «Stargrey è il miglior esempio: per lanciarlo bisogna stringerlo forte con le ginocchia e…»

«Beato Stargrey!» la interruppe Adam.

«Come, prego?» Carol si stava sfilando i guanti, si girò e si trovò faccia a faccia col marito, fermo un gradino più in basso che la guardava con un mezzo sorriso strafottente.

«Creatura fortunata: due anni stretto in mezzo alle tue cosce» le sussurrò sfrontato, certo di non essere udito che da lei.

Carol si bloccò, sgranò gli occhi. Proprio non riuscì a frenare la propria lingua e strillò: «Mascalzone!» Contemporaneamente, in maniera del tutto involontaria, la sua mano partì e schiaffeggiò la guancia del marito con un bel paio di lunghi guanti bianchi di morbido dainetto. Si bloccò, mollò la presa, le cadde anche il frustino che aveva sotto l’ascella, si tappò la bocca con una mano, si girò di scatto, ma fece in tempo a vedere il lampo assassino nello sguardo di Adam mentre raccoglieva platealmente i guanti.

“Scappa!” gridò Carol dentro di sé e si precipitò su per lo scalone, cercando rifugio in camera. Corse veloce, sollevando i lembi della gonna. Sentiva i passi dietro di sé. Entrò e fece per richiudere la porta, Adam ci mise il piede, la spalancò e la sbatté. Si precipitò verso la stanza accanto, ma lui la bloccò prima che potesse trovare rifugio nel suo spogliatoio.

«Sei in trappola!» ruggì, digrignando i denti. Adam si scostò un poco guardandola fisso, con uno sguardo perverso, battendo i guanti sul palmo aperto. «Ho raccolto il guanto della sfida» disse secco, sventolandoglieli davanti prima di lanciarli sul letto, insieme al suo frustino. «Accetto il duello! A me la scelta: arma, ora e luogo» continuò, asciutto. “Non ho mai affrontato un duello” si disse. “Negli ultimi giorni ci ho pensato più di una volta: be’, ecco qua l’occasione, così mi sfogo e impara.” 

«Armi? Che arma? …Arma da fuoco?» domandò Carol, balbettando preoccupata.

«Eh già, brava! Non sono mica matto: ti ha insegnato Simon a sparare.»

«Mi ha insegnato anche a tirar di scherma.»

«Oh, non ha importanza, ho tutt’altro in mente. Luogo e ora: qui, adesso!» dichiarò.

«E i testimoni?» chiese Carol, per prender tempo.

«Non credo che vorrai dei testimoni» e tirò su il sopracciglio in un’espressione diabolica.

«A… al…allora, che arma?»

«Corpo a corpo» rivelò. «Hai lanciato la sfida, non puoi tirati indietro.»

«No?»

«No» disse, categorico. Con una mossa rapida si piegò, l’afferrò all’altezza delle ginocchia, la sollevò, la scaraventò sul letto e le saltò sopra, bloccandole le braccia sopra la testa.

«Ahi, lo spillone!» Carol aveva ancora in testa il cappellino.

«Toglilo!» concesse Adam, che si era tirato su a sedere cavalcioni su di lei e si stava sfilando la giacca. Lanciò via la redingote che atterrò quasi indenne su una sedia. «Non voglio che tu ti faccia male.»

«Ah, no?» ribatté, sarcastica. Carol armeggiò sdraiata su un fianco per togliere il cappello, intanto tentava di disarcionarlo.

«Brava, puledrina, vediamo se ci riesci!»

“Puledrina?!” La rabbia della ragazza esplose: cominciò a scalciare, sbracciandosi e dimenandosi; riuscì solo a ritrovarsi pancia in giù. Ripeté l’assalto col bel risultato di tornare supina, con le braccia in alto e i polsi bloccati sopra la testa dalla stretta d’acciaio di una mano sola. Adam si abbassò, per rubarle un bacio, lei si voltò di scatto, una, due volte. Alla terza lei gli addentò il labbro.

«Ahi!» Adam si portò le dita alla bocca. «Intanto ti domo, bella puledrina!» Strattonò gli alamari e le aprì la giacca sul petto.

«Eh no!» scattò Carol, allarmata. «Non mi strapperai anche questo vestito» e riprese a dimenarsi come una furia, per scivolargli di sotto.

«Buona! Buona, puledrina, non scappare…»

Più lui la provocava, più la furia di Carol aumentava, facendola scalpitare. Riuscì a sgusciargli via.

«Intanto ti acchiappo!»

L’aveva riafferrata da dietro e si erano tirati su, sulle ginocchia. La stava tenendo ferma con un braccio intorno alla vita, sollevandole il volto con l’altra mano per raggiungere la bocca con un bacio. Carol cercò di afferrargli i capelli, ma erano ancora troppo corti e le dita non facevano presa. Sentì la sua mano agguantare il pube e stringerlo a coppa, allora iniziò a scrollare il capo, da una parte all’altra, ma Adam spinse più su le dita tra le gambe, più dentro, attraverso la stoffa. Lei provò a schiaffeggiarlo, all’indietro. Il solo risultato che ottenne fu di infiammarlo ancor di più. 

«Auff!» gemette Carolyn, arrabbiata ed eccitata. Rabbia, piacere e dolore si stavano confondendo dentro di lei, insieme alle dita che sfregavano il centro del suo piacere. «No, no, no, no!» urlava e smaniava nel tentativo di liberarsi, invece Adam con un’unica presa era riuscito a bloccarla, spingerla e sfregarla contro la propria erezione.

«Uhrrghh!» sbuffava la ragazza tra i denti, serrati in un morso che non riusciva a sferrare. Era matta di rabbia e la furia aumentava tanto più sentiva le dita insinuarsi dentro di sé.

«Sei arrabbiata, ma belle?» e intanto si strusciava contro di lei per darsi piacere.  «Dài, continua, intanto ti domo, puledrina selvaggia! So io come addomesticarti… ora ti cavalco!» La buttò di nuovo sul materasso, ben attento a non farla scappare. Sedersi su di lei a cavalcioni era il modo più semplice per imbrigliarla.

Più lei s’agitava e scalpitava, più l’eccitazione di Adam saliva. Quello che era iniziato come un gioco, una scaramuccia, stava diventando qualcos’altro, qualcosa di oscuro che lo stava facendo diventare folle di desiderio.

«Lasciami! Lasciami, ho detto!» Carol cercava di bloccargli le mani. Non si era fermata un momento, era esausta, ma continuava a dimenarsi, non riuscendo a sortire alcun effetto.

“Così eccitato, non sono mai stato. Lei riesce a scatenare i miei sensi, il mio cuore, la mia anima – sì, anche la mia rabbia – in un modo che non credevo possibile. Non riesco a dominarmi. Lei mi porterà alla follia!” Adam non voleva calmarsi e chiederle di togliersi i vestiti: voleva strapparli, per sedare solo un tantino la smania che lo stava bruciando, ma non voleva farle male… be’, forse solo un po’, quel pizzico di dolore che rendeva vivido il piacere e lo accendeva fino a scatenarlo nel modo più pieno. Faticava a gestire il respiro. “Nuda! Nuda! Subito!” pensò con urgenza e le lacerò la camicetta sul petto.

“Vorrei tanto piangere, di rabbia!” si disse lei, abbandonandosi sul letto. “Così se piango si pente di avermi… di avermi… avermi fatto… Fatto cosa? Cosa mi ha fatto? Perché sono tanto arrabbiata? Sono arrabbiata? Sì! Sì, perché non sono riuscita a… A far che?  Non sono riuscita a…batterlo, ecco!” 

«Ti arrendi?» le domandò, quando si rese conto che lei aveva smesso di scalpitare.

Lei non rispose.

«Ti ho fatto male?» Silenzio. «Sei arrabbiata?»

«Sì» sbottò. «Non voglio che mi strappi i vestiti!» gridò.

«Allora spogliati! Ti voglio nuda!» ordinò Adam eccitato.

 “Sono arrabbiata?” si domandò Carol. “Sono davvero arrabbiata perché non sono riuscita a batterlo?” Era una cosa assurda, impossibile, lo sapeva benissimo. “L’hai visto bene?” si chiese, osservando la stazza dell’uomo che stava torreggiando su di lei. “Sì, l’ho visto bene, benissimo! E oggi è così elegante e affascinante: è proprio attraente. Lui voleva solo fare… questo. Vuole sempre fare questo!”

No, Carol non era arrabbiata sul serio, ma non era nel suo carattere darla vinta a chicchessia, e quella mattina non l’avrebbe avuta vinta neppure lui, in fondo quello era un duello, o no? «No!» esclamò, più che altro per contraddirlo.

«Spogliati, ho detto! Non sono abituato a ripetermi. Spogliati! O faccio io…»

«Va bene!» sbottò la ragazza ed eseguì. Sbuffò e finì di togliersi gli abiti, in fretta, al centro del letto. Impiegò solo un po’ di più a slegare gli stivaletti. In un battibaleno era rimasta nuda a guardare lui che si spogliava, in piedi accanto alla finestra. Avrebbe combattuto, rifletté, ma con altre armi, le armi che stava imparando a usare…

«Sciogliti i capelli.»

Carol pensò bene di obbedire, sfilandosi le forcine dall’acconciatura mezza sfatta. I suoi lunghissimi boccoli multicolori le ricaddero fluenti sulle spalle.

“Brutto prepotente che non è altro!”  borbottò in cuor suo. “Be’ no, brutto, no! Ammettilo, Carolyn, ammettilo una buona volta: è bellissimo. Si sta togliendo la camicia: ha un fisico così… così… non mi stancherei mai di guardarlo: è proprio un bel vedere. Sì, il Tronco del Belvedere: enorme e perfetto. I suoi muscoli sembrano dipinti. Ma è vero oppure è stato scolpito da Michelangelo? Oh, Cielo, si sta togliendo le brache, smetti di fissarlo! Toh, se ne è accorto, ride! È inutile che ora abbassi lo sguardo. Che rabbia quando mi guarda così, lo fa apposta! Dove sta andando? Ah, chiude a chiave la porta. Eccolo che arriva. Io faccio finta di niente…”

Adam sorrise sornione mentre raggiungeva il centro del letto muovendosi sulle ginocchia. «Ora ti cavalco, puledrina.»

«Per piacere, vuoi smetterla?! Non lo tollero!»

«Oh, mi dispiace… puledrina. Vuoi cavalcarmi tu? Lo so che ti piace.»

«Sei un mascalzone!»

«Mascalzone? È un nuovo epiteto?»

«L’ho appena aggiunto all’elenco.»

«Perché, c’è ancora posto?»

«Vedrò di fare spazio, Milord.»

«Vieni qua!» ordinò sorridendole.

«No!»

«Ricominciamo?»

«Oh no, no» scosse il capo, allarmata.

«Allora vieni qui. Sdraiati! Allarga le gambe.» Carol eseguì. «Oh sì!» esplose Adam, invadendola. «Questo sì che è un affondo» e spinse dentro di lei, inchiodandola al materasso. «Touché, ma belle, touché» e si rigirò sulla schiena, portandola con sé.

«Vedi che sei sleale: avevi detto niente armi, invece tu hai la spada.»

Adam rise. «Ma che importa, hai vinto tu. Mi dichiaro battuto, ma belle. Battuto, battuto, battuto…» ripeté afferrandola dietro la nuca e affondando la lingua nella sua bocca. «Battuto… al mio primo duello! E ora fammi morire» le mormorò sulle labbra. «Cavalcami» sussurrò. «Mi ha eccitato sentirti parlare di come monti Stargrey, prima.» Rise. «Avanti, tirati su. Cavalcami. Stringi le cosce intorno a me. Stringimi i fianchi con le ginocchia, così! Guidami.» La muoveva avanti e indietro, strizzandole i glutei, agitandosi sotto di lei. «Ahi! Cos’è?» Qualcosa sotto le reni lo stava infastidendo. S’infilò una mano sotto la schiena e ne estrasse il frustino. «Ecco cos’era!» e lo abbandonò lungo il fianco. «Sono il tuo stallone, bella puledrina, il tuo stallone.» Ormai delirava, mentre Carol imbarazzata da quelle parole e dal fatto di essere così esposta ai suoi sguardi, a dimenarsi su di lui, nuda, in pieno giorno, si coprì il seno incrociando le mani sul petto. «Togli quelle mani. Voglio vederti» ordinò e piegò il braccio dietro il capo, sollevandosi per guardarla meglio. Carolyn aprì le mani, poi le riposò sopra ai suoi seni. «Ho detto: togli quelle mani!» Afferrò il frustino e le sferrò un colpetto sulle dita.

«Ahi!» strillò la ragazza e ritrasse le mani.

«Brava! E ora toccati!»

«Come?!»

Lui le mollò un altro colpetto, questa volta direttamente su un capezzolo. «Toccati! Lì!» e sfregò l’altro capezzolo con il cuoio del frustino. Carol, stizzita, lo afferrò per strapparglielo di mano, ma lui le allentò una sonora pacca sul sedere, così lei mollò la presa e cominciò a sfiorarsi i seni, piano.

«Massaggiali come farei io.» Carolyn esitava. Questa volta la staffilata le colpì una natica. Sussultò. Si sollevò, sfilandosi da lui. Le arrivò un’altra scudisciata, non forte, ma decisa. «Torna giù!»

Carol obbedì immediatamente. Si calò piano su di lui, con le mani posate sui suoi fianchi, accogliendolo dolcemente. Emise un lungo gemito.

«Utile, lo staffile» commentò Adam. «Ora toccati, sì, così. Brava. Sì, toccati e muoviti, più veloce, sì così. Ti piace?» sibilò tra i denti.

“Mi piace? Sì, mi piace. Da morire, ma non te lo dico. Nemmeno morta!” pensò infiammata, mentre ondeggiava su di lui accarezzandosi i seni eccitati. Fu colta di sorpresa quando le arrivò un’altra manata sul sedere.

«Perché?» domandò stupita.

«Rispondi!»

«No, non mi piace!» gridò. La staffilata la colpì dalla parte opposta.

«Ahi!»

«La verità! Guarda che ti sento. Lo sento se ti piace o no. E lo vedo!»

Carol non rispose: era di nuovo infuriata. Si sentiva umiliata e questo la faceva imbestialire ancor più perché aveva capito che… le piaceva. La eccitava essere alla sua mercé, tormentata da lui e da quelle piccole sevizie, che invece di provocarle dolore le concedevano un piacere insospettato.

Infiammata di rabbia e di desiderio, chiuse gli occhi, strinse i propri capezzoli fra le dita e prese a muoversi sempre più veloce, seguendo il ritmo di una cavalcata immaginaria. Non era più lì, su quel letto, chiusa in una stanza. No, era nell’aria e poteva quasi sentire il vento e una brezza spumeggiante avvolgerla tutta. Poteva quasi sentire la schiuma del mare, tra le gambe, e le onde vorticarle nel ventre con la loro effervescenza, a infrangersi dentro di lei. Il piacere, puro e cristallino, stava per arrivare.

«Eccola qua!» ruggì Adam, felice di averla risvegliata. «Eccola qui, la mia fata vogliosa! Ah, che spettacolo che sei, amore! Amore mio!»

«Fallo ancora… colpiscimi!» ansimò, con gli occhi sbarrati, stupita dalle sue stesse parole.

«No, basta.»

«Ti prego…» Gli prese la mano e la posò sul suo sedere. «Ti prego…» sospirò.

Adam le carezzò i glutei, poi le concesse uno schiaffo che riverberò in mille piccole scosse dentro il suo ventre e la fece dondolare, sopra di lui, regalando a entrambi un lampo di piacere.

«Ancora…»

«Ho detto “basta”. Non voglio farti male.»

«Non mi fai male, lo sai…»

«Sì, lo so, ma così io… Oh, alla malora!  Vuoi continuare o vuoi finire?»

«Continuare!» Non fece finta di non aver capito: quel gioco lo avevano già fatto, l’ultima notte a Westbury. Lui l’aveva portata sull’orlo del piacere più e più volte, fino a sfinirla ed era stato travolgente. Lungo e bellissimo. Sì, adesso lei voleva giocare.

«Allora alzati! Giù dal letto!» Carol obbedì.

La fece distendere sul materasso a pancia sotto, coi piedi a terra e il sedere all’aria.

«Magnifico!» Le carezzò le natiche, poi si piegò a baciarle, prima l’una, poi l’altra, sfregandole con le guance. «Il mio bonbon delizioso…» e, in ginocchio dietro di lei, seduto sui talloni, cominciò a colpirla con piccole sculacciate, anche tra le gambe, nella fessura.

«Ah! Sì, sì, ancora, ancora!» strillò Carolyn. Afferrò il copriletto e affondò il viso nella stoffa, per soffocarvi le sue grida di piacere. “Lussuria! Questa è solo lussuria” fu l’unico pensiero che riuscì a formulare nella sua mente ottenebrata.  “Le dita. Le sue dita sono dentro di me, le sento. E questo? La sua bocca, sento i suoi gemiti, mi sta leccando. Oh, che bello! È bellissimo, bellissimo… io, io… sto esplodendo! Oh no, si è fermato, proprio sul più bello… Non fa niente, mi darà di più. Lo so, lo so!” Stava attenta a non girarsi per non vedere e godere della sorpresa di un agognato regalo. “Ecco, il di più!” si disse quando sentì la staffilata pizzicarle le cosce e l’erezione farsi strada dentro di lei. Ma non era preparata a un simile assalto. Lui le aveva infilato un braccio sotto la pancia per sollevarla un po’ e le aveva posato l’altra mano sulla spalla per attirarla meglio a sé e guidare le sue cariche. Fu una tempesta.

«Ora ti domo io, puledrina scatenata! Dimmi che ti piace, dimmelo, dimmelo!» le ringhiò feroce, ansimando.

«Mi piace, mi piace» rispose pronta. «Ancora, colpiscimi ancora.»

Adam obbedì, non si fece pregare, si spinse dentro di lei e colpì, rispinse e colpì.

Carol non resistette oltre e si lasciò andare a un orgasmo sconvolgente, urlando a bocca spalancata con il viso premuto nel materasso. Oh no, non era finita! Lui non aveva finito, anzi, eccitato dai suoi spasmi accelerò ancora, solo un po’, solo il tempo necessario a farsi travolgere dal piacere. Tolse il braccio da sotto la pancia di Carolyn, le posò le mani sui fianchi, uscì da lei, si lasciò andare sfregando l’erezione sui suoi glutei e crollò su di lei abbracciandola stretta.

 

Si lasciarono scivolare per terra, ai piedi del letto, con la schiena appoggiata alla sponda, seduti vicini. Si guardarono. Carol arrossì, abbassò lo sguardo. Lui non glielo permise, le sollevò il mento con un dito, le sorrise prima di fondere le sue labbra con quelle rosse e carnose della moglie in un bacio appassionato.

«Ti ho fatto male, ma belle?» le domandò quando le loro labbra si furono separate.

«No, tutt’altro» confessò lei, scrollando il capo.

«Non ti farei mai del male» disse.

«Lo so» gli sussurrò guardandolo negli occhi. «E io non temerò mai le tue mani, mai!» Gliele aveva afferrate e se le era portate alle labbra. Strofinò il viso tra i suoi palmi, a ricevere una carezza. «Sei arrabbiato?»

«Perché dovrei essere arrabbiato?» domandò stupito.

Carol fece spallucce. Si abbracciò le ginocchia e vi appoggiò il viso. «Mi sembravi arrabbiato prima, poi ti ho schiaffeggiato.»

«Anche io» disse lui ridendo. «Ho appena fatto l’amore con la più bella donna d’Inghilterra, perché mai dovrei essere arrabbiato?» chiese e le carezzò una guancia col dorso delle dita.

«Non ti sembra di esagerare un poco» rispose lei, stizzita.

«No, è proprio così. Comunque tu hai il brutto vizio di non rispondere, Carolyn. Oppure giri il discorso. Che cosa ti frulla in testa?»

Carol attese un attimo prima di replicare. Inspirò. «Ti ho mancato di rispetto, non avrei mai dovuto colpirti… ti chiedo perdono. Io non so da che parte cominciare per essere una buona moglie» ammise, con tutto ciò che quella farse comportava.

«Una buona moglie? Io non voglio una moglie, non ho mai voluto una moglie. Io, voglio, te!» Le prese il volto tra le mani e la baciò con tutta la tenerezza di cui fu capace. «Tu chiedi perdono a me? Tu, ma belle? A me!» Scosse il capo sorridendo, incredulo. «Hai ragione, sai? Io sono un mascalzone e con te non faccio nemmeno lo sforzo di nasconderlo. Sai perché?»

«No.»

«Perché so che a te non importa. O sbaglio?»

Lei annuì. «È vero. E, a te, importa? Importa se sono così, se non sono come le altre?»

«Certo che m’importa, è per questo che ti ho sposato.»

«Io non cambierò.»

«Meno male! Io, nemmeno.»

«Lo so. E so anche che eri arrabbiato.»

«Ero.»

«Per via di Alastair?»

«Ha chiesto la tua mano! Tre volte! E non mi dire che era uno scherzo. Perdona la mia curiosità, ho bisogno di sapere: quante proposte di matrimonio hai ricevuto?»

«Questa è una domanda che dovresti fare a mio padre, credo che abbia compilato un elenco scritto» disse seria, «con data, l’offerta e tutto il resto.»

«Stai scherzando?»

«Sì!» Scoppiò a ridere. «Non ha scritto niente. Però ha ricevuto proposte di tutti i tipi, si sono presentati addirittura dei sensali. Credimi Adam» cercò di spiegare, «non sapevano neppure che faccia avessi.»

«Permettimi di dubitarne. Non è quello che ti ho chiesto: voglio sapere quanti lo hanno domandato a te personalmente.» Era di nuovo irritato. «Quante proposte di matrimonio hai ricevuto?»

«Vuoi sapere il numero delle proposte o solo quanti me l’hanno chiesto?»

«Quanti, Carolyn?!» Aveva alzato la voce, stizzito. “Quindi anche altri, come Alastair, gliel’hanno domandato più volte!” considerò, irritato. “Non si sono arresi al primo rifiuto!”

Carol cominciò a contare toccandosi i polpastrelli, quando passò alla seconda mano Adam la fermò stringendole le dita nel proprio pugno.

«Va bene, ho capito. In un altro momento mi dirai chi sono questi signori.» Era proprio meglio un altro momento, perché non voleva guastarsi una mattinata dall’esito tanto felice e inaspettato.

«Adam, sono la figlia del duca di Norwich, uno degli uomini più potenti del Regno e sono un’ereditiera: un connubio irresistibile.»

«Tu non ti vedi, vero? Penso che tu abbia un sacco di idee convenzionali su come dovrebbe essere una buona moglie, su come dovrebbe comportarsi una lady, su quali siano i canoni di bellezza. Tu pensi che Ruth Clark sia meglio di te e anche più bella solo perché i suoi lineamenti rispettano le proporzioni classiche. Magari sei convinta che pure la tua amica Mary sia meglio di te perché è mora con gli occhi celesti.»

«Mary è molto bella e, sì, ne sono convinta.»

«Oh, certo. Sai che ti dico? Sono contento, sono proprio contento, perché se solo tu ti rendessi conto di chi sei veramente, mi faresti vedere i sorci verdi! Be’, molto più di quanto tu me li stia facendo vedere ora» ammise.

«Io?! A te?! Sei veramente un mascalzone screanzato! E ti ricordo che nell’elenco delle mie proposte di matrimonio, il tuo nome non compare, se proprio vuoi parlare di sorci verdi!»

Adam rise. Gli era tornato il buonumore. «Ho fatto di meglio! Non mi pento di aver forzato gli eventi, ma belle, avrei potuto perderti… Avevo poco tempo: chissà se avrei avuto un’altra occasione.» Le sfiorò le labbra con un bacio. «Non mi pento di nulla, non sarei vivo, oggi.»

«Allora, amore mio, fammi il favore di restarlo, vivo. Fallo per me, evita una ricaduta: rivestiti.»

«Sempre al vostro servizio, Milady.» Balzò in piedi e cominciò a infilarsi gli stessi abiti.

Carol era rimasta seduta a terra, lui le afferrò un polso e la tirò su.

«Avanti, rivestiti anche tu, prenderai freddo. Io devo uscire, pranzerò al club, ho un appuntamento» le comunicò. «Sarò di ritorno nel tardo pomeriggio.»

«Allora a più tardi» lo salutò Carolyn, sulla soglia del proprio spogliatoio.

 

Aveva proprio bisogno di uscire, pensò Adam mentre annodava una nuova cravatta ben inamidata davanti allo specchio del suo camerino. Aveva un appuntamento, era vero, ma solo nel pomeriggio. Voleva passare un po’ di tempo con altri uomini, fare discorsi da uomini, sentire la loro opinione sugli argomenti più disparati, fumarsi un sigaro, magari. Voleva passare un po’ di tempo da solo.

No, la verità era che voleva allontanarsi da lei, mettere un po’ di distanza fra di loro.

“Non mi ha domandato niente: non le interessa dove vado, che cosa faccio?” rifletté.

«“Allora a più tardi”, ha detto» la imitò con una vocetta stridula e una smorfia davanti allo specchio mentre ritoccava la cravatta.

Arrabbiato? Certo, che era arrabbiato: Carolyn e Alastair! “Quante cose sa di lei? Quante cose hanno condiviso? E io a mala pena sapevo della sua esistenza… Ridono, scherzano… La trattano tutti con una tale confidenza! Ma ora lei è mia. Mia! Stasera Alastair se ne accorgerà.”

Doveva ritrovare il proprio equilibrio, perché desiderio e gelosia erano un connubio destabilizzante per lui che mai era stato scalfito da passioni tanto estreme, infatti anche quella mattina aveva esagerato: il fatto era che con lei non aveva limiti, perché Carol era… era così… così…

“Ah, ma le è piaciuto! Le è piaciuto eccome!” constatò uscendo di casa.

Sì, era meglio uscire, doveva pensare a qualcosa di diverso, qualcosa che non fosse lei. Se fosse restato a casa sapeva come sarebbe finita: l’avrebbe chiusa in camera fino alla sera. E lei non avrebbe potuto occuparsi dell’organizzazione della serata.

“Penseranno Norris e la signora Roderick ad aiutarla, io sarei solo d’impaccio” si disse. Non era suo compito occuparsi di servitù ed economia domestica, e poi erano tutti felici di farsi in quattro per la nuova contessa, l’adoravano tutti quanti. La signora Norris l’aveva addirittura ringraziato per averla sposata e condotta a Westbury!

“Come fa a pensare di non essere una buona padrona di casa?” si domandò percorrendo a piedi il breve tratto di strada che lo separava da Hyde Park, avrebbe raggiunto St James allungando un po’ il tragitto, ma gli piaceva camminare. “È sempre così amabile con tutti, anche con la servitù: è ferma, gentile e sorridente. Non avrei accettato neppure da lei che trattasse male la gente di Westbury: non sopporto quelli che trattano i sottoposti come spazzatura, come fosse tutto dovuto, solo perché sono al loro servizio. È la lezione più importante che ho imparato in Accademia, e con me anche Simon e David. Alastair no, lui è scappato!” si disse, mentre svoltava verso Grosvenor a passo rapido.

“Potrei evitare di camminare come se fossi in marcia con una bocca da otto sulla schiena, non mi corre dietro nessuno. Dovrei guardare le vetrine, piuttosto.” Voleva cercare qualcosa da regalarle. A Carol erano piaciuti i suoi regali; le erano piaciuti la sella e il frustino… Quello era piaciuto pure a lui…

Si guardò intorno, osservò le vetrine dei negozi, colorate dalle merci esposte, e i bottegai sugli usci che richiamavano clienti, proponendo ogni genere di allettanti novità a chi di passaggio. Un po’, Londra, gli era mancata, gli era mancata quella certa noncuranza dei drammi altrui che era propria dei suoi abitanti, prosperosi, indaffarati, concentrati a soddisfare chi reali bisogni, chi necessità imposte da desideri sempre nuovi, in un vorticare di vita che non aveva eguali. Gli erano mancati i colori, i traffici, gli era mancata quella sorta di buonumore che nel continente, stuprato dalla guerra, era solo il ricordo di un generoso passato.

“Dovrei scovare qualcosa di particolare, per lei” pensava, intanto il suo passo veloce dall’ampia e potente falcata lo aveva condotto a Piccadilly in pochi minuti. “Uno spartito, un libro… Ecco, sì, un libro” pensò trovandosi davanti le vetrine di legno scuro di Hatchards, la libreria dove si riforniva abitualmente. Entrò senza pensarci, gli venne incontro Mr John, che lo salutò cordialmente, felicitandosi del suo ritorno in patria: di solito il proprietario si occupava personalmente di lui, quando era in città, e non solo per via del suo lignaggio, ma perché Adam era uno dei suoi migliori clienti: anche se erano passati due anni, il libraio non aveva dimenticato che il conte aveva rimpinguato la propria biblioteca, a Westbury, con centinaia di nuovi titoli, e possedeva lì un conto sempre aperto per arricchire gli scaffali della sua dimora londinese.

«Vostra Signoria, posso consigliarvi qualche nuovo titolo che la contessa vostra moglie gradirà senz’altro» propose il libraio, che conosceva la passione per la lettura non solo del conte ma anche della sua giovane consorte.

«L’ultimo poema di Lord Byron… Il Corsaro, forse…» domandò Adam, era quello il titolo che stava andando a ruba in quei giorni. «Potrò ritenermi fortunato se riuscirò ad acquistarne una copia, per lei» disse e ammiccò allusivo al negoziante, sicuro che l’uomo ne avrebbe scovato un volume per lui.

«Vedrò che cosa posso fare, intanto abbiamo qui una selezione di pubblicazioni sulle vostre imprese, in Spagna, sono certo v’interesseranno.» Mr Hatchards indicò un ampio tavolo su cui erano ordinatamente esposte pile di riviste e libri che avevano come argomento Wellesley e la guerra nella Penisola Iberica. Adam diede una scorsa veloce alle molte notizie, false o gonfiate, pubblicate in pretestuosi libelli, dove i fatti erano riportati come se la guerra fosse stata un soggiorno di piacere in luoghi esotici e ameni; tra le tante, però, c’era anche qualche pubblicazione attendibile, anzi, troppo attendibile dal momento che certe notizie potevano essere trapelate solo grazie a qualcuno a conoscenza diretta dei fatti, come i pamphlet che aveva trovato a Westbury, sulla sua scrivania, acquisti e letture che testimoniavano quanto Carol fosse informata sulla vera realtà che lui e i fratelli avevano vissuto nella Penisola.

 Infastidito dalla maggior parte di quegli opuscoli, si diresse alla galleria dove ricordava si trovassero i saggi di economia e politica, così, sedotto dal profumo polveroso di carta e inchiostro, seguì i grandi scaffali di quercia ricolmi di libri, titoli e titoli che si succedevano ora in ordine alfabetico, ora disposti per autore; ne sfiorava le coste, dando una rapida scorsa, delizia per gli occhi, ascoltando distratto le vecchie travi di legno che scricchiolavano sotto i suoi piedi.

Fece un’incetta veloce di qualche titolo che lo incuriosiva e si diresse al bancone dove concordò la consegna, tranne il volume di Byron che voleva dare personalmente a Carol al suo rientro. “Potremmo leggerlo insieme, alla sera” si disse. “Magari a letto… A letto potremmo leggere Catullo, oppure Ovidio: la sua Ars Amatoria sarebbe l’ideale per spiegarle… Maledizione, Adam!” si ammonì. “Non riesci proprio a pensare a qualcos’altro?”

Ma come avrebbe potuto dopo quella mattina?

Dire che quella femmina gli faceva tremare le vene ai polsi era assolutamente riduttivo: lei lo stava intossicando! Non riusciva più a formulare un solo pensiero senza che lei se ne appropriasse, e come volevasi dimostrare era tornato immediatamente al suo chiodo fisso: “Sto così bene con lei, esattamente come con Simon” ammise a se stesso. Stava bene con sua moglie come con il suo migliore amico, perché lei era diretta, solida e forte come il fratello.

«Io che sto bene in compagnia di una donna» borbottò tra sé. “Eh sì, perché è simpatica e divertente almeno quanto Harry, ed è avventata e spontanea come Tristan” considerò, ma era anche raffinata, elegante nel portamento e arguta come la madre. “Gran bella donna, la duchessa, ancora oggi” continuò con i suoi ragionamenti.

“È colta come suo padre, e possiede la sua stessa visione del mondo: a volte mi sembra di parlare con il duca! E poi è bellissima… bellissima… bellissima.” Con il pensiero era tornato a poco prima, la rivide china sul materasso, pronta per accoglierlo… “Che visione! È possibile che una così sia mia?” si domandò, stranito; gli sembrava impossibile che una tale intesa, vagheggiata sì ma irrealizzabile, fosse toccata a lui. Invece quella che considerava utopia si era materializzata al suo fianco.

Avrebbe dovuto venerarla, guardarla dal basso, in ginocchio, e adorarla per la dea qual era. Non avrebbe dovuto contaminarla con le sue voglie, eppure non riusciva a resisterle: non riusciva a resistere a quel misto di ingenuità e signorile decoro che facevano sì che lei all’inizio fosse sempre reticente, frenata dalla severa educazione, per poi aprirsi come un fiore, seguendo un’indole libera e selvaggia quanto la sua, per concedergli ogni delizia. Con fiducia.

Doveva ammetterlo: era sempre troppo rude con lei, e subito dopo si sentiva in colpa.

Ma non voleva rinunciarvi. Il fatto era che gli piaceva comandarla. Ecco, sì: gli piaceva come Carol si piegava alla sua volontà!

Proprio lei, così libera e indipendente che accettava il suo giogo!

Fin dal primo momento si era imposto a lei, doveva ammetterlo. “Ha ragione Carol, non le ho fatto nessuna proposta” ricordò, intanto si era fermato ad aspettare che la strada fosse libera dalle carrozze in transito per attraversare. “Non so se oggi avrei lo stesso ardire, la stessa audacia, con lei: non sono più lo stesso uomo di allora” rifletté.

Però se non l’avesse sposata sicuramente sarebbe morto, lo sapeva perfettamente, perché lei non avrebbe potuto precipitarsi a cercarlo e non lo avrebbe curato. Sarebbe morto, solo, in quell’ospedale. Anzi, probabilmente sarebbe morto molto prima, se non avesse ricevuto le sue lettere, se nelle sue parole, tra le righe, Carol non avesse nascosto i suoi sentimenti per lui.

Aveva vissuto due anni nel rimpianto di non aver avuto anche una sola notte a disposizione per farla sua. Si stava però rendendo conto che era stata una grazia divina, perché se avessero consumato non avrebbe avuto la forza di partire. Se avesse avuto anche solo un assaggio di tutto quello che avevano sperimentato nel poco tempo trascorso dal suo ritorno, non solo avrebbe disertato, sarebbe tornato in Inghilterra… A PIEDI!

“Due anni di astinenza? Ne è valsa la pena!” pensò e salutò un conoscente sollevando il cilindro.

Si passò la lingua sulle labbra a cercare qualche residuo del suo sapore, ricordo tangibile dei momenti d’intimità appena vissuti. “Non le ho lasciato scampo, mai!” ammise. Lui era stato l’unico che fosse riuscito a domarla…

«Tu non chiedi: tu ordini» gli aveva detto lei. “E tu obbedisci, ma belle, e ti piace!” Che rivelazione! A Carol piaceva, altro che libertà!

“Non sei riuscita a disarcionarmi, bella puledrina, e io ti ho imbrigliato” pensò, tutto soddisfatto, entrando da Brooks’s.

 

 

[1] William Shakespeare, Molto rumore per nulla (atto quarto, scena I), Traduzione Goffredo Raponi (Tanto trambusto per nulla) – Progetto Manuzio, LiberLiber.it

VeloNero - Raffaella V. Poggi © 2014

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Commenti: 2
  • #2

    Luisa (lunedì, 03 settembre 2018 00:30)

    Capitolo travolgente. Ah quanto adoro i loro combattimenti a letto. Ahahahahahah.

  • #1

    federica (venerdì, 28 marzo 2014 17:09)

    Complimenti!! capitolo scorrevole e romantico
    con scena veramente hot......