Capitolo 6.

 

Lontano

 

da Westbury

 

 

 

6. Invito a cena.

 

 

 

    –  E’ davvero un po’ sleale –  pensò Carol. –  Se l’è  svignata lasciandomi qui ad occuparmi di questa faccenda a cui lui tiene tanto, tutto da sola. Beh, da sola, direi di no: hanno preparato tutto Mr. Norris e la signora Roderick. Ma io ho dovuto decidere la disposizione dei posti a tavola, le portate… –  ridacchiò tra sé  –… una fatica enorme! – 

 

 

 

  – Non mi sembra affatto piccola.  – Era ormai pronta e si stava aggirando per la casa, studiandone ogni angolo. –  Ha sei stanze, al piano di sopra. Due salottini, uno studio e la sala da pranzo. Certo manca un salone grande come quello dei miei… non avrà per caso intenzione di organizzare qualche grosso ricevimento? Dei balli? Allora sì che andrei nel panico! Non importa, non è un problema immediato: fra meno di un mese partiremo – si disse, un po’ più sollevata. –  Forse questa casa gli ricorda le sue passate avventure e non vorrà rammentare quello a cui a rinunciato col matrimonio. –  Panico e gelosia le provocarono una momentanea apnea. –  Speriamo che abbia davvero rinunciato, altrimenti io, io… Dov’è andato? Eh no! Non cominciare a torturarti per un nonnulla. Sarebbe stato davvero molto meglio non conoscere certi aneddoti sul suo conto – si disseCarolyn, che si era appoggiata allo stipite della porta per fare capolino nella stanza accanto. Si era ricordata della storiella delle due sorelle. Qualche anno prima, due sorelle, entrambe maritate, erano andate a far visita ad Adam nello stesso momento, all’insaputa l’una dell’altra. Adam era riuscito a scongiurare il disastroso incontro con grande destrezza, facendo transitare le due signore da una stanza all’altra ed allietando entrambe con notevole disinvoltura. Le avevano raccontato quella e molte altre bravate, non solo galanti, di colui che mai e poi mai avrebbe pensato sarebbe diventato suo marito. Un tipo così era davvero l’ultimo uomo al mondo che lei avrebbe immaginato al suo fianco.

 

  Osservò attentamente la disposizione delle stanze per cercare di capire come si fossero svolti i fatti, perché, non conoscendo la casa, non aveva capito la dinamica.

 

  – Il salotto, il salottino, poi la sala da pranzo e infine lo studio: sono tutte e quattro comunicanti, a formare una sorta di anello –  notò la ragazza.  «Ah, ora ho capito!» si disse, a voce alta.

 

  «Che cos’hai capito?» Adam era appena rientrato. Un valletto in livrea, che non aveva mai visto prima, gli aveva aperto la porta solerte, aveva preso guanti e cappello e gli aveva indicato dove avrebbe potuto trovare Sua Signoria la Contessa di Westbury. 

 

  «Buona sera» lo accolse con un radioso sorriso. «Sei tornato, finalmente!»

 

  «Ti sono mancato, ma belle?» le domandò speranzoso, felice di quell’accoglienza.

 

  «Un po’, anche se sono stata piuttosto impegnata.»

 

  «Vedo che hai qualche nuovo aiuto» ed indicò il domestico che si era opportunamente affrettato a scomparire.

 

  «Sì, Mr. Norris ha assunto alcuni domestici a giornata. Anche un cuoco. Francese. Uno chefff» specificò sorridendo. «Per poco non succedeva un disastro e saremmo stati costretti a servire agli ospiti stufato di patate…» ormai Carol rideva di gusto, «il mio stufato.»

 

  «Che cos’è successo?» domandò, contagiato dall’ilarità della moglie.

 

  «La signora Roderick e lo chef hanno litigato per il possesso della cucina. Monsieur Montsaint  ha minacciato di mollare tutto e Mrs. Roderick sbraitava di volersene tornare a Westbury.»

 

  «Come l’hai risolta?»

 

  «Ho assegnato al cuoco le portate principali ed ho pregato la signora Roderick di preparare la sua zuppa e quella torta alle nocciole che piace tanto ad Harry.»

 

  «Molto saggio e… che cos’è che avresti capito?» Le aveva riformulato la domanda, sospettando la risposta.

 

  «La disposizione» fece evasiva.

 

  «La disposizione» ripeté scettico. «Carol, non devi credere a tutto quello che quei filibustieri raccontano di me.»

 

  «A che cosa ti riferisci?» Fece l’indifferente.

 

  «Non far finta di niente…»

 

  «Audace!» concesse alla fine, sorridendo. «Audaci, anche le signore. Ma non avevano paura di essere riconosciute da qualcuno?»

 

  «Avranno preso delle precauzioni» disse, alzando le spalle. «Guarda, Carol, che non erano qui per me, per lo meno non entrambe» spiegò. «Una delle due era stata invitata da qualcun altro» cercò di giustificarsi.

 

  «Ed io conosco questo signore, vero?» Carol era divertita.

 

  «Forse…»

 

  «Si dice che tu te la sia cavata egregiamente anche da solo.»

 

  «Così si dice?»

 

  «Vox populi» confermò con un sorriso enigmatico. «Adesso è meglio che tu vada a prepararti, se non vuoi ricevere i tuoi ospiti così.»

 

  «Ti ho preso questo, in libreria: spero ti piaccia Byron.»

 

  «Oh grazie, Adam. “Il corsaro”! Comincerò a leggerlo nell’attesa» cinguettò entusiasta, infilando il naso tra le pagine nuove. «Adoro il profumo dell’inchiostro sulla carta fresca di stampa. Non devi farmi tutti questi regali, mi stai viziando» disse sollevandosi sulle punte per baciarlo su una guancia.

 

  «Abituati, perché viziarti e farti felice è il mio scopo nella vita» e, presole il viso tra le mani, si chinò a posarle un casto bacio sulle labbra.»

 

   –  E’ meglio che mi limiti, altrimenti non riuscirò a trattenermi. Che noia, al club. Sarebbe stato più piacevole restare a casa con lei. E’ proprio divertente. E’ deliziosamente spudorata. Stupenda. Hai visto com’è carina, pettinata così? –  si disse, indugiando in quel bacio più di quanto si fosse ripromesso.

 

  Carol aveva legato i capelli  in alto sul capo con un nastro rosso ciliegia, lo stesso colore dello scamiciato sull’abito panna.

 

  «Vai a preparati» disse allontanandolo da sé.

 

  «Potremmo leggerlo insieme» propose, trattenendosi ancora un attimo sulla soglia.

 

  «D’accordo. Darò solo una sbirciatina.»

 

 

 

  Dopocena i signori raggiusero quasi subito le dame in salotto, portandosi dietro i loro bicchieri di porto.

 

  Adam non voleva perdersi la compagnia e la visione delle due persone che amava di più al mondo, insieme. Probabilmente Anne e Carolyn stavano parlando di lui, non voleva lasciarsi sfuggire i loro discorsi. Infatti, mentre tutti gli altri si erano  accomodati, lui era rimasto in piedi ad osservare la situazione dall’alto.

 

  «Ci è stato riferito, cara, che tu oggi hai sedato una rivolta» fece Harry, nel tentativo di provocare la sorella.

 

  «Siete stati fortunati. Tu, meglio di chiunque altro, potrai spiegare quale rischio abbiamo corso stasera se non fossi riuscita a far venire a più miti consigli i due contendenti in cucina. Sareste stati costretti a cibarvi tutti del mio famigerato stufato» spiegò ridendo.

 

  «Oh no! Basta, per pietà!» esordì il fratello, portandosi la mano alla fronte. «A Portsmouth era Carol ad occuparsi di tutto, anche della cucina: ho mangiato lesso e stufato per quindici giorni.» Risero tutti.

 

  «Noi, per qualche giorno di più» fece Carolyn, per nulla offesa.

 

  «Non era male, specialmente alla fine» concesse Adam, intenerito. «Se sapeste che cosa abbiamo mangiato in Spagna…»

 

  «Non ho mai voluto indagare su che cosa Cochrane mettesse in quella sbobba» disse Tristan.

 

  «Io qualche sospetto ce l’avevo, ma ora siamo in presenza delle signore, non è il caso di scendere nei particolari.»

 

  «Sui Pirenei anche quella brodaglia immonda mi sembrava squisita, quando riuscivamo ad avere qualcosa da mettere sotto i denti» ricordò il giovanotto.

 

  «E’ stata molto dura, vero?» chiese Frederick Emery-Boyd.

 

  «Molto dura» rispose Tristan. Adam annuì.

 

  «E’ stato un brusco risveglio per te, amico mio» disse Alastair grave, rivolto a Tristan. «Così giovane, lontano da casa, dai tuoi… Anche per te, Adam, non deve essere stato semplice… lasciarla il giorno delle nozze.» Adam non rispose.

 

  «Io lo sapevo, sapevo che non vi sareste lasciati» si lasciò sfuggire Harry, che aveva inteso allentare una conversazione che si stava facendo pesante. «Ti ricordi, Carol, te lo dissi. Anzi, ci scommisi mille sterline. Dovresti onorare i tuoi debiti, sorella.»

 

  «Io non ho accettato la sommessa, non avrei avuto di che pagare. Hai fatto tutto da solo!» rispose seccata.

 

  «Sarò felice di pagare i debiti di mia moglie» intervenne Adam, sorridendo.

 

  «Scusate, non credo di capire» s’intromise Browning. «Che cosa state dicendo? Non era un matrimonio destinato a durare?!? Non so quali arti tu abbia usato, Adam, ma devi aver fatto qualcosa di eclatante, perché era impossibile che Carol avesse accettato!»

 

  «L’ho baciata in pubblico,» confessò, «da Almack’s, e poi dissi alle signore che ci avevano sorpreso che stavo suggellando un accordo, visto che Carol aveva appena acconsentito a sposarmi» spiegò, evitando di menzionare la lite che aveva preceduto il bacio. «Una delle signore in questione era Lady Handerton. Puoi immaginare in quanto tempo la notizia sia divenuta ufficiale.»

 

   «Allora è vero! Lei non ha acconsentito. La scommessa che io ed Abercrombie abbiamo depositato sul libro di White’s diceva che tu avresti chiesto in moglie Lady Carolyn Butley e saresti riuscito ad ottenerne l’assenso, testuali parole! Mi devi trenta sterline, caro.»

 

  «Io non ti devo niente. Devi proprio fartene una ragione, Alastair. Piuttosto valli a chiedere a…, chi era?»

 

  «Lord Abercrombie» rispose pronto Harry, pentito di aver fatto uscire quella storia.

 

  «Ecco, rivolgiti ad Abercrombie» ripeté sorridente e accompagnò le sue parole con il gesto della mano. –  Fattene una ragione, Alastair, lei è mia! –

 

  «Una storia davvero curiosa, Adam» osservò il Barone Emery-Boyd, divertito. «Nel tuo stile, direi. Ho capito perché Wellesley ti chiama “Rush”, l’audace.»

 

  «No, credo che Wellington mi chiami così perché sono sventato» ammise imbarazzato.

 

  «Il confine tra sventatezza ed audacia è alquanto confuso» disse Mary Hamilton, la fidanzata di Harry, che fino a quel momento era rimasta in silenzio, intimidita dalla presenza dell’incantevole Baronessa e interessata a conoscere quei particolari che l’amica mai le aveva confidato.

 

  – Non è stupida, –  pensò Adam osservando la ragazza seduta accanto a Harry, – in caso contrario non avrebbe potuto essere amica di Carol, né far innamorare Harold. –

 

  «Giusta osservazione, Miss Hamilton» approvò il Barone.

 

  «Io,» iniziò Tristan titubante, «io davvero non sapevo cosa pensare.» Il giovane parlava, guardando il bicchiere che aveva tra le mani, assorto. «Io ero presente, quella sera. Ero lì quando tu le hai fatto quella promessa, Adam.» Aveva alzato lo sguardo sul cognato. «E conosco lei, per questo ho pensato molte volte che tu ti stessi illudendo, quando passavi il tuo tempo a leggere le sue lettere o ti struggevi nell’attesa di sue notizie che tardavano ad arrivare. Ovvio, non sapevo cosa ci fosse scritto, ma sapevo per certo che tu non le rispondevi. Ero davvero convinto che tu fossi vittima di un’illusione a cui ti eri disperatamente attaccato, una ragione per andare avanti, dopo Badajoz.» Erano tutti ammutoliti ad ascoltare quelle confessioni e Adam si era spostato dietro a Carol, poggiando le mani sullo schienale del divano dove lei era seduta. «Poi l’ho vista. Ho visto i suoi occhi quando io ed Harry siamo arrivati a Westbury, a cercarti… quando ha capito che eri dato per disperso.»

 

  «E’ vero» confermò Harry. «Rimasi sconvolto vedendo il suo sguardo disperato.» Anche Norris, l’anziano maggiordomo, si era fermato ad ascoltare, indugiando nella preparazione delle tazzine per il caffè.

 

  «Non so quando sia nato, perché ero lì, dal primo incontro alla partenza, e so, almeno per quel che concerne mia sorella, che non c’era… non so come abbia fatto a crescere nella lontananza, ma so per certo di non aver mai veduto un sentimento più tangibile ed evidente del vostro amore» espose Tristan, finendo con un sospiro.

 

  Adam stava stringendo le dita che la moglie gli aveva offerto sollevando il braccio per cercare un contatto. Gli occhi di tutti i presenti erano puntati su di loro e ascoltavano ammutoliti.

 

  Tristan riprese: «Credo che tu sappia chi sia tuo marito, Carolyn, altrimenti non gli avresti concesso il tuo cuore: lui è proprio come te - i principi prima delle buone maniere - ma non credo davvero che tu sappia che grande uomo sia. Mi ha insegnato tutto, come si comanda e come si obbedisce: sono il suo attendente, eppure mai ha preteso da me o da altri che gli facessimo da servi. Ci ha guidati, non dall’alto, in sella ad un cavallo, ma marciando a piedi, con noi, regolando il passo. Ha diviso fra tutti le derrate destinate agli ufficiali ed ha dormito per terra, insieme agli altri. Non puoi sapere che grande soldato lui sia. Non ascoltare chi dice che è uno scriteriato, non è così: ci ha sempre portati in salvo, anche nelle missioni  più rischiose…»

 

  –  Missioni rischiose? ­–  In Carol risuonò un campanellino. –  Avanzamenti di grado, medaglie, missioni rischiose… non sarà che… – Se i suoi fratelli non avessero parlato con lei tanto apertamente, anche di fatti di guerra, in quel preciso momento non avrebbe capito la gravità di quelle parole. – Forse sarebbe meglio vivere in quel limbo di beata ignoranza, dove vengono relegate tutte le signore della buona società, piuttosto che logorarsi nell’attesa, ma non è possibile che sia stato tanto sconsiderato… oppure sì? – Carol doveva sapere! «Voci? Di quali voci stai parlando, Tristan?» domandò, interrompendo il fratello.

 

  «Noi sapevamo che con lui non era una “vana speranza”, ma la certezza del successo» rispose Tristan, che aveva alzato lo sguardo sul cognato. «Sempre con te, mio capitano!» e rifece il gesto che si erano scambiati Adam ed il sergente-maggiore Hopkins, battendosi due volte il pugno sul petto. 

 

  «Cosa?!?» strillò Carol. Scattò in piedi e si voltò per guardare negli occhi il marito. «Hai guidato una Forlorn Hope nella Penisola Iberica, Adam?» diede voce ai suoi sospetti.

 

  «Una?» fece eco Harry, sollevando le sopracciglia in segno di disapprovazione.

 

  «Più di una?» le uscì dalle labbra solo un flebile sussurro.

 

  «Due» ammise Tristan.

 

  «Con Giava fanno tre» aggiunse Harry.

 

  «Tre?» mormorò Carol, guardando il marito, poi si voltò: «E tu, Tristan?»

 

  «Una volta sola. A Burgos. Non sono riuscito ad impedirglielo» spiegò Adam che aveva ritrovato la parola.

 

  «Non credo d’aver capito» disse Lady Anne Emery-Boyd, improvvisamente pallida. «Forlorn Hope? Che cos’è una Forlorn Hope?»

 

  «E’ una missione pericolosissima dagli esiti quasi scontati, una “vana speranza” appunto,» spiegò il marito, «affidata esclusivamente a volontari votati a…» lasciò in sospeso l’ultima frase.

 

  «Adam…» mormorò la sorella spaventata, «…perché?»

 

  Adam non rispose.

 

  La signora non riuscì a nascondere il proprio turbamento, era sul punto di piangere. Non le importava, in quel momento, che il vero legame che la univa al Conte di Westbury venisse svelato. Forse gli amici del fratello già sapevano che lei era la figlia illegittima e segreta che la loro madre aveva concepito giovanissima, concedendosi ad un lontano cugino. Non le importava null’altro che sapere perché, il suo amatissimo fratello, avesse fatto una cosa tanto avventata: aveva forse pensato di essere solo? «Perché» richiese.

 

  «A me non interessa il perché» gemette Carol con gli occhi sbarrati. «Non hai pensato - entrambi, non avete pensato» si era voltata verso Tristan, «al dolore di chi era qui a pregare e sperare nel vostro ritorno? Non era abbastanza, per voi, il rischio quotidiano di vivere in mezzo alla guerra?»

 

  Adam lesse il biasimo e lo sgomento sul volto dei suoi ospiti, persino Mr. Norris lo stava guardando con disapprovazione e sofferenza. Doveva trovare il modo di uscire da quel momento imbarazzante, visto che non aveva nessuna intenzione di rispondere.

 

  Gli venne in aiuto il suo vecchio amico Alastair. «E’ molto divertente vederti  messo alla gogna, amico mio, potrei prenderci gusto, ma vi interrompo solo un attimo per riferirti, prima di dimenticarmi un’altra volta, che proprio ieri sera mi è sembrato di vedere in città David Baxton. Volevo dirtelo questa mattina, mi è passato di mente.»

 

  «E’ tornato in Inghilterra?» domandò. – Tutto sommato sono proprio contento che Alastair sia qui, stasera. –

 

  «Sì, ho saputo che il Duca di Ragland ha fatto in modo di far cadere le accuse nei confronti del figlio. Chissà come mai!» fece Browning, sarcastico.

 

  Furono tutti felici di cambiare discorso e Carolyn ricacciò indietro la malinconia, nascondendola, per il momento, dietro al suo sorriso. 

 

 

 

  Carol aveva appena finito di prepararsi per la notte, rientrò in camera. Adam non c’era ancora.

 

  Prese dal comodino il candelabro acceso e si diresse al fondo della stanza, dove giaceva il vecchio baule del marito.

 

  –  Devo assolutamente leggere le lettere che mi ha scritto –  e, aperto il coperchio, cercò di forzarne il doppiofondo dove lui leaveva riposte. Si sedette sulle ginocchia, posò le candele ed armeggiò per un po’ senza riuscire ad aprire l’intercapedine. L’occhio le cadde sulla stoffa rossa della giacca. Quella doveva essere la divisa da marcia. La prese tra le mani e cominciò ad esaminarla, a passare le dita sulla stoffa lisa sui gomiti, sfiorò i rammendi grossolani fatti da mani d’uomo. La tirò su e la espose alla luce, per verificare la corrispondenza delle cuciture con le cicatrici che segnavano il suo corpo. Non resistette oltre e scoppiò a piangere, soffocando i singhiozzi nella stoffa, disperata.

 

  Non si rese conto della sua presenza finché non sentì che la stringeva a sé e la cullava dolcemente nel suo abbraccio.

 

  «Ssh… ssh… non piangere per me. Non piangere amore, amore mio» le sussurrava, baciandole i capelli, ninnandola ritmicamente e carezzandole le gote bagnate di lacrime. «Non piangere più per me. E’ finita: è finita!»

 

  «Stavo cercando le tue lettere» si giustificò tra i singhiozzi. «L’hai…l’hai fatto per me?» riuscì a chiedere.

 

  «Fatto cosa?»

 

  «Le Forlorn Hope.»

 

  «Che cosa stai dicendo?»

 

  «L’hai detto tu. Hai detto che sarebbe stato meglio che tu fossi morto» riprese a singhiozzare.

 

  «Quando ti avrei detto un cosa del genere?»

 

  «Quando mi raccontasti di Clark e di Badajoz. Dimmi: l’hai fatto per lasciarmi libera?»

 

  «No!» rispose troppo deciso. «No! E neppure per il senso di colpa. Anche se avessi voluto farla finita - e ti assicuro che non ho istinti suicidi - mai e poi mai avrei messo a repentaglio la vita dei miei uomini. Mai!» spiegò e Carol sembrò convincersi. «E poi ho cominciato a ricevere le tue lettere…»

 

  «Allora… perché?» ansimò, scossa da violenti singulti, stretta fra le sue braccia.

 

  Adam lo disse sottovoce, all’orecchio, cosicché il pianto non coprisse il suono della sua voce, scandendo le parole: «Perché io lo so fare!»

 

  «Che cosa significa, lo so fare? E’ solo fortuna!» sbottò, arrabbiata. «Riuscire ad evitare che ti sparino addosso, è solo una Grazia divina!»

 

  «Non posso negare che il Signore mi abbia sempre protetto, ma io… come spiegarti… Sai nuotare?» le domandò. Gli era venuto in mente un esempio.

 

  Lei annuì.

 

  «In mare?»

 

  Carol scosse il capo.

 

  «Quando mia madre cominciò a star male il medico disse a mio padre che l’aria marina era l’unico rimedio, così acquistò per lei un cottage vicino a Weymouth. Passammo molto tempo lì, io, mia madre ed Anne. Il mio passatempo preferito era fare il bagno, soprattutto quando le onde erano più alte.»

 

  «Stai cercando di dirmi che ti piace il pericolo?»

 

  «No. Voglio dirti che il pericolo bisogna conoscerlo. Se aspetti l’onda nel momento in cui s’infrange sulla battigia, ti travolgerà, verrai trascinato via e scaraventato sulle rocce, ma se l’affronti, avanzi, l’aspetti nel punto giusto, la domerai, tuffandotici dentro. La stessa cosa negli assalti. Ho scelto io quelle missioni perché ero certo di riuscire, anzi, ho valutato che era meno rischioso attaccare nel momento giusto, nel luogo giusto, di sorpresa, piuttosto che attendere il fuoco del nemico. Per me una battaglia è come una partita a scacchi di cui riesco a prevedere ogni possibile mossa, calcolarne l’esito, vedere gli ostacoli e trovare il modo per superarli nella frazione di un secondo. Lo, so, fare. Non sono così ambizioso, o peggio, scriteriato da mettere in gioco la mia vita e tanto meno quella di uomini che mi avrebbero seguito ovunque.» 

 

  «Io continuo a non capire» fece Carolyn che, anche si era calmata un pochino, non aveva smesso di piangere.

 

  «Alziamoci di qui» propose il marito.

 

  «No. Voglio le tue lettere, le mie lettere!» frignò. Adam aprì l’intercapedine del baule e ne estrasse un portadocumenti di cuoio, lo diede a  Carol che lo strinse al petto. Poi prese la moglie in braccio e la fece coricare a letto.

 

  «Le leggerai domani» ordinò. Le tolse il portacarte dalle mani e ne cadde una custodia che Carolyn riconobbe immediatamente, nonostante il velluto damascato che la ricopriva fosse ormai consunto.

 

  «Come fai ad avere questo?» domandò la giovane, mentre apriva l’astuccio che conteneva un suo ritratto a sedici anni. Dentro c’era la ciocca che lui le aveva chiesto prima di partire, legata da un filo rosso. «Perché Simon lo ha dato a te?»

 

  «Serviva più a me che a lui, ti sembra così strano?»

 

  «No,» balbettò, «ma…» e gli consegnò anche quello.

 

  Adam prese un fazzoletto e si sdraiò accanto a lei. Le asciugò il viso, le soffiò il naso come ad una bambina e le fece poggiare la testa sul suo petto.

 

  Carol tirò su col naso, si fece coraggio e gli fece la domanda che la stava torturando: «Hai bisogno di denaro? Harold mi ha detto che papà non ti ha ancora trasferito la mia dote. Perché non chiedi a mio padre ciò che ti spetta?»

 

  «Non abbiamo bisogno di quel denaro» rispose semplicemente. «Perché pensi che ci troviamo in ristrettezze?» Le aveva tirato su il mento per guardarla in viso.

 

  «Gli Howard ti hanno rubato una cifra enorme e…»

 

  «Carol, per me non è una cifra enorme. Ho sempre chiuso un occhio sui “prelievi”, chiamiamoli così, di Mr. Howard: io ero via e lui non ne aveva mai abusato. In questi due anni, però, lui e suo figlio hanno perso ogni freno e, se non ci fossi stata tu, la nostra gente si sarebbe davvero ridotta alla fame. Mi dispiace, mi dispiace tanto che tu abbia dovuto affrontare tutto questo da sola.» Le depose un bacio sulla fronte. «Non capiterà più: oggi ho dato disposizioni alla banca. Hai accesso illimitato a tutti i beni, basta che tu ti rivolga a Sir Milton dell'ufficio legale Milton & Tilbury. Lui mi ha detto che  ti conosce, è amico di tuo padre. E’ stato proprio tuo padre ad indirizzarmi lì quando divenni conte: sono loro che gestiscono il capitale. Noi non abbiamo bisogno del denaro di tuo padre.» 

 

  «Ma è mio di diritto! Anzi è tuo, come sarà tuo il vitalizio che zia Maggy mi ha destinato… e la casa di Bath! Questo dice la legge» fece Carol decisa, scossa ancora da un sospiro involontario causato dal pianto. 

 

  «Quelle sono cose tue, ne farai ciò che vorrai. Ti ripeto, noi non ne abbiamo bisogno» e le sussurrò all’orecchio l’importo del suo intero patrimonio. 

 

  «Oh, Giusto Cielo! Sei più ricco di mio padre!» strillò stupita, sollevando il capo per guardarlo in faccia.

 

  «Sono? Siamo, semmai! Non ho la più pallida idea di quanto dispongano i Norwich e non m’interessa proprio, ma tu hai quattro fratelli e quel denaro può servire più a loro che a noi.» Le baciò la punta del naso. «Carolyn, tuo padre ha fatto tantissimo per me e mi ha già dato il suo bene più prezioso.»

 

   Ma il pensiero di Carol era sempre lì… «Allora, se non è per denaro, perché combatti? Non sei un figlio cadetto come Tristan e non hai neppure le stesse motivazioni di Simon, che lo fa per papà. Tu sei il Conte di Westbury! Sei l’ultimo discendente di un’antica stirpe, tanta gente deve a te il suo benessere… io davvero non capisco» disse guardandolo fisso a cercare la risposta nei suoi occhi.

 

  Adam attese un attimo prima di rispondere, stava raccogliendo le idee. «Un mese dopo la morte di mia madre, mio padre pensò bene di spedirmi a Woolwich, all’Accademia. Dire che fu un brusco risveglio è un eufemismo, non per lo studio o  gli addestramenti, ma perché ci trovammo ad affrontare dei soggetti terrificanti, cadetti dell’ultimo anno, spalleggiati da un istruttore. Se la presero subito con noi, con me, tuo fratello e David Baxton, tutti e tre eredi al titolo - anche Alastair ne fece le spese, ma scappò quasi subito, andando a piangere dal paparino che lo trasferì a Eton.»

 

  «David Baxton era il delfino dei Ragland?» domandò stupita.

 

  «Allora sì, lo zio designò lui come erede al titolo. Lo conosci?»   –  Eh no, eh! Anche David la conosceva? Solo io non l’avevo mai vista? – 

 

  «No. Lo conoscevo solo di nome, dai racconti di Simon. Non l’ho mai incontrato,  come te, del resto.»

 

  –  Ah, meno male! –  si disse Adam, sollevato.

 

  «Si accanivano su di voi per invidia?» 

 

  «Sì, credo proprio di sì, soprattutto contro Simon e David che nell’aspetto erano ancora due bambini e non reagivano. Calci, pugni e botte. Io provavo a difenderli e mi ribellavo, sempre, così finivo nei guai con gli istruttori e gli insegnanti, mi schiaffavano in una cella, nelle cantine, rinchiuso anche per giorni, ma le botte e la cella erano meglio delle “punizioni” che i cadetti anziani inventavano per tormentarci. Si facevano servire come fossimo i loro schiavi…»

 

  «E’ per questo che non hai un valletto di camera?» lo interruppe Carol.

 

  Lui annuì. «Non sopporto di essere vestito, servito e riverito: posso farlo da solo.»

 

  «Anche Simon, ma non ne conoscevo il motivo.»

 

  «Solo tu puoi occuparti di me.» Le accarezzò il viso, sorridendole.

 

  «Continua» lo incalzò, non gli permise di sviare il discorso.

 

  «Quei soggetti escogitavano ogni genere d’angherie,» riprese, «anche le più umilianti e schifose e aumentavano sempre d’intensità fino al punto di…» si fermò prima d’entrare nei dettagli. «Una notte ci svegliarono, ci legarono, ci bendarono e ci portarono fuori, in aperta campagna. Lì eravamo lontano, nessuno degli adulti poteva vederci, non c’erano testimoni… Non sto a spiegarti le loro intenzioni… ma non sapevano con chi avevano a che fare. Eravamo tre contro otto e anche noi non avevamo testimoni. Hai mai visto tuo fratello arrabbiato?»

 

  «No, ma ho visto te. E vi ho visto battervi.»

 

  «Da me se lo aspettavano, ero quasi come ora, ma da loro due no e non sapevano fino a che punto fossimo addestrati. David, poi, possiede una forza strepitosa. Li disarmammo…»

 

  «Erano armati?» fece allarmata.

 

  «Coltelli. Anche Simon era armato, aveva un tirapugni con la lama sul dorso…»

 

  «Sì, lo so, non se ne separa mai.»

 

  «E per fortuna! Fu lui che riuscì a liberarsi per primo con quell’arnese, durante il tragitto. Non si accorsero che eravamo tutti e tre slegati quando arrivammo in quel luogo. Li cogliemmo di sorpresa e, spalla a spalla, gli demmo una lezione che non hanno mai più scordato. Non ci hanno più neppure guardato, fino alla fine dell’anno.»

 

  «E’ una storia molto avvincente, ma questa volta sei tu che non rispondi.»

 

  «Ti sto rispondendo: mio padre ha cominciato ad interessarsi a me solo quando sono diventato più alto di lui, prima mi rivolgeva a malapena il saluto, e subito dopo il funerale di mia madre mi ha cacciato in quell’inferno, pensando di fare il mio bene. Terminai l’Accademia e mi arruolai davvero, volevo sfidarlo. Quando gli comunicai che ero stato destinato a Gibilterra litigammo pesantemente, per me fu una grande soddisfazione.»

 

  «Immagino! E’ davvero così soddisfacente mettere a repentaglio la propria vita per una ripicca?» domandò Carol, con tutta la sua disapprovazione.

 

  «Detta così…» cercò di giustificarsi, mortificato.

 

  «Se non sbaglio tuo padre è morto quando eri a Gibilterra.»

 

  «Sì, ma ci eravamo riappacificati. Tutto sommato era un brav’uomo, un signore di campagna, ma un buon uomo» concluse con rimpianto. «Probabilmente me ne resi conto al processo di David, ma quel giorno, seduto accanto a me e a Simon, in tribunale, c’era tuo padre, non il mio. Tuttavia, davanti allo spettacolo di quella canaglia di Lord Charles Baxton che ha buttato alle fiere la vita di suo figlio per rubargli il titolo e al vita, mio padre non mi sembrò poi così male.»

 

  «Ero piccola, ma ricordo qualcosa di quella brutta storia. Simon fu molto toccato da quella vicenda.»

 

  «Anche io.»

 

  «David Baxton uccise il Duca suo zio, se non sbaglio.»

 

  «Sbagli! Fu accusato di averlo ucciso, probabilmente fu un incidente, ma in quel modo suo padre poté diventare duca al posto del figlio. Anche tuo padre si era convinto della sua innocenza, però non riuscì a far nulla contro i Baxton. David fu deportato, aveva diciassette anni. Dissero che era morto durante il viaggio. Non so bene come sia andata, non me lo ha mai raccontato, ma lo ritrovai in India.»

 

  «Ora è tornato?»

 

  «E’ ciò che sostiene Alastair. Adesso David è ricco e i Ragland hanno bisogno dei suoi soldi, così il padre, nello stesso modo in cui lo fece condannare, lo ha fatto scagionare per riaverlo in Inghilterra.»

 

  «Scusami, ma era quella la voce che circolava sul suo conto. Era quello che emerse dal processo: fu un fatto molto grave.»

 

  «Tu dai sempre ascolto a ciò che dice la gente?»

 

  «Qualche volta. No» ammise poi scrollando il capo, finalmente sorridente. «Mio padre me lo ha espressamente vietato ed io obbedisco sempre a papà» scherzò.

 

  «Tuo padre è un grand’uomo. Vorrei essere un padre come lui per i miei figli. Vorrei esserci per loro, come il Duca è stato presente nella vostra vita. Voglio tirar su dei figli come i suoi.»

 

  «Non sarà che mi hai sposato per via di mio padre e dei miei fratelli?» 

 

  «Lo confesso, la tua famiglia è una delle tue molteplici attrattive» rise.

 

  «Sono contenta che ora tu ne faccia parte.» Gli sfiorò le labbra con un bacio, poi appoggiò le braccia incrociate sul suo petto e il mento sulle mani per guardarlo in viso. «E ora l’ultimo tassello: perché non hai smesso, alla morte di tuo padre?» gli domandò, guardandolo dritto negli occhi. Quello era davvero l’ultimo tassello che le mancava per completare il mosaico e comprendere fino in fondo  quell’uomo così complesso, che era tutto e il contrario di tutto.

 

  «Non è che ti concedano il congedo da un giorno all’altro, avevo preso un impegno e dovevo portarlo fino in fondo. Poi non è che mi allettasse molto richiudermi a Westbury e neppure la vita mondana di Londra mi ha mai attirato, era più divertente la compagnia dei miei amici, girare il mondo e il rischio, tutto sommato, mi attirava. Ho desiderato smettere solo quando ho incontrato te. Partire fu un tormento. Sono stati due anni di dolore. Non c’era più niente di divertente, solo rimpianto per ciò che avevo lasciato e non avevo ancora vissuto.  A noi, laggiù, non era concesso neppure di godere dei tempi morti tra una campagna e l’altra, perché ci venivano affidate sempre nuove ricognizioni. Ma relegato in quell’inferno, ho capito. Ho capito perché dovevo farlo e farlo al meglio.»

 

  «E perché?» Carolyn aveva ricominciato a piangere, sapeva che cosa le avrebbe risposto.

 

  «Per te.» Lei aveva nascosto il viso nel suo petto per distogliere lo sguardo pieno di lacrime. «Per difendere te, la nostra casa, la nostra vita. Le loro idee di libertà, giustizia ed uguaglianza sono bellissime, ma il modo in cui le impongono a tutti, al loro passaggio, no! No di certo. Dovevamo fermarli nella Penisola Iberica, perché noi saremmo stati i prossimi. Quegli uomini non si sono fatti scrupolo di prendere tutto quello che hanno trovato sul loro cammino e rubare tutto ciò che piaceva loro e tu… sei troppo bella…» Le sollevò il mento con le dita per darle un bacio, un lungo, lunghissimo bacio.

 

 

 

  Adam aprì gli occhi infastidito da un raggio di sole. Era mattina già da un po’ e stranamente stava ancora dormendo. Aveva faticato a prendere sonno, aveva atteso che Carol si fosse calmata, lei si era addormentata sul suo petto con il respiro scosso da sporadici singhiozzi, così non aveva assunto la dose serale del suo sonnifero preferito e i suoi pensieri avevano cominciato ad accavallarsi, seguendo il filo dei ricordi. Ora che si era svegliato, aveva voglia. Ma il letto era vuoto. Diede un’occhiata circolare, non c’era traccia di Carol. Poi sentì il frusciare della carta, strisciò dall’altra parte del letto e spiò giù dal materasso: lei era seduta per terra, nascosta alla vista dalla sponda alta del letto, china sul portacarte e stava leggendo alla luce del mattino quelle lettere mai spedite, assorta.   

 

  «Vieni a letto!» ordinò, cogliendola di sorpresa.

 

  «No, sto leggendo e poi devo andare: tua sorella verrà a prendermi… che cosa stai facendo? Smettila!» brontolò. Adam aveva infilato le mani dentro la scollatura della camicia da notte per carezzarle i seni nudi e si era sporto a baciarle il collo.

 

  «Vieni su» la esortò. «Ti dico io cosa c’è scritto.»

 

  «Qui non c’è niente di compromettente» osservò, sventolando il foglio. «Potevi tranquillamente inviarmele».

 

  «Compromettente? In che senso, compromettente? Non ho mai detto che ci fosse qualcosa di compromettente. Poi, più compromesso di così: ti ho sposato!»

 

  «Che cosa vorresti dire, che è stata colpa mia? Stai insinuando che ti ho costretto a riparare?» Stizzita, si era tirata su in ginocchio per guardarlo in viso.

 

  «Eh sì, sei proprio bellissima quando sei arrabbiata. Vieni qua, tesoro, mi piace da morire far l’amore quando sei infuriata.» La fece salire sul letto. «Tu, mi piaci da morire… questo ti ho scritto.»

 

  «Non l’ho letto» disse imbronciata, ma si era rasserenata un po’. «Beh, avevo appena iniziato la seconda…»

 

  «…lì, verso la fine, c’è scritto che non avevo mai veduto nulla di più bello di te all’altare. Sei stata una visione che mi ha scaldato il cuore. Per due anni. La mia sposa! La mia dolcissima, bellissima sposa» le mormorò sulle labbra. Ormai era imprigionata nelle sue braccia e stretta dalle sue gambe, una farfalla avvolta in una tela di ragno, ostaggio della sua bocca affamata.

 

  «Nella lettera successiva ti ho scritto che volevo tornare solo per averti e che avrei fatto di tutto affinché tu mi accettassi.» Le sfiorò il viso e il collo con il naso per riempirsi l’anima della sua pelle profumata. «Più volte sono stato sul punto di spedirti tutto quanto, ma le tue lettere stavano diventando sempre più intime. Mi parlavi di te, dei tuoi desideri… Vi lessi altro: vi lessi l’amore.» Con le dita intrecciate nei suoi ricci, avvicinò il viso di Carol parlandole sulle labbra. «Avrei tanto voluto lasciarmi andare, ma eravamo nel bel mezzo del conflitto, in Spagna, ed eravamo costretti ad affrontare scontri ogni santo giorno… Se ti avessi fatto conoscere i miei sentimenti allora, e per disdetta non fossi riuscito a tornare, tu ti saresti chiusa a Westbury senza uscirne mai più, ne ero certo. E poi, amore, avremmo cominciato a struggerci, tutti e due… Dovevo aspettare e accontentarmi di quelle tue confessioni velate da giochi di specchi.»

 

  «Giochi di specchi?»

 

  «Proprio così, non negare, l’ho capito.» Carolyn sorrise. «Non pensavo ad altro che a te, unico sorriso in una landa di tristezza e io potevo scriverlo, potevo scrivere ciò che volevo, intanto tu non lo avresti mai letto. Potevo confessarti il mio amore, il mio desiderio, potevo dirti che avevo solo voglia di perdermi dentro di te… che desideravo essere il tuo amante… questo c’è scritto.» 

 

  Aveva scritto quello e molto altro… e glielo sussurrò, accompagnando le parole con carezze sensuali e umidi baci sul collo, sul mento. Le soffiava le sue confessioni sempre più lascive all’orecchio, leccandolo e torturandole il lobo con cento piccoli morsi, mentre le strizzava tra i polpastrelli i capezzoli turgidi attraverso la stoffa della camicia.

 

  Carol stava imparando a gestire i suoi assalti, la sua irruenza, ma non sapeva come sostenere tutti quei discorsi conturbanti. Era un uragano che le stava facendo tremare il ventre di brividi osceni e le stava squassando la testa in un turbine di scosse. Aveva fame, di lui. Lo voleva dentro di sé. Proprio così! Aveva bisogno di essere saziata, perché la smania che la stava consumando richiedeva qualcosa di più delle carezze e di certo non bastava spingersi contro la sua coscia dura e muscolosa per arrivare all’appagamento.

 

  Lo voleva. Dentro. – Mi basterebbero anche le sue mani, come ieri… –  Continuava a premere contro di lui, ma non era sufficiente a placare quella frenesia. –  Ora glielo chiedo: dammelo, dammelo! Taci e prendimi, per favore! – implorava dentro di sé, ma lui continuava a parlare, mentre lei bruciava. – E’ questo il tuo scopo, vero? Farmi delirare e farmi fare tutto ciò che vuoi. Faccio tutto quello che vuoi, mascalzone che non sei altro. Però ora basta, dammi sollievo. –  Afferrò la mano che le stava pizzicando i capezzoli e la guidò tra le proprie gambe.

 

  Adam, impaziente, si fece strada fra la stoffa e raggiunse la sommità, insinuò l’indice e il medio dentro la fessura bagnata e strofinò col pollice quella piccola gemma fatata. Fu sufficiente: Carol esplose intorno alle sue dita, singhiozzando.

 

  – Diamine! E’ già venuta! –  pensò stupito, mentre per la prima volta poteva “toccare” un orgasmo. Sì perché non gli era mai capitato di tastare gli spasmi del piacere, tante piccole strette circolari sulle dita, come le increspature di un sasso lanciato nell’acqua limpida.

 

  «Se ne avevi tanta voglia, potevi chiedere» la provocò, sfacciato, dopo aver percepito anche l’ultimo lento spasimo e aver sfilato le dita bagnate.

 

  «Oh, Mio, Dio!» Carol soffocò la sua vergogna affondando il viso nel cuscino. 

 

  – Come mi piace, metterla in imbarazzo – e provò a farla voltare, tirandola delicatamente per la spalla, ma lei fece resistenza con la faccia premuta sul cuscino. –  Mi eccita da morire: un momento è spudorata, l’attimo dopo si vergogna per essersi lasciata andare,  per tornare ad essere impudica dopo poche carezze. E’ meravigliosa, la mia ninfa dei boschi, la mia fata dai capelli dei colori dell’autunno. Nemmeno nei miei sogni più audaci avrei potuto sperare che fosse così sensuale, così compiacente… così appagante.  –  

 

  «Oh, la mia fatina vogliosa: non vergognarti, se ti piace» le spiegò e, sdraiato dietro di lei, sulle sue gambe, la stava baciando sulle natiche, dopo averle scoperto il sedere. «Non c’è niente di male.» Le fece aprire le gambe per raggiungere il suo centro umido con la bocca.

 

  «Come fai a dire che non c’è niente di male!» abbaiò, sollevando il capo dal cuscino. «Queste cose, non si fanno! Non si fanno!» Strinse le gambe intorno alla sua testa. «Le signore per bene non le fanno!»

 

  «E chi te l’ha detto?»

 

  «Lo so e basta! Solo le donne poco serie che conosci tu.»

 

  «Conosco anche te.»

 

  «Ecco, appunto!»

 

  «No, amore, questo no.» L’aveva attirata tra le braccia e la stava tenendo stretta. «Non pensarlo neppure. Tu sei il mio angelo, solo mio.» Le baciò la tempia. «Siamo solo noi due, solo io, solo tu, per sempre.» Doveva trovare il modo di convincerla che non c’era niente di male a lasciarsi andare. «Ma che cosa credi, che un matrimonio possa dirsi felice, senza un po’ di passione? Ne hai un esempio in casa, guarda i tuoi genitori: si vede da distante che si amano ancora e mai una voce si è udita sul conto del Duca, mai! E il Re? Ha fatto quindici figli con la Regina Carlotta: secondo te, era per la discendenza? Che cosa importa di quello che fanno gli altri? A me importa solo ciò che abbiamo noi: sei la mia amante, è vero. E allora? Tutto questo è solo nostro, solo nostro!» Si era infervorato. «Vuoi davvero essere come gli altri? Vivere nel grigiore?» domandò e non ricevette risposta. «E’ questo che vuoi? Bene! Ti faccio vedere io!»

 

  Si sollevò in ginocchio, tirò giù le maniche della camicia da notte che portava arrotolate ai gomiti e si abbottonò il colletto. Sollevò le spalline di Carol e le riannodò la fettuccia allentata sulla scollatura.

 

  «Copriti! Sei sempre troppo scollata!» sbraitò. «Così, copriti le gambe, solleva solo un po’ di stoffa» ordinò alla moglie, distesa accanto a lui. «Ecco, adesso apri le cosce, poco! Così, bene.» Si adagiò su di lei e la penetrò piano, guidando la sua erezione con la mano.

 

  «Uhm» grugnì e prese a muoversi lentamente.

 

  Carolyn resistette per un po’, ma non riuscì a trattenere mormorii di piacere.

 

  «Eh, no! Zitta, fa silenzio! Non sta bene» le intimò, mentre si sollevava e si abbassava su di lei e tirava il lenzuolo sulle spalle per coprire i loro corpi ogni volta che accidentalmente scivolava via.

 

  Carol alzò il braccio e gli carezzò la nuca. Adam le afferrò la mano e la depose sul materasso: «Giù le mani! Non toccare! Non prenderti licenze che non ti vengono concesse» e riprese ad entrare e uscire, senza fretta, senza emettere un suono.

 

  «Adam?» gli sussurrò all’orecchio, dopo qualche minuto di quel trattamento.

 

  «Ho detto, zitta! Non si parla!» intimò. «Sì? Che cosa c’è?» concesse poi.

 

  «A me piace anche così» bisbigliò timida.

 

  Adam si sollevò sulle braccia per guardarla e si fletté di nuovo a darle un bacio. «Oh, amore, ma a noi, che cosa importa?» La strinse forte e la fece girare su un fianco, sempre immerso dentro di lei. «T’interessa davvero di quello che fanno gli altri?» Carolyn scosse il capo. «Siamo solo tu,  solo io, per sempre, ma belle.»

 

  «E’ il nostro scrigno?» Così le aveva detto lui, a Westbury. Non avrebbe mai più dimenticato le sue parole, anzi, non avrebbe dimenticato proprio niente di quella notte!

 

  «Sì, solo nostro. E solo noi abbiamo la chiave. Ora spogliati! Voglio sentire la tua pelle contro la mia. Ecco, così, sfiorami, baciami, concedimi ogni delizia, amore» invocò infiammato. L’aveva fatta salire su di sé e lei aveva cominciato a baciarlo, partendo dal collo. «Così, sì. Voglio le tue labbra su tutta la mia pelle...»   

 

  Nel bel mezzo dei giochi, Carolyn si sollevò, distratta dall’orologio sul caminetto che aveva battuto l’ora. «Oh, è tardissimo, devo andare. Tua sorella sarà qui a momenti, devo ancora vestirmi» si giustificò allarmata e fece per scendere dal letto.

 

  Lui la trattenne per un braccio. «Tu non vai da nessuna parte.»

 

  «Oh, ma io devo andare…»

 

  «Anne aspetterà. Faremo in fretta.»

 

  Fu di parola. La fece sdraiare sotto di sé e prese a muoversi come una furia, colpendo senza tregua, la bocca incollata sulle labbra morbide di Carol, invadendola con la sua lingua.

 

  Incapace di resistere, lei gli circondò i fianchi con le gambe per accoglierlo meglio, appoggiando i piedi sui suoi glutei muscolosi. Poche spinte e si abbandonò ad un’altra esplosione, mille volte più appagante della precedente.

 

  Adam si ritrasse proprio prima di raggiungere l’apice, afferrò la mano della moglie per cercare un’ultima carezza. Rantolò, crollando su di lei, soddisfatto.

 

  «Che cosa avete in programma, tu e Anne?» domandò con il respiro ancora affannoso.

 

  «Anne si è offerta di accompagnarmi in una nuova sartoria» rispose, infilandosi la vestaglia e raccogliendo le lettere dal pavimento. «Ora mi sento un po’ meno in colpa a spendere il tuo denaro» rise.

 

  «Puoi farne quello che vuoi, hai disponibilità illimitata, te l’ho detto.»

 

  «No, no. Manderò a te tutti i conti, amore.» Si sporse sul letto e gli diede un bacio veloce.

 

  «Ancora uno» le ordinò.

 

  Lo ribaciò.

 

  «Ancora!»

 

  «Devo andare, verrà con noi anche mia madre, devo proprio prepararmi.»

 

  «Tutte e due?» ripeté divertito.

 

  «Sì, la mamma vuole scegliere personalmente il vestito che indosserò alla cena che sta organizzando per Lady Wellington, scusa, volevo dire Sua Grazia la Duchessa di Wellington» si corresse. «Ho chiesto ad Anne di accompagnarmi perché so che mia madre desidera conoscere meglio la Baronessa. Credo che in cuor suo sia contentissima di quest’opportunità.»

 

  «Penso che anche Anne sia felice di poter frequentare tua madre. Divertiti, ma belle.»

 

  «Farò il possibile, Milord» e gli regalò un ultimo bacio.

 

 

 

   

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Commenti: 5
  • #1

    Charlie (lunedì, 31 marzo 2014 19:14)

    Comincia a farsi interessante

  • #2

    Danila (lunedì, 20 aprile 2015 13:17)

    sempre meglio !!!! Proseguo !!!

  • #3

    Anbabella (sabato, 16 aprile 2016 10:00)

    Che bel capitolo....

  • #4

    Maria grazia Serra (lunedì, 01 agosto 2016 09:33)

    Bellissimo lo voglio finire

  • #5

    Luisa (mercoledì, 23 agosto 2017 16:02)

    Ogni capitolo scatena una ridda di emozioni. I protagonisti sono, in assoluto, favolosi.