Ritorno a Westbury 5.

 

 

 

Ritorno a

 

Westbury

 

 

V.  Partenza

 

 

 

  Quella notte nessuno dei due dormì.

 

  Carolyn era disperata: sposata a quell'uomo! Non era quello che aveva immaginato per il suo immediato futuro.

 

  Aveva sempre professato la propria indipendenza, ma non era vero che, in cuor suo, non sognasse d’innamorarsi di qualcuno. Ora lui, oltre ad averle tolto la stima del padre, le aveva negato per sempre l’innocenza del primo amore. Anche quando il loro rapporto si fosse concluso, lei sarebbe stata per sempre e per tutti Lady Westbury. Ciò che aveva temuto di più era accaduto: legata ad un estraneo per il resto della vita.

 

 

 

  Adam era affranto: era un impulsivo e questa volta aveva esagerato, se ne rendeva conto. A mente lucida, analizzando freddamente tutti i fatti, aveva ragione Carol: la situazione non era così drammatica come lui l’aveva presentata. Probabilmente le due signore non avevano capito nulla di tutto il loro discorso e Lady Handerton aveva visto esattamente ciò che si aspettava di vedere: loro due insieme.

 

  Aveva solo una scusante, non sopportava neppure l’idea che qualcuno potesse parlare male del suo amore. Sì, amore. Era stato amore a prima vista, doveva ammetterlo almeno a se stesso e aveva colto al volo l’occasione di legarla a sé, ma a quale prezzo?   Forse lei l’avrebbe odiato per sempre.

 

  Anche Simon era arrabbiato con lui e non poteva dargli torto. Alla fine era riuscito a farsi perdonare e l’amico aveva accettato di fargli da testimone.

 

  Chissà se, nel poco tempo che aveva a disposizione, poteva riuscire a conquistarla e fare di lei sua moglie veramente?

 

  Quell'idea si rivelò solo un bel sogno, infatti, la mattina dopo, giunse la notizia che la loro partenza era stata anticipata: Adam, Simon e Tristan sarebbero partiti subito dopo le nozze.

 

 

 

  Carol non si allontanò dalla sua stanza, il giorno dopo. Sua madre entrava e usciva, indaffaratissima, scortata da una sarta che le prese le misure per nuovi abiti; le parlava del corredo e di mille altre cose. Carolyn, completamente assente, rispondeva a monosillabi.

 

  «C’è riuscito!» Margareth entrò trionfante nella stanza della sorella maggiore. «Proprio come ti avevo detto, vero? Non ti ha dato scampo.» Poi con aria sognante: «Come sei fortunata, sorella! Lo vorrei anch'io un uomo così, che mi desiderasse a tal punto da fare qualsiasi cosa pur di avermi.»

 

  Carolyn era seduta accanto alla finestra, si alzò, si avvicinò alla ragazzina, la prese per le spalle, la fece girare su se stessa e la spinse fuori dalla stanza: «Tu non sai di che cosa parli!» le gridò, sbattendo la porta alle sue spalle.

 

  I preparativi furono frenetici. Non solo c’erano molte cose da fare per il matrimonio, ma dovettero occuparsi anche di Tristan e Simon. Carolyn preferì dedicarsi alle esigenze dei due fratelli: della cerimonia, non ne volle sapere. Così la madre scrisse i pochi inviti e tutto fu pronto per il giorno fatidico. Carolyn invitò solo Mary Hamilton, sua compagna di collegio, che le avrebbe fatto da damigella.

 

  Adam venne tutti i giorni a trovarla ma lei con una scusa o con l’altra si fece sempre negare; era ancora molto arrabbiata, soprattutto perché il padre non le aveva più rivolto la parola da allora.

 

 

 

  La sera prima, il Duca la chiamò nel suo studio. Non le disse niente: l’abbracciò e la tenne stretta per qualche istante, poi le diede un bacio sulla fronte e le augurò la buonanotte. Fu un addio… e un perdono.

 

 

 

  Carolyn non aveva idea di cosa aspettarsi, visto che non sapeva nulla del proprio matrimonio. Quella mattina fu costretta ad alzarsi molto presto, indossò l’abito di seta bianca che la madre le aveva fatto confezionare. Le stavano acconciando i capelli quando entrò Simon. Il fratello attese che le cameriere finissero e le fece uscire. Quando furono soli, le consegnò un pacchettino e una busta, da parte di Adam. Aprì prima la scatola: era un diamante molto grande, a forma di goccia. La ragazza lo guardò e ripose la confezione sulla toilette, davanti a lei.  Lesse il biglietto di malavoglia.

 

 

 

“ Avrei voluto mettervi io quest'anello al dito.

 

Molte cose non sono andate secondo i miei desideri.

 

Attendo con ansia il giorno in cui mi perdonerete.

 

Sinceramente vostro, Adam.”

 

 

 

  «Metti quell'anello, cara» le disse il fratello, che aveva preso una sedia e le si era seduto accanto. «Non lasciarti vincere dalla rabbia e dal rancore. Non è un tipo facile, lo so. Io non posso convincerti ad amarlo, ma guarda oltre ciò che vedi. Potrebbe stupirti.»

 

  «Posso ammirare il suo senso dell’onore, posso anche ringraziarlo per aver difeso il mio buon nome, Simon, ma io mi sento malissimo, poi lui non è interessato a me veramente.»

 

  «Tu non sai nulla di lui e non sai come ci si sente a lasciare tutto, tutto ciò che è bello per andare verso l’ignoto,» parlava per se stesso, ora, «fa paura.»

 

  Carolyn abbracciò il fratello e lo strinse a sé.

 

  «Tu non sai cosa vuol dire…» le disse in un sussurro.

 

  «Comincio a capire» rispose la sorella.

 

  «Guardala da un altro punto di vista,» fece Simon, quando si fu ripreso da quel momento di commozione, «da sposata godrai di tutta quell'autonomia di cui il tuo spirito indomito ha bisogno.»

 

  «Il problema è che tutti pensano che non sia in grado di gestire tanta libertà.»

 

  «Chi lo pensa? Non io. Neanche Adam.»

 

  «Di lui non sarei così sicura. Tu non sai che cos'ha detto quella sera.»

 

  «Lo so, invece. Ora andiamo, la carrozza aspetta.»

 

  «Andiamo dove?»

 

  «In chiesa.»

 

  «In chiesa?»

 

  «Dove pensavi di sposarti, ai mercati di Covent Garden?» sorrise Simon.

 

  «Qui… per procura o che so io…» deglutì.

 

  «Di solito ci si sposa in chiesa.» Simon rise.

 

  «Ma …davanti ad un altare… io dovrò giurare…»

 

  «…di fronte a Dio?» finì per lei il fratello, con una domanda.

 

  «Sì!»

 

 

 

  Fuori dalla chiesa, Mary le venne incontro e le sistemò l’abito.

 

  «Sei magnifica. Chi mai avrebbe pensato che saresti stata la prima di noi tre ad accasarsi? Peccato che non ci sia anche Annabelle, sarebbe felice di vederti così.»

 

Carolyn guardò Simon, che aveva distolto lo sguardo. Annabelle Moorehead era la migliore amica di Carolyn. Qualche anno prima aveva passato un lungo periodo presso i Butley, a Norwich Hall, perché suo padre era stato nominato governatore nelle Indie Occidentali e la giovane era rimasta in Inghilterra per terminare gli studi, sotto la protezione della Duchessa di Norwich. Harry e Simon erano entrati in competizione per lei. Harry le aveva chiesto addirittura di sposarlo. Annabelle aveva rifiutato e aveva raggiunto i genitori nei Caraibi. Simon era molto cambiato da allora, mentre ad Harry era subito passata. Non ne aveva mai parlato col fratello o con l’amica, ma Carolyn aveva capito tutto: Annabelle aveva scelto Simon, lui, però, non avrebbe mai fatto un torto al fratello.

 

  – E’ una ferita ancora aperta – costatò Carol, notando la reazione del fratello maggiore.

 

  «Sarebbe bello riaverla qui» disse, rivolta a Mary. – Sarebbe bellissimo confidarsi con lei – rifletté.

 

  Entrò in chiesa al braccio del padre. Adam l’attendeva sull'altare, in alta uniforme. Lo ammise malvolentieri, però quell'uomo la affascinava: era davvero attraente.

 

  Fu una cerimonia semplice. Il reverendo Montgomery, che conosceva Carol da quando era bambina, fece un’omelia sulla devozione e il rispetto.

 

Si scambiarono le promesse, si scambiarono gli anelli… si giurarono amore eterno…

 

  Tornarono a casa del Duca di Norwich, pranzarono in religioso silenzio. Non ci fu l’allegria dei matrimoni, solo la mestizia degli addii.

 

 

 

  «Carolyn, desidererei parlarvi in privato» le disse Adam, finito di pranzare.

 

  Carol lo precedette nello studio del padre e chiuse la porta dietro di sé. Si sedettero vicini su un divanetto.

 

  «Ho approntato tutto per la vostra permanenza a Westbury, potete trasferirvi quando più vi aggrada.»

 

  «Vi ringrazio, Conte.»

 

  «Potreste chiamarmi Adam» le disse, prendendo le mani tra le sue. «Vedo che avete messo il mio anello» constatò, sfiorandole le dita.

 

  «E’ molto bello, vi ringrazio. Di che cosa volevate parlarmi, della mia sistemazione?»

 

  «Sì, ma avrei anch'io qualche richiesta.» Le rivolse uno dei suoi soliti sorrisi.

 

  «Cercherò di accontentarvi, Milord.»

 

  «Scioglietevi i capelli» le ordinò.

 

  Carol esitò un attimo, poi alzò le braccia e cominciò a togliersi le forcine, non se la sentiva di negargli qualcosa: se ne sarebbe andato da lì a poco. Adam l’aiutò e le accarezzo i lunghi boccoli. Poi si chinò ed estrasse dallo stivale uno stiletto senza impugnatura.

 

  «Posso?» Prese fra le dita una ciocca e la tagliò di netto, la fasciò dentro il fazzoletto, che mise in tasca.

 

  Carolyn non disse nulla.

 

  «Mi scriverete?» chiese poi.

 

  Carol annuì.

 

  «Promettetelo!»

 

  «Ve lo prometto, signore.»

 

  Adam le prese di nuovo le mani fra le sue e le baciò.

 

  «Io non vi odio» disse Carolyn piano. Non voleva che lui se ne andasse pensando che lei lo disprezzava.

 

  «Lo so.» Le sorrise. «Ho un’ultima richiesta…» e posò la bocca sulle sue labbra rosse e carnose.

 

  Non fu come la sera del ballo, Carolyn sentì dentro un fuoco che si propagava per tutto il corpo, come se la lava scorresse nelle sue vene al posto del sangue.  Adam si fece più vicino e le prese il viso tra le mani.  Con la lingua la obbligò a dischiudere le labbra: lei sentì i brividi raggiungere le parti più impensate del suo corpo. Lo udì gemere, mentre quel bacio diventava più intenso e intimo. Carol appoggiò le mani sulle sue spalle, poi gli accarezzò il viso, allora lui la staccò un attimo da sé per guardarla ed imprimersi il suo volto nella memoria, quindi la strinse forte e riposò le labbra sulle sue. Le baciò le palpebre, le guance, l’incavo dietro l’orecchio e scese giù lungo il collo per poi risalire, sfiorandola appena con la lingua per assaporare il profumo di viola della sua pelle. Le sue mani, che le lambivano i fianchi, raggiunsero la curva dei suoi seni. Carol si alzò di scatto, ma Adam la trattenne per le mani e la fece sedere su di sé. La prese per il mento e ricominciò a baciarla… e baciarla… e baciarla… Carol si lasciò trasportare e si strinse più forte a lui, le mani appoggiate al suo petto: poteva sentire i battiti accelerati del suo cuore. Gli circondò il collo con le braccia e Adam fece scivolare ancora una volta la mano sul suo seno, col pollice cercò il capezzolo turgido sotto la morbida stoffa. Questa volta lei non si ritrasse. Era come ipnotizzata da quel turbinio di sensazioni nuove e potenti, poi riuscì a formulare un pensiero: – Non può essere così disdicevole, in fondo in fondo siamo marito e moglie: come posso negargli un ultimo saluto?  Staccò le labbra dalle sue per qualche attimo e lo guardò negli occhi, accarezzandogli i capelli. Adam non perse tempo ed affondò il viso fra i suoi seni, toccandoli con le mani aperte e poi stringendoli. Carolyn un primo momento lo lasciò fare, quasi vinta dal piacere, poi si alzò, scrollò il capo per riprendere il controllo: «No, no, no. Non era questo l’accordo» disse confusa.

 

  Adam allungò la mano e l’afferrò per il polso. «Vieni qua, tu!» disse alzandosi e l’attirò di nuovo tra le sue braccia. Non riusciva a staccarsi da lei e ricominciarono, in piedi, al centro della stanza, come se il mondo intorno fosse scomparso per incanto. Si sciolsero da quel bacio quando udirono bussare alla porta.

 

  Simon entrò, li trovò ancora stretti e sorrise: non avrebbero saputo dire quanto tempo fosse trascorso.

 

  «E’ ora, dobbiamo andare. La carrozza attende.»

 

  Adam si staccò a malincuore, l’aveva allontanata prendendola per i gomiti. Ma la riafferrò subito e la strinse forte, in un ultimo abbraccio. Le baciò una guancia e poi il palmo della mano, proprio sulla vera, quindi uscì in fretta da quella stanza.

 

  Carol abbracciò Simon, uscì anche lei a salutare il fratello più giovane; le gambe le tremavano e aveva il cuore stretto in una morsa.

 

  I tre salirono in carrozza. Adam le fece ancora un cenno di saluto dal finestrino, poi voltò il capo.

 

  Pochi istanti dopo la vettura era sparita dalla vista.

 

 

 

  Fu Harry ad accompagnare la sorella a Westbury.

 

  «Mia cara, sarai contenta ora. Finalmente un posto dove potrai vivere in pace il tuo esilio» le disse con tono canzonatorio, quando furono soli in carrozza.   «Io non ti capisco proprio» sbottò poi.

 

  «Harry, per me va benissimo. Io non sono come te. Non mi piace la vita mondana. Il divertimento della buona società non sono tanto i balli, i ricevimenti o gli spettacoli, ma tutti quei pettegolezzi, le chiacchiere sulle toelette delle signore o le avventure galanti più o meno lecite. Tutto ciò m’annoia a morte» fece Carol svogliata.

 

  «Per me è proprio quello il bello» le rispose il fratello, gongolando.

 

  «Se avrò la possibilità di leggere i miei libri ed essere lasciata in pace, sarà come stare in paradiso» continuò.

 

  «Allora sei nel posto giusto. La tenuta dei Blackbourn è splendida ed è talmente vasta che faticherai ad incontrare dei vicini, in modo particolare durante le tue cavalcate con quella specie di gonna… se mai ciò ti preoccupasse» evidenziò le sue parole con un gesto della mano e continuò, «Adam ha una scuderia di tutto rispetto e Stargrey dovrebbe trovarsi a Westbury: stai attenta a non azzopparglielo, se mai ti frullasse l’idea di cavalcarlo. E’ un grigio, un arabo purosangue» rise il giovanotto. «C’è anche una biblioteca enorme con molti volumi antichi e preziosi: una vera delizia per te.»

 

  «Non mi dispiacerà stare lì» ripeté Carolyn.

 

  «Io non sono fatto per la vita di campagna. Mi mancherai molto, sorella, però non mi tratterò a lungo. Un conto è Bath, ma lì…»

 

  «Non preoccuparti per me.» In effetti di tutta quella situazione assurda, la permanenza a Westbury Manor era l’unica nota positiva. Lì sarebbe stata lontana dai pettegolezzi che la sua condotta sembrava aver ispirato.

 

  «Credi che torneranno, Harry?» chiese poi, a bruciapelo.

 

  «Lo spero, cara» rispose Harry sollevando le sopracciglia. «Simon e Adam sanno il fatto loro e tuo marito veglierà su Tristan… ma non sarà come in India.» Poi ridendo: «Strano chiamarlo “tuo marito”. Sai, potresti diventare la vedova più giovane e ricca d’Inghilterra.»

 

  «Harry!» gridò Carol, scandalizzata.

 

  «Sto scherzando.» Poi, più serio: «Adam è davvero in gamba e ritornerà, ne sono certo. Per me sarebbe proprio come perdere uno dei miei fratelli, anzi, ora che siete sposati, è davvero un fratello» disse sorridendole.

 

  «Eh no, sai quali sono i patti!» fece lei stizzita.

 

  «Mi gioco mille sterline che voi due non vi lascerete» disse beffardo. «E’ proprio l’uomo che fa per te. Tu non ci crederai, ma l’ho sempre pensato. Non riusciresti mai a mettergli i piedi in testa come fai con noi… con me, specialmente.» Carol rise a quell'ammissione.

 

  «Ti voglio bene, Harold» gli disse, sfoggiando uno dei suoi più bei sorrisi.

 

  «Lo so,» poi, continuando il discorso di prima, «sarebbe proprio uno stupido se ti lasciasse andare, ed è tutto fuorché stupido, dammi retta.»

 

  «Ma io non voglio! Non voglio nessuno che governi la mia vita.» Si era nuovamente incupita. «E lui non vuole me.»

 

   «Di questo non sarei così sicuro» ribatté Harry. «Tu non lo conosci: forse questo soggiorno ti servirà a capirlo meglio.»

 

  «E in quale modo?» chiese lei sarcastica.

 

 

 

  Poche ore più tardi giunsero a destinazione. Westbury Manor non era un edificio molto imponente, senza grandi pregi architettonici, una costruzione sobria e lineare, ma collocata nel posto più incantevole che Carol avesse mai visto. Il parco che circondava la casa era vastissimo e ben curato, anche in inverno. Il viale d’ingresso era fiancheggiato da splendide aiuole di sempreverde, intervallate da piccole fontane. In lontananza, ai piedi di una dolce collina, s’intravvedeva persino un laghetto con un ponte in pietra.

 

  Un lacchè aiutò Carolyn a scendere dalla carrozza.   Tutta la servitù attendeva, schierata in fila davanti all'entrata, l’arrivo della nuova contessa. Un maggiordomo in livrea, Mr. Norris, la accolse e le presentò i domestici e la governante, sua moglie.   Entrata in casa Carol rimase molto stupita: era davvero magnifica. Era arredata con un’eleganza sobria e raffinata che appagava l’occhio. Anche i colori scelti, i toni dell’azzurro e oro, erano di suo gusto. Alcuni ritratti decoravano le pareti dell’ingresso e dello scalone, in particolare il grande dipinto a figura intera di una giovane donna bionda e bellissima attirò la sua attenzione.

 

  «La madre di Adam» Harry soddisfece subito la sua curiosità. «Bellissima, vero?»

 

  «Non gli somiglia molto» fece lei. «Era una donna molto elegante.» La Contessa era ritratta con un’acconciatura elaborata ed un abito di seta azzurra.   Al collo portava uno zaffiro enorme con una montatura particolare.

 

  – Sicuramente aveva una predilezione per il blu – si disse Carol, mentre il maggiordomo li scortava al piano superiore.

 

  «Vi abbiamo preparato la solita stanza, Lord Butley» disse Norris rivolgendosi ad Harry. «Per voi, Contessa, ho fatto preparare la stanza accanto a quella del Conte, ma se desiderate sistemarvi diversamente, non avete che da chiedere» disse, altezzoso, l’anziano domestico.

 

  – Contessa? – pensò. – Mi considerano davvero la signora di questo posto? –

 

  La stanza era buia ed angusta, l’unica piccola finestra dava sul retro della casa, così la ragazza si ripromise di cercare una sistemazione migliore.

 

  Aprì una porticina tra il letto e il muro e si ritrovò in una camera enorme, illuminata alla luce del tramonto da due ampie finestre. Inoltre, una porta a vetri si apriva su un balcone che occupava due lati dell’edificio. La vista era magnifica, appagava lo sguardo e l’anima. Un grande letto a baldacchino, una libreria ricolma e uno scrittoio, anch’esso coperto di libri, arredavano la stanza. C’era anche una chaiselongue, davanti al camino sopra ad un prezioso tappeto persiano, posto ideale per dedicarsi alla lettura.

 

   – Forse qualcosa in comune l’abbiamo davvero – pensò Carol, passando la mano sulla pila di volumi che occupavano la scrivania.

 

  «La cena sarà servita alle sei in punto, Milady.» Il maggiordomo si era materializzato alle sue spalle.

 

  «Grazie, Mr. Norris.» Lo gratificò con uno dei suoi sorrisi.

 

  «Credo che preferiate sistemarvi qui» le disse.

 

  «Non pensate che il Conte se ne avrà a male?»

 

  «Ha impartito preciso ordine di mettervi il più possibile a vostro agio e di accontentarvi in tutto» rispose Norris, sorridendo anch'egli.

 

  Fu così che Carol prese possesso della stanza di Adam.

 

 

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Commenti: 9
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