Ritorno a Westbury 6

 

Ritorno a

 

Westbury

 

VI.  Sola a Westbury Manor. 

 

 

 

  Harry si fermò solo qualche giorno, giusto il tempo che la sorella s’ambientasse.

 

  Fin da subito Carolyn si dedicò all'esplorazione della vasta tenuta e fece la conoscenza degli abitanti del vicinato.

 

  Così tra i suoi assidui frequentatori c’erano il reverendo Coleman e la moglie Agnes, una coppia giovane e simpatica, le signorine Harmond, due rispettabili vecchie zitelle, che non vedevano l’ora d’intromettersi nella solitaria vita della giovane Contessa e il dottor Porter, il farmacista, con signora e nutrita prole al seguito. Insomma, non proprio la compagnia ideale per una giovane, ma che a Carol, visto il suo carattere accomodante e così poco incline alla civetteria, andava benissimo. Spesso passava le serate a Westbury Manor in compagnia di questo o quell'altro ospite, giocando a carte o discutendo amabilmente delle ultime nuove che arrivavano da Londra.

 

  Ma la compagnia che lei prediligeva era quella di Mrs. e Mr. Norris. I due anziani domestici amavano raccontare di Adam, che avevano visto crescere e a cui erano stati vicini, soprattutto dopo la morte prematura della madre. A dire il vero, tutta la servitù le dimostrava molta simpatia, anche Jonathan Jenkins, lo stalliere e guardiacaccia del Conte, era attento e premuroso con lei, anzi, impose al figlio Colin, un ragazzino sui quattordici anni, di accompagnare la nuova Contessa durante le sue frequenti cavalcate.

 

  L’unico per cui non aveva simpatia era Mr. Howard, l’amministratore dei Blackbourn. Non le aveva fatto o detto qualcosa di particolare, era sempre molto gentile ed ossequioso, forse un po’ troppo per i suoi gusti. Era molto solerte nel recapitarle, ogni mese, la generosa rendita che Adam le aveva destinato, oltre alla somma per il mantenimento della villa.

 

  In effetti erano quattrini praticamente superflui, anche se non era ancora entrata in possesso del vitalizio che la prozia le aveva lasciato. Le esigenze di Carol erano davvero modeste e il suo mantenimento non era mai stato oneroso per i suoi genitori, a differenza di Harry, ad esempio, le cui abitudini erano alquanto stravaganti.

 

  Così aveva messo da parte il denaro in un luogo sicuro, ripromettendosi di restituire tutto ad Adam al suo ritorno.

 

  Una mattina, qualche tempo dopo il suo arrivo, uscita a far due passi nel parco dopo colazione, Carol vide due bimbetti, un maschio e una femmina vestiti di stracci, bussare alla porta sul retro con aria circospetta. Incuriosita, si nascose per non insospettire i piccini ed attese finché non li vide uscire poco dopo: il ragazzino teneva tra le braccia un fagotto, mentre la bimba portava un grosso cesto di frutta e verdura.

 

  Carolyn notò quegli strani movimenti anche nei giorni successivi: il via vai dalla cucina era costante.  Nei suoi appostamenti la giovane riuscì a capire che tutti quei piccoli venivano dal vicino villaggio di Dilton.

 

   I campi della zona erano ben tenuti, i raccolti dovevano essere floridi, le greggi numerose quindi le rendite erano buone, anche se non così cospicue come un tempo, così le aveva riferito l’amministratore, che le aveva anche spiegato che suo marito, qualche anno prima, aveva avviato un opificio per la lavorazione della lana vicino a Dilton. La fabbrica aveva dato lavoro a molti nella zona, però da qualche tempo non andava molto bene.

 

  «Il lavoro in fabbrica ha attirato molti braccianti, parecchi di loro ora sono in guerra e le mogli hanno preso il loro posto. Tanti non ce la fanno a mantenere la famiglia» aveva continuato Mr. Howard. «Vivono quasi tutti a Dilton, un posto che non vi consiglio di frequentare, Contessa.»

 

  Carolyn non si era lasciata intimidire. – Se c’è tanto bisogno di cibo, – pensò, – sarà meglio dare un’occhiata. –

 

  Il giorno dopo si fece sellare Stargrey e si diresse da sola al villaggio. Ancor prima di vedere le case, un fetore insopportabile le fece girare la testa. Una decina di bambini, quelli che aveva notato a Westbury Manor, stavano giocando tra il fango di una fogna a cielo aperto.

 

  «Ehi, tu!» Carol chiamò un bimbo che poteva avere sei o sette anni. «Come ti chiami?» Gli altri erano già scappati via.

 

  Il piccolo si avvicinò di qualche passo. «Charlie, Charlie Banner, signò» le rispose.

 

  «Ti ho visto alla villa, l’altro giorno» disse lei, smontando da cavallo. «No, non scappare!» Charlie, spaventato di essere stato scoperto cominciò a correre, ma Carolyn, più veloce, lo afferrò per un braccio.

 

  «Non aver paura, Charlie. Non voglio farti nulla. Mi chiamo Carolyn» cercò di metterlo a proprio agio.

 

  «Lo so chi siete. Siete la Contessa» disse divincolandosi.

 

  «Voglio solo parlare. Dove sono la tua mamma e il tuo papà?» chiese, sapendo già la risposta. Il villaggio era praticamente deserto; oltre ai bambini, aveva notato solo qualche vecchio, che la osservava da dietro le finestre.

 

  «Mio padre è alla guerra e mia madre è a faticà

 

  «E chi bada a voi?»

 

  «Ci arrangiamo.» Con uno strattone si liberò dalla stretta e scappò nella stessa direzione verso cui erano fuggiti i suoi compagni.

 

  – Non ne dubito – pensò la giovane, rimontando a cavallo. Sospettava che se molti di loro riuscivano a mangiare era solo grazie a quel po’ di cibo che usciva dalla cucina della villa.

 

 

 

  «Mr. Norris» chiamò Carolyn, appena tornata a casa. «Vorrei parlarvi.»

 

  «Dite, Contessa.»

 

  «Accomodatevi» e lo precedette nello studio. «Ho notato degli strani movimenti… in cucina.»

 

  «Milady, posso spie…»

 

  «No, non interrompetemi» tagliò corto Carol. «Ho visto il viavai di ragazzetti del villaggio: sono stata a Dilton.» Chiuse gli occhi e scrollò il capo per cercare di cancellare quell'immagine sgradevole e continuò:  «Davvero avete pensato che non avrei capito la situazione e vi avrei impedito di aiutare quella gente? Non negate, so che c’è il vostro zampino. Come possono vivere in quelle condizioni? Il Conte permette tutto questo?»

 

  «No, mia signora» rispose Norris scandalizzato. «Mai!»

 

  «Allora?» lo esortò lei.

 

  «Il fatto è che non vorrei gettar fango su altri…» disse il maggiordomo a disagio.

 

  «Su Mr. Howard?»

 

  «Sì» confermò riluttante, poi, visto lo sguardo incoraggiante della Contessa, proseguì: «Come saprete, il Conte impiantò quel piccolo opificio che dava lavoro a tanti e fruttava molto, finché è stato vostro marito ad occuparsene, poi lui è partito per l’India ed ha lasciato la direzione a Howard e a suo figlio, così tutto è precipitato. La gente che si è trasferita qui per lavorare ora sopravvive a stento. Lavorano dodici ore al giorno, donne e bambini compresi, per un salario che non basta loro per mangiare.»

 

  «Mr. Howard mi ha riferito che gli affari non vanno molto bene» confermò lei.

 

  «Per lui e suo figlio vanno benissimo» continuò, sarcastico, il vecchio.

 

  «Voi avete pensato che non avrei capito?» domandò la giovane con un’ombra di amarezza. «Questa gente vive in condizione di grave indigenza, in un ambiente troppo malsano: dobbiamo fare qualcosa.»

 

  «Il Signor Conte ha dato ordine di apportare le migliorie necessarie al villaggio, in particolare le fognature. Ora quei due sostengono che i lavori siano stati eseguiti…» proseguì Norris, allusivo.

 

  «Di certo non posso licenziare l’amministratore che gode della fiducia di Sua Signoria» fece Carol di rimando. «Credo proprio che lo stiano derubando, ma cosa possiamo fare?» domandò più che altro a se stessa.

 

  «Vostro marito è tanto accorto da non lasciare nelle loro mani il capitale. Credo però che si siano impossessati di gran parte delle rendite, in questi ultimi due anni» specificò il maggiordomo.

 

  «Ascoltate» disse Carolyn dopo averci pensato qualche istante. «Dovremo tenere un registro sul quale annotare tutto ciò che riusciremo a fare per quella gente. Ci tornerà utile per dimostrare al Conte le ruberie di quei due. Ho bisogno del vostro aiuto, della vostra testimonianza.»

 

  «Potete contare su di me, Contessa» assicurò il maggiordomo. «Non credo, tuttavia, sia opportuno che gli Howard sappiano che avete intenzione di fare voi ciò che spetterebbe a loro.»

 

  «Perché?» chiese diffidente.

 

  «Non dovete fidarvi, specialmente di Anthony, il figlio di Mr. Howard. Non ha una buona reputazione.»

 

  «D’accordo. Seguirò il vostro consiglio.»

 

 

 

  «Avrei piacere di visitare la fabbrica» chiese Carolyn a Mr. Howard qualche giorno dopo, in occasione di una delle visite mensili dell’amministratore. «Credete sia possibile?»

 

  «Non so se sia uno spettacolo adatto ad una giovane lady» disse lui fra i denti.

 

  «Non sono facilmente impressionabile» rispose la giovane, con un gran sorriso.

 

  «Bene, allora dirò a mio figlio di attendere una vostra visita.»

 

  «Grazie, Mr. Howard.»

 

  Il giorno dopo Carolyn, accompagnata da Colin Jenkins, si recò a visitare la fabbrica.

 

  Anthony Howard le venne incontro e la scortò dentro l’edificio, le mostrò i vari macchinari, la presentò ai dipendenti, una ventina di persone solo nella prima stanza e un’altra trentina nella seconda, donne e bambini compresi. Tutti la salutarono con reverenza, senza smettere di lavorare nemmeno per un momento.

 

  Carolyn, tra tutti quei volti, aveva notato lo sguardo spaventato di una giovane al telaio che non poteva avere più di sedici anni: quando lei e il direttore le passarono accanto, la ragazza fu scossa da un tremito e si ritirò più vicina al macchinario cui stava lavorando. Quel breve episodio la lasciò scossa e perplessa. Intanto Anthony Howard continuava a parlare, a decantare la velocità dei macchinari, la qualità della produzione, l’alacrità dei lavoranti: con le sue parole contraddiceva le affermazioni del padre, che invece sosteneva la scarsa produttività dell’azienda.

 

  Da quando era arrivata, quell'uomo non le aveva tolto i suoi occhi acquosi di dosso.

 

  – Questo tizio è davvero mellifluo – pensò Carol. – E’ unto e sudaticcio e non certo per la fatica. –

 

  Ne aveva avuto abbastanza. Lo ringraziò per la visita, ben felice di lasciare quel posto e il suo untuoso cicerone.

 

 

 

  Da quel giorno in poi cominciò a trovarselo davanti continuamente. Più di una volta lui venne a farle visita a Westbury Manor, lei si faceva negare con una scusa o con l’altra perché quell'uomo proprio non le piaceva. Sempre più spesso lui le spuntava davanti a bordo del suo calessino guastando le sue passeggiate a cavallo, sia che fosse da sola o accompagnata dal fidato Colin.

 

  Una mattina, smontata di sella per far abbeverare Stargrey, se lo vide comparire davanti a cavallo.

 

  «Contessa, che felice incontro stamani» la salutò sollevando il cappello.

 

  Carolyn rispose con un cenno del capo.

 

  «Vi sembra saggio cavalcare da sola da queste parti? Si potrebbero fare dei brutti incontri.»

 

  – L’unico brutto incontro siete voi! – pensò e non si sbagliava.

 

  «Sarà opportuno che vi scorti fino a casa» e smontò anche lui da cavallo.

 

  Carol stava per risalire in sella, quando si sentì strattonare il braccio e fu costretta a voltarsi. D’istinto lo colpì al volto con il frustino che teneva in mano:   «Come osate toccarmi!» gli gridò furiosa.

 

  Per tutta risposta lui, che non aveva mollato la presa, la strinse a sé. Carolyn cercò di divincolarsi, ma non ci riuscì, quell'uomo la teneva ferma imprigionandole un braccio dietro la schiena, mentre con la mano libera le aveva afferrato i capelli nel tentativo di baciarla.

 

  – Se cado a terra, sono perduta! – rifletté Carol, attenta a mantenere l’equilibrio. 

 

  Sempre tenendola bloccata, l’uomo le strappò la camicetta ed il corsetto scoprendole il petto. Con la mano libera, lei gli tempestava la testa di pugni che non sortivano alcun effetto, mentre quello affondava il viso tra i suoi seni.

 

  – Ragiona, Carol! – si esortò, cercando di non farsi vincere dalla paura e dal ribrezzo. Cessò per un attimo di opporgli resistenza, anzi, avvicinò il viso a quello del suo aggressore.

 

  «Stai cedendo, gattina! Vedrai che ti piacerà.» Anthony Howard non fece in tempo a finire la frase: la bella Contessa gli aveva dato un morso da staccargli quasi il labbro inferiore. L’aggressore mollò la presa per toccarsi la bocca dolorante, così Carolyn gli sferrò un poderoso calcio fra le gambe. Piegato in due dal dolore, non riuscì a trattenerla oltre; in un lampo lei era balzata in sella e si era lanciata al galoppo su per la collina.

 

  Era una cavallerizza formidabile e Stargrey non era da meno. Pochi istanti dopo si fermava davanti alle scuderie. Jenkins le venne incontro, si era accorto subito che qualcosa non andava, ancor prima di notare la camicia lacera.

 

  «Che vi è accaduto, Milady? Chi è stato? E’ stato quel bastardo di Anthony, vero?» imprecò, poi continuò concitato cercando di controllare il proprio linguaggio davanti alla sua signora: «Ah, ma non la passa liscia questa volta! Questa volta si è spinto troppo oltre!»

 

  «No, voi non farete proprio niente!» gli intimò Carolyn scendendo da cavallo, mentre cercava di coprirsi il petto come meglio poteva. Si stava sforzando di  trattenere le lacrime, si era spaventata molto, però le faceva piacere che Jenkins cercasse in qualche modo di vendicarla.

 

  «Mr. Norris mi ha assicurato di avervi messo in guardia da quel tipo» e, non ancora contento, continuò: «Se ci fosse vostro marito gli farebbe pagare care tutte le sue malefatte.»

 

  «Ma non c’è. Non è accaduto nulla, mi sono difesa. Voi non dovete far niente, ne andrebbe del mio buon nome, vi prego» disse supplichevole.

 

  A quelle parole il guardiacaccia sembrò acquietarsi un po’. «Ai vostri ordini, mia Signora, ma non è più opportuno che usciate da sola: io sarò la vostra ombra.»

 

 

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