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Capitolo VIII - Una serata fra gentlemen

Questa storia appartiene al genere EROTIC-ROMANCE pertanto potrebbe includere contenuti espliciti non adatti ai minori di 18 anni.  Questo sito non è responsabile della lettura dei suoi contenute da parte di minori. 

 ...ma nella fantasia ho l’immagine sua: gli eroi son tutti giovani e belli... gli eroi son tutti giovani e belli.

La Locomotiva, F.G.


Una serata fra gentlemen


«Buona sera, Vostra Grazia.»

«Buona sera, Adam. Spero che mia figlia non sia adirata con me per avervi rubato a lei» disse il duca di Norwich, salutando il genero.

«Non preoccupatevi, Milord. Aveva altri impegni: gli Emery-Boyd l’hanno invitata all’opera, al King’s Theatre» rispose, avviandosi con lui verso la sala da pranzo di Boodle’s.

«Gluck? Orfeo ed Euridice?» domandò il suocero.

«Sì, Milord» confermò. «In verità sono molto felice di passare un po’ di tempo con voi. Vi sono grato per questa opportunità. È un gran regalo.»

«Ecco, arrivano gli altri… Conoscete il conte di Westbury?» Il duca presentò il genero agli altri commensali.

Adam conosceva tutti: conosceva l’ammiraglio Davenport e il commodoro Forsyte dell’Ammiragliato, Sir Whiteley degli Esteri − be’, di Sir Whiteley conosceva meglio la moglie… − poi Lord Handerton del Ministero della Guerra e suo figlio Edward.

“Edward Handerton m’infastidisce, non posso farci niente!” Era un bel giovane, sembrava anche simpatico, ma Adam non tollerava quella sua aria strafottente.

“Ammettilo, non lo sopporti perché era uno dei pretendenti di Carol!” Ne era certo, glielo aveva confidato lei stessa, la sera che si erano conosciuti.

“Fortuna che c’è anche Harry, ma se non la smette di farmi smorfie dall’altra parte del tavolo, quando siamo fuori lo strozzo” si disse, osservando truce il cognato, che aveva trovato modo di divertirsi anche quella sera. A sue spese, ovviamente.

Era stata riservata loro una saletta privata per la cena, per permettere ai potenti ospiti di conversare senza essere uditi da orecchie indiscrete.

“Tutta la cena a parlare dello smantellamento delle unità nel continente. Stanno smembrando troppo in fretta l’esercito, in Francia; non credo che Wellington ne sia entusiasta” rifletteva Adam, ascoltando i discorsi di coloro che avevano gestito, dai posti di comando in Inghilterra, ciò che lui aveva vissuto in prima linea. “C’è da capirli: il duca di Norwich si è battuto per anni per far arrivare truppe nella Penisola Iberica e ora la priorità è spostare le forze nelle colonie. Capisco perfettamente, tuttavia, per me, è troppo presto. La situazione nel continente è ancora instabile, anche se Napoleone è confinato all’Elba. Comunque è molto meglio che io stia zitto, altrimenti me lo scordo, l’appalto. E sono qui per questo.”

Il duca di Norwich aveva organizzato quella cena al club per uno scopo ben preciso: aveva fatto il nome di Adam per la fornitura di coperte all’esercito e alla marina. Il genero aveva impiantato ormai da anni una fabbrica per la lavorazione della lana sulle sue terre e produceva ottimi manufatti a costi contenuti. Era un buon affare per entrambe le parti, avevano già concordato tutto: Blackbourn avrebbe dovuto firmare il contratto prima di partire, così, quella sera, anche se la cosa era inusuale, avevano deciso di concludere in un ambiente informale e un posto come Boodle’s garantiva la necessaria riservatezza. Il conte di Westbury non aveva voluto la dote di Carolyn e quello era un modo per garantire il suo aiuto alla figlia e ai suoi futuri nipoti. 

“Questo contratto significa molto per noi” si disse Adam. Avrebbe portato lavoro e benessere a Westbury e a Dilton: non vedeva l’ora di dirlo a Carol. “Sarà contenta anche lei, ne sono certo. Già mi manca” pensò. Avrebbe potuto essere con lei a teatro, invece era lì ad ascoltare quel trombone di Sir Whiteley, che non la smetteva più di blaterare. Non era stato zitto un attimo, per tutta la cena.

L’uomo aveva trangugiato tutto in fretta pur di non concedere la parola ad altri, aveva notato Adam, e con la mente aveva cominciato a divagare, impossibilitato a concentrarsi sui pedanti racconti del molesto commensale… Orfeo ed Euridice… gli sarebbe piaciuto assistere: l’opera durava meno di due ore, ma non era la versione originale di Gluck, era il solito “pasticcio” rimaneggiato ad hoc per Londra. “No, non mi perdo niente, a parte la sua compagnia, ovviamente. Che voglia ho, di vederla… Eh no! La mia fantasia già galoppa…” ed era a casa, in camera…

Si sistemò meglio sulla seggiola, voltando un po’ le spalle per non guardare Harry che stava facendo facce buffe al solo scopo di farlo ridere e metterlo in imbarazzo.

“In piedi…” Sì, sì! Lui sapeva a che cosa pensare per distrarsi e non sghignazzare davanti a tutti; di concentrarsi sugli sproloqui di Sir Whiteley non se ne parlava proprio.

“In piedi non l’abbiamo mai fatto. La spoglio. La spoglio io. Piano piano. E la bacio mentre la spoglio. Voglio posare la bocca su tutto il suo splendido corpo, in ginocchio, in adorazione.” La parete tra lo spogliatoio di Carol e la finestra avrebbe fatto al caso suo: le avrebbe fatto appoggiare i palmi contro il muro, le braccia distese, e le avrebbe fatto divaricare le gambe, solo un po’, per posizionarsi dietro di lei; l’avrebbe poi abbracciata, tutta, da dietro, l’avrebbe “avvolta”, nudo magari. Si sarebbe poi aggrappato al suo seno, afferrandolo, stringendolo forte. “E lo massaggio. Poi mi piego, poco, e le faccio sentire il mio sostegno tra le gambe. La sfioro – con il sostegno − finché non la sento gemere...”

Ecco, in quel momento era abbastanza “sostenuto”, così posizionò con cura il tovagliolo sulle gambe per coprirsi e mascherare il suo “sostegno”, mentre un cameriere in livrea sparecchiava e un altro ripuliva il tavolo dalle briciole con spazzolino e paletta d’argento, prima di servire i digestivi.

Continuò con i suoi vagheggiamenti, immaginandola nuda, con le gambe lunghe e atletiche lievemente aperte, la schiena celata dai riccioli, i fianchi morbidi, la vita stretta e il suo sedere meraviglioso esposto ai suoi sguardi. “Questa sera lo mordo: sì. Voglio vedere il segno rosso e ovale del mio morso. Tanti piccoli morsi, anche dietro le cosce… poi la sculaccio e alla fine, solo alla fine…” quando fosse giunto al limite, solo allora, le sarebbe entrato dentro, per avere sollievo. A quel pensiero cambiò posizione sulla sedia. “So che le fa ancora un po’ male, quando entro: fa sempre una smorfia, all’inizio.”

Risistemò il tovagliolo in grembo. “Come mi piace sculacciare il mio bon-bon, sentire lo schiocco e poi il pizzicore sui palmi: piace anche a lei, lo so benissimo, mica le faccio male! Lo schiocco… già già… ‘Molto rumore per nulla’… Anche per me Shakespeare è fonte d’ispirazione, cara! Spero che capisca che non le farei mai del male…”

Quello era il suo cruccio, che lei fraintendesse, che non capisse che mai sarebbe andato oltre a qualche scaramuccia, sperava che lei avesse compreso che era tutto quanto un gioco. “Mi auguro che sappia che se sforzassi anche solo un po’ potrei spezzarla…”

Sì, Carolyn lo sapeva perfettamente, che era una celia, anzi gli sarebbe piaciuto che lo facesse anche lei e che si prendesse tutte le libertà. “Ah, ma abbiamo tutto il tempo, abbiamo tutta la vita...”

«Che cosa ne dite se ora parlassimo d’affari?» propose il padre di Carolyn, distogliendolo per un attimo dalle sue fantasie. Il duca di Norwich chiamò un valletto che portò i documenti: procedettero alle firme e ai relativi sigilli. Adam usò l’anello a suggellare il proprio impegno, poi il suocero iniziò una discussione con il commodoro sulle navi abilitate al trasporto dei soldati e la riconversione di alcune fregate in navi-ospedale.

 “Vostra Grazia, per l’ennesima volta vi sono riconoscente, in questo caso per aver interrotto gli sproloqui di quel fanfarone. Quante cose per cui ringraziarvi!”

Adam era lì ad ascoltare il suocero, ma il suo pensiero errante era già rincasato e stava gustandosi la figlia in un’infinità di modi diversi. “La vostra adorata figliola, caro duca, la vostra gemma più preziosa che soddisfa ogni mia fantasia erotica. Oh, ma non si limita a quello, no! È proprio lei che ne ispira di nuove: è lei che apre nuove porte e ne supera la soglia. E mi fa morire, morire d’amore e di desiderio. Mi consuma, mi intossica, ma penso proprio che voi sappiate di cosa sto parlando, Vostra Grazia.” Era di nuovo distratto, perso nelle sue elucubrazioni, convinto che anche il duca avesse sperimentato le stesse identiche passioni, all’interno delle proprie mura domestiche, perché Carol era troppo simile alla madre, nelle fattezze, nella sensualità: era certo che il duca fosse avvinto dalla madre, come lui era avvinto dalla figlia. A ben pensarci, gli sembrava comprensibile che il padre avesse concesso a Carolyn di rintanarsi fra le quattro mura della sua biblioteca a camuffarsi sotto le mentite spoglie di fanciulla dimessa, per negarsi agli occhi del mondo e impedire al primo scostumato di portargliela via.

Sorrise tra sé, colpito da una nuova rivelazione. “Mi compiaccio, sono stato davvero bravo! Non avevo capito fino in fondo, prima di questa sera, quanto io sia stato bravo nell’aggiudicarmela!” Limitandosi a guardarne le infinite qualità morali che facevano di lei uno spirito superiore, non aveva preso piena coscienza del fatto che lei era… sesso.

Boccheggiò.

Lei era puro, assoluto… sesso.

Sesso, sesso, sesso…

Quando pensava a lei, doveva ammetterlo, la vedeva sdraiata su un letto.

“Sono come quell’orso, sui Pirenei” ricordò. Un grosso orso, in Spagna, aveva assaggiato il sangue umano e non poteva farne a meno: continuava a uccidere. Avevano impiegato una settimana a stanarlo e abbatterlo. “Io sono come quella fiera impazzita, lo dice sempre anche lei che sono un orso: ho assaggiato e non posso più farne a meno. Penso solo a quello… e non solo io! Anche tu, Handerton” si disse, osservando il giovane che gli sedeva di fronte. “Sì, proprio tu che stai sorseggiando il tuo Madeira con studiata noncuranza, ti ho visto come la guardavi, l’altra sera. Non vedevi l’ora di stringerla, di toccarla! Mi ci gioco i gradi che avrai fatto carte false perché toccasse a te, il valzer.” Strinse le mascelle e sfregò i denti.

“Dannazione! Ma quanto sono geloso?! E Foster? Ah, Foster, lui l’ha capita, anche meglio di me. Ha capito che era ancora vergine, quando l’ha conosciuta. Ha visto che era un tenero bocciolo profumato e ha provato a portarmela via, finché era ancora in tempo; quando l’ha rivista, fuori da teatro, si è reso conto, ha capito che la rosa era sbocciata. Diamine, si vedeva! Si vede che lei è… lei è sesso. Poveraccio, deve essersi bruciato l’anima: è così preso da lei da aver perso la speranza d’innamorarsi ancora. E dove la trova un’altra come Carol?” Scovare un’altra come lei era un’impresa impossibile: impossibile! Foster con Carol si era bruciato l’anima, altrimenti come spiegare che il giorno dopo il rifiuto di Carol, lui avesse chiesto la mano a un’altra donna? O lei o il nulla. A quel punto, qualunque altra – non aveva importanza chi fosse – poteva andar bene, per lui, rifletté Adam, e un po’, Foster, gli faceva pena. Solo un po’.

“Per me, invece, meglio il nulla. Foster e Simon hanno perso la loro occasione, io no. O Carol, o niente! Mio Dio! Se la perdessi sarebbe un inferno. Io ti seguo anche all’Ade, mia Euridice! Anche all’Ade! Perderla sarebbe finire all’inferno prima del tempo.” Ed era sicuro che ci sarebbe finito, all’inferno, checché ne dicesse il cappellano Sullivan. Guerra o non guerra, dovere o non dovere, aveva sulla coscienza più morti della peste. Per non contare il peso di aver distrutto famiglie intere, magari finite sul lastrico perché aveva ucciso il loro unico sostegno. Non uccidere! La legge di Dio veniva prima della legge degli uomini, ma lui, a quella e solo a quella, aveva obbedito.

Aveva ucciso un amico: quale tradimento più grande?

E poi, non si era fatto nessuno scrupolo a commettere adulterio con la donna d’altri. “Sì, anche con vostra moglie, Sir Whiteley, la vostra adorabile consorte che custodite gelosamente e fate uscire unicamente per recarsi alle funzioni mattutine” pensò Adam, posando lo sguardo su Sir Whiteley che sfortunatamente era riuscito a riprendere la parola con sommo rammarico suo, di Harry ma anche di Edward Handerton, che si era lasciato sfuggire un’occhiata insofferente al cielo.

Se solo Sir Whiteley si fosse preso la briga di fare un salto in chiesa, la mattina, avrebbe scoperto già da tempo che la sua deliziosa consorte, Lady Agnes, si concedeva spesso qualche deviazione. Adam, bloccato lì ad ascoltare l’interminabile fiume di parole che usciva dalla bocca dell’uomo, riusciva a comprendere il desiderio della moglie di concedersi delle scappatelle.

Chissà se Sir Whiteley avrebbe apposto ugualmente la sua firma al contratto se fosse venuto a conoscenza che Lady Agnes gli aveva fatto visita tutte le mattine per due mesi filati, quattro anni prima, si domandò Adam.

“L’ammiraglio Davenport è un uomo intelligente” continuò con le sue riflessioni, “brillante e amabile, mi è sempre piaciuto. Piace anche a Carolyn.” In effetti tutti i signori presenti erano persone molto interessanti, anche Edward Handerton era piuttosto arguto, notò Adam.

L’unico idiota era quel trombone di Sir Whiteley, che si stava vantando delle sue conquiste, proprio in quel momento, con confidenze del tutto fuori luogo. “Ma che discorsi sono? Che conquiste sono, quattro cortigiane attempate? È solo uno smargiasso vanaglorioso, geloso della moglie più giovane di lui...” Adam si bloccò: aveva appena descritto se stesso! Lui aveva otto anni più di Carol, anche lui era uno spaccone − fatto innegabile – ed era più geloso di Otello.

“No, non posso paragonarmi a questo fanfarone!” In effetti lui mai si era vantato, non aveva mai neanche parlato delle sue avventure, mai!

A ben pensarci, non aveva mai corteggiato una donna in vita sua, era per quello che il suo nome non era stato accostato a quello di nessuna dama. Erano state le signore a cercare lui, così non aveva avuto bisogno di far loro la corte.

Mai una parola.

“Be’, insomma, ne sono venute fuori di storie sul mio conto, sempre per via di Harry e Alastair.” Storie che erano diventate favole perché non una volta erano usciti fuori i nomi. Neanche quei due linguacciuti avevano violato il riserbo. “Discrezione” era stata la sua parola d’ordine e la sua fortuna: qualche incontro piacevole, nessun coinvolgimento, nessuno scandalo. A volte si era sentito usato − quand’era più giovane − da donne molto più grandi di lui. A quelle signore non interessava niente altro che prendere ciò che lui aveva da dare − alcune erano proprio insaziabili, come Lady Whiteley − ma era stato divertente. Adam sorrise al ricordo, poi tornò con la mente alla sua ossessione: “Chissà se ha già lasciato il King’s Theatre? A quest’ora dovrebbe essere rientrata. Fermo, Adam! Fermo! Non sciogliere le briglie alla tua fantasia, ci stiamo alzando! Ora andremo tutti nel salone da fumo: ti immagini che figura se te ne vai in giro con questi bei calzoni attillati? Il modo migliore per rovinarsi la reputazione! Chi, fra tutti questi gentiluomini che si aggirano per le sale del club avrà “ispirato” Blackbourn? Diventerei la favola di tutta Londra. E a ragione” si disse, ridendo fra sé.

 

Si trasferirono nella sala da fumo, i signori più anziani si accomiatarono dai più giovani che si accomodarono, con un buon sigaro davanti a un armagnac.

Al tavolo accanto si erano seduti tre giovanotti azzimati e impomatati, tutti con il medesimo nodo alla cravatta che costringeva i loro colli in una postura forzata.

«Mi sono innamorato» stava smaniando uno dei tre, dai capelli rossi e i boccoli innaturali. Adam, che dava loro le spalle, non poteva fare a meno di udire la loro conversazione. «Ho incontrato la fanciulla che mi ha rubato il cuore. È di una bellezza straordinaria. Potrei anche sposarla se di dote adeguata e famiglia in vista.»

«E chi savebbe questo incommensuvabile esempio di fulgido splendove?» domandò un altro, con un’orribile erre alla francese.

«Non lo sappiamo» rispose un terzo, anche questo probabilmente uscito dalle abili mani dello stesso acconciatore, «ma ti comunico, amico mio» continuò, rivolgendosi al rosso, «che anche io ho deciso di dare l’assedio.»

“Che cosa ne sanno, questi bambocci, di assedi? Ogni genere d’assedio!” si disse Adam, sorridendo. “Bellezza straordinaria, fulgido splendore… Non hanno mai visto Carol…” pensò in cuor suo.

«L’ho vista prima io! E poi è me che vuole, mi ha sorriso. Un sorriso così, equivale a una dichiarazione» spiegò il rosso.

«Ti ha solo ringraziato perché le hai raccolto il libretto» minimizzò quello che, evidentemente, era stato testimone dei fatti.

“Libretto?” si chiese Adam. “Libretto d’opera?”

«Lo ha fatto cadere a bell’apposta, perché io potessi raccoglierlo» protestò convinto.

«Ma almeno sapete chi sia? Come favete a tentave la sovte se non sapete neppuve chi sia?» domandò il bleso, che evidentemente non aveva assistito all’incontro.

«Non l’ho mai vista da Almack’s, né in giro in città, deve essere appena giunta a Londra dalla campagna. Sarà la protetta della baronessa, qualche parente del nord.»

“Baronessa? Quale baronessa?” si domandò Adam, sull’attenti. Non aveva mosso un muscolo, tranne la mascella che si era contratta all’istante e le narici che si erano involontariamente dilatate. Aveva cercato di sottecchi lo sguardo del cognato, che aveva gli occhi abbassati, a rimirare l’estremità accesa del sigaro che gli bruciava tra le dita: aveva sentito anche lui.

«Una campagnola, quindi. Una vagazzotta avvendevole e gioviale, se ho ben capito» osservò quello con la fastidiosissima erre.

«No, non ha l’aria campestre, anzi è molto elegante e seducente, perfino troppo, per una ragazza così giovane.»

«Non savà la contessa di Westbuvy, pev caso?»

Adam sentì montare il sangue al cervello e gli si accapponò la pelle nel sentire pronunciare il proprio nome con quel rotacismo. «So che ultimamente Lady Emevy-Boyd si accompagna spesso alla contessa. Cvedo che siano impaventate alla lontana. Non ho ancova avuto il piaceve di vedevla, ma dicono sia bellissima, anche meglio della bavonessa.»

“Sì, è lei!” Adam, udendo il nome della sorella, di cui senza dubbio il trio aveva parlato in precedenza, aveva avuto la sua conferma.

«È sicuramente meglio ed è anche più giovane. Conosci il marito?» domandò quello coi capelli rossi.

«Il mavito? Il conte di Westbuvy? No, mai visto, so che è molto più anziano, avvà come minimo una decina d’anni più di lei.»

Adam notò un lampo d’ilarità balenare negli occhi di Edward Handerton, anche lui doveva aver capito tutto il discorso, infatti sia lui che Harry si erano azzittiti per ascoltare la conversazione del tavolo accanto.

«Le donne così belle sanno quanto valgono, puntano in alto, si concedono solo a uomini attempati e di alto lignaggio» rispose il giovanotto dalla chioma curatissima, ravvivandosi con le dita i boccoli che gli erano caduti sulla fronte.

«Se è sposata è ancora meglio. Il marito sarà qualche vecchio grassone stempiato. Sarà più semplice farla capitolare. Magari è anche geloso, sarà più divertente. Si rivelerà un gioco da ragazzi» disse il rosso, convinto.

Adam osservò prima l’espressione truce di Handerton, non stava ridendo, poi lanciò uno sguardo al cognato che si stava annusando le dita, strofinandole sotto il naso.

«Non per te, perché sarò io ad avere la meglio» ribatté il secondo, il riccioluto.

«Scommettiamo?»

«Scommettiamo! Venti ghinee?»

«Andata.»

«Anche tu vuoi partecipare?»

«E pevché no? Se siete così convinti che ne valga la pena» acconsentì il terzo. «Che cosa ne dite di andavcene di qui e tentave davvevo la sovte in quella nuova casa da gioco di cui pavlano tutti?» propose.

«Per me va benissimo. Ci sono stato, è un posto molto esclusivo e le ragazze sono giovani e carine.»

«Ma non evi innamovato?» domandò il bleso, alzandosi.

«Che vuoi, nel frattempo…» rispose quello, salutando con un inchino appena accennato i tre del tavolo accanto.

 

«Perdon» si scusò Adam, alzandosi dal suo tavolo. La faccia era una maschera di cera.

«Scommettiamo che, da domani e per un mese, quei tre non saranno in grado di alzarsi dal letto?» disse Harry non appena Adam si fu congedato, proponendo a Edward la sua, di scommessa. 

«Non scommetto, se so di perdere» rispose Handerton. «Questa serata si sta rivelando molto al di sopra delle aspettative.» 

«Non è ancora finita. Te l’ho detto: una serata con Blackbourn non è mai noiosa» e si alzarono entrambi.

 

Adam si appoggiò al cancelletto, aspirò una boccata di fumo e usò l’unghia del pollice per grattar via i residui di ceralacca dal castone dell’anello. Non dovette attendere tanto, quei tre stavano uscendo da Boodle’s, scherzando e ciarlando.

«Buona sera, signori» li sorprese Adam.

«Buona sera a voi» ricambiarono, alzando il cilindro.

«Io gradirei ricevere, da Lor signori, le più sentite scuse: potrei anche accontentarmi...» lasciò in sospeso la frase.

 «Scuse? Quali scuse?» replicò il rosso con aria strafottente. «Con chi sto parlando, se è lecito domandare?»

Adam vide con la coda dell’occhio Harry e Edward uscire dal portone del club. Inspirò, prima di rispondere: «State parlando con il tenente-colonnello Blackbourn, dell’esercito di Sua Maestà e…»

«E allora?» domandò il riccioluto.

«Allora, niente. Sto aspettando. Credo proprio che sappiate a chi dobbiate delle scuse, visto che ve ne andate in giro con l’aria di essere dei gentiluomini.»

«Noi sicuvamente lo siamo, di voi, coi vostvi modi, non si può dive altvettanto» rincarò il terzo.

«I miei modi? In fede, in vita mia, non ho sentito parole più scurrili pronunciate nei confronti di una signora, neanche fra la soldataglia ubriaca.»

«Ah, ho capito» disse il rosso, «avete paura che possiamo intralciare i vostri piani con la bella lady?»

Adam fece un balzo, afferrò il giovane per la collottola e con uno strattone lo fece volare contro la parete dell’edificio accanto.

«Voi non sapete chi sono io!» strillò il malcapitato, intontito dalla botta.

«Non me ne importa nulla di chi sei tu, idiota!» gli ringhiò di rimando, mentre, senza neanche guardare, aveva girato di scatto il braccio teso per abbrancare il collo del riccioluto che si era lanciato in soccorso dell’amico. Fece fare anche a quello la stessa fine, lanciandolo come un sacco contro il muro.

«Colonnello» iniziò il rosso, «sistemiamo questa faccenda da gentiluomini, domattina all’alba...»

«Vi sto offrendo la possibilità di rivedere sorgere il sole, avete capito o no?» abbaiò.

Harry e Edward guardavano muti la scena.

«Davvevo, voi non sapete chi sono questi signovi» li difese il terzo giovane, con la sua erre moscia. «Il nipote del visconte di Sommevsby e il cugino di Lady Godwin.»

«Voi, non sapete chi sia io!» Adam si era avvicinato muso a muso, ma si trattenne dal colpire anche quello. «Davvero non sapete chi io sia, altrimenti stareste zitto!» Gli altri due si erano avvicinati circondandolo.

«Domattina all’alba, signore» gracchiò il rosso, spavaldo. «Sapete menare le mani, vediamo se saprete brandire una spada.»

«Una spada?» ripeté, gli occhi erano due fessure. Edward e Harry non avevano perso una sola battuta. «E chi, di Lor signori, dovrei affrontare per primo? O preferite tutti insieme?»

«Ah, che sbruffone, costui!» strillò il riccioluto.

«Vorrei davvero darvi una lezione di quelle definitive, ma quella spada, che non vedete l’ora di conoscere, ha visto tanto sangue da rendere impossibile smacchiarla ed è molto meglio non… Ah, dannazione» sospirò cercando di ritrovare la calma, «siete solo dei poveri idioti» e li scansò con una spinta per allontanarsi.

«Idiota?! Sono io che ora domando soddisfazione a voi!» strillò il riccioluto, facendo l’incauta mossa di colpire Adam al braccio.

Adam prese il giovane per la collottola e gli riservò il medesimo servizio di poco prima, facendolo atterrare sul marciapiede. Il terzo giovane fece partire un pugno, che non raggiunse l’obiettivo: fu intercettato dalla mano di Adam che lo strinse nella sua morsa, gli ruotò il braccio, costringendolo a inginocchiarsi, mentre il rosso gli si avventava sulla schiena, afferrandolo per il collo. Anche quella fu una mossa incauta, perché il cicisbeo dalla rossa chioma fu scaraventato a terra, crollando rovinosamente sull’amico inginocchiato.

«Mi accontenterò delle vostre scuse… in ginocchio» spiegò Adam, con un ghigno.

«Avete visto!» gridò il riccioluto, in direzione di Harry e Edward. «Avete visto che razza d’individuo? Ha paura di affrontaci lealmente. Voi siete testimoni.»

«Tu hai visto, Edward?» domandò Harry all’amico.

«Io non ho visto niente» rispose Edward. «O meglio, ho visto tre tangheri rivestiti, la cui villania andrebbe castigata a dovere: questo ho visto, Harold.»

«Si rifiuta di affrontaci in un leale duello! Che gentiluomo è mai, costui?» sbottò il rosso, spavaldo.

«Chi vi ha detto che io sia un gentiluomo? Volete davvero affrontarmi in un duello» ruggì loro contro. «Ma avete capito o no chi avete davanti?» gridò. Il viso era deformato dall’ira.

«Calmati, Adam» lo blandì Harry, che cominciava a preoccuparsi. «Lascia perdere, non ne vale la pena.»

«Anche voi, Butley, a dar manforte a questo cafone?» continuò il giovinastro dai lucenti boccoli, ora tutti scarmigliati, che evidentemente conosceva Harry. «Per difendere chi, poi?»

Harry scattò, ma Edward lo trattenne. «Milord vi ha chiesto gentilmente di porgergli le vostre scuse, credo sia proprio meglio che lo accontentiate» intervenne Edward Handerton, accomodante. «Non credo siate pienamente consapevoli né delle vostre parole, tantomeno di chi avete di fronte.»

«Ammetto che i miei amici e io siamo stati un po’ avventati nelle pavole usate nei viguavdi di una signova» concesse il terzo giovane, dotato di un po’ più d’acume e di educazione dei suoi compagni. «Voi, signovi, state esagevando, era solo una celia, qualche innocua battuta su una bella giovane.»

«Esagerando?! Credetemi, e vi do la mia parola di ufficiale, che se mai arrivassi al punto di legare il nome della signora in questione a un duello, nessuno di voi tre vivrebbe abbastanza per raccontarlo» ruggì Adam.

«Come avete detto di chiamavvi?» gli domandò quello, preso da un dubbio.

«Tenente-colonnello Adam Blackbourn, barone Blackbourn di Heywood… settimo conte di Westbury.»

«…insignito di Victoria Cross, Badajoz, Salamanca Cross, e poi Tolosa…» lo interruppe Handerton, dimostrando di conoscere bene le onorificenze di Adam e nel tentativo di far capire ai tre giovinastri che era proprio meglio evitare la tenzone.

«Dimentichi le prime, la Giava Cross e l’India» precisò Harry.  

«Io vi domando pevdo…» incominciò il terzo giovanotto, presto interrotto dai suoi due amici, “il nipote del visconte di Sommersby” e “il cugino di Lady Godwin”.

«Io non mi scuserò mai davanti a questo villano, sarà la mia spada o la mia pistola a parlare per me!» strillò il rosso e il “bella chioma” assentì, annuendo con decisione e aggiungendo, rivolto a Harry: «Dovrebbe tenersela a casa, se non vuole che nessuno la guardi.»

Non fu più possibile, a Adam, trattenersi. E neanche a Harry.

 

«Vi accompagno con la mia carrozza» propose Handerton, finita la “rieducazione” dei tre bellimbusti e dei loro cocchieri e lacchè, giunti in soccorso dei malcapitati.

«Vi ringrazio, Edward, è meglio che faccia due passi per schiarirmi le idee» li salutò.

«Fortuna che St James Street era praticamente deserta, stasera. Sono tutti in quella nuova bisca di cui si parla tanto» osservò Harold preoccupato, salendo in carrozza.

«Oh, non darti pensiero, nessuno ha visto niente e quei tre dementi ci penseranno due volte prima di fare ancora commenti su una signora. Hanno imparato la lezione, stai tranquillo. Per Bacco! Credevo esagerassero su tuo cognato, invece la nomea di Blackbourn è del tutto meritata: sembrava di vedere una furia.»

«Anche il tuo gancio non è male: ti sono servite le lezioni di Jackson.»

«Mai quanto il tuo destro, amico.»

«Non vorrei essere nei panni di Carolyn, questa sera» rifletté Harry, a voce alta.

«Oh, io invece non vorrei essere in quelli di Blackbourn quando tua sorella saprà che cosa è successo» e scoppiarono a ridere.

 

Carol stava rileggendo Byron, a letto, comodamente appoggiata ai morbidi cuscini. Cercava di non addormentarsi, voleva aspettare il suo ritorno.

Adam rientrò direttamente in camera, chiudendosi la porta alle spalle.

«Buona sera, sei tornato» lo accolse felice, posando il libro aperto sulle gambe distese.

Il sorriso le morì sulle labbra.

Lo conosceva troppo bene...

“Fulmini e tempesta! È furioso. Con me? Se lo conosco come lo conosco, si direbbe proprio di sì. Ma che cosa ho fatto? E ora che gli dico? Mi fa paura, quando fa così.” Carolyn non mosse un muscolo, zitta, in attesa che lui parlasse.

«Ti sei divertita?»

Lei annuì, con gli occhi dilatati, due immense gocce d’ambra. “Oh, no! Un’altra volta, no!” si disse quando lo vide camminare avanti e indietro come un leone in gabbia, in quella stessa stanza, come due mesi prima. “E ora, che cosa gli ho fatto?”

«Ti sei divertita. Bene! Hai fatto qualche piacevole incontro?»

«Piacevole incontro? Ho presentato i miei omaggi a Lady Cowper, che è amica della mamma. E alle signore che erano con lei.»

«E il libretto? Era interessante?» Adam stava passeggiando, le mani sui fianchi, consumando il tappeto.

«Il libretto? Il solito rimaneggiamento. Però aveva la traduzione accanto, ma le pagine erano troppe e non erano cucite. Il nastrino che li legava non riusciva a trattenere i fogli che continuavano a cadere e a sparpagliarsi» raccontò Carol, che non sapeva che altro dire.

«Ah, sì? E chi li ha raccolti?» domandò lui, rabbioso.

«Un po’ tutti. Sono caduti a tutti, non solo a me.» Sorrise, cercando di allentare la tensione.

«E a te, chi li ha raccolti?» richiese, brusco.

«Io… Frederick…»

«Qualcun altro?» ruggì.

Carol ci pensò su, non ricordava… “Che cosa vuole sapere? Dove vuole andare a parare?”

«Un uomo?»

«Ah sì, all’uscita, un giovanotto azzimato con un buffo ciuffo rosso» sorrise, ma tornò seria vedendo il lampo assassino negli occhi blu del marito. «Che cosa vuoi sapere?» La voce di Carol si era fatta dura.

«Gli hai sorriso!»

«Che cosa stai insinuando?» La ragazza era scesa dal letto, ora anche lei era furiosa.

«Niente! Non insinuo niente! Com’eri vestita? Eri scollata?» “Oh no” pensò Adam, in un istante di lucidità, “non posso averlo detto davvero!”

«No! Eh, no! No, no, no, non puoi farmi questo!» gridò Carolyn, scappando verso il suo spogliatoio, ma lui la raggiunse e la bloccò sulla porta.

«Non fuggire!» le abbaiò sul viso. «Non permetterti di voltarmi le spalle e andartene!» la minacciò.

«E tu non permetterti mai più certe insinuazioni! Mi avevi detto… mi avevi assicurato che mi avresti lasciata libera: è questo il tuo concetto di libertà?» Adam strinse gli occhi a fessura. «Non ti ho chiesto io di venire qui, non ti ho chiesto io abiti nuovi, non ti ho chiesto io la vita mondana di Londra… Chiudimi a Westbury, chiudimi in una stanza! Chiudimi di là» e indicò il suo spogliatoio. «Aprimi solo quando ne hai voglia tu, ma non permetterti mai più di fare insinuazioni sul mio conto!»

«Carol, tu...» cercò d’interromperla.

«Gli ho sorriso?! Sì! L’ho ringraziato? Anche! E per farlo gli ho rivolto la parola. Gli ho detto: “Grazie.” E lo rifarò. Lo farò e lo rifarò ancora, finché non ci sarà nulla di male a farlo.»

«Tu non sai cos’hanno detto!»

«Dicano quello che vogliono!» strillò. «A me non è mai importato di ciò che dicono sul mio conto!»

«Importa! A! Me!» Adam si era voltato, dandole la schiena, per cercare di recuperare il controllo.

La luce del lume sul comodino permise a Carol di notare lo strappo dietro alla giacca del marito. E aveva la cravatta stazzonata.

«Che cosa hai fatto? Che cosa è successo? Dimmelo!... Oh, Cielo! Non lo avrai sfidato, vero?» chiese Carol, allarmata.

«Non macchierei mai il tuo nome con l’onta di un duello!»

«Ma che cosa vuoi che m’importi del mio nome! È di te che m’importa, stupido orso! Senti già la nostalgia della battaglia? Ti stai annoiando?» gridò, inalberata.

«Non dire sciocchezze! E non azzardarti a insultarmi!»

«Ah, no?» lo provocò. «Invece sei proprio un orso testardo e prepotente.»

«Non sai quanto!» e le afferrò i capelli dietro la nuca, tirandole la testa all’indietro. «Sei proprio brava! Sei bravissima a tirar fuori la bestia che è in me. Non ti consiglio di provocarmi.»

«Altrimenti che cosa farai, Adam? Alzerai le mani?»

«Picchiarti? Sei impazzita?!» lasciò la presa e indietreggiò di un passo, inorridito.

«No, picchiarmi no, certo. Strapazzarmi, magari! Come fa il gatto col topo prima d’ingoiarlo. Strapazzarmi e poi? Non puoi inghiottirmi!» Carol era di nuovo posseduta dalla folle rabbia che aveva provato l’ultima sera a Westbury. Lo stesso senso di femminea impotenza che la faceva inferocire ed era l’unico sentimento che alimentava la sua rabbia cieca e la sua ribellione. Ma con lui non era facile imporsi, si sentiva sempre terribilmente impotente. Sapeva perfettamente che lui non le avrebbe mai fatto del male, non avrebbe alzato le mani su di lei, né quella sera né mai, ma avrebbe affermato il suo dominio e lei, purtroppo, avrebbe ceduto, così ebbe la stessa reazione di quella notte: offrirsi per provocarlo. Sollevò la camicia da notte scoprendo le gambe e il pube. «E poi? È questo quello che vuoi?!»

Adam rimase attonito a fissare il triangolo scuro tra le sue gambe, incantato e attratto.

«È solo questo quello che vuoi da me: prendilo!» lo sfidò sfrontata.

Lui si avvicinò e le afferrò di nuovo i capelli dietro la nuca e il mento con l’altra mano, raggiunse le sue labbra e le morsicò entrambe, stringendo tra i denti.

«Uhihg!» le sfuggì un lamento strozzato.

«Tu mi farai impazzire!» gridò la prima e l’ultima parola. La lasciò andare, arretrando un poco, quel tanto che fu sufficiente a Carolyn ad assestargli uno schiaffo in pieno volto, con veemenza. E poi un altro, con l’altra mano, sull’altra guancia, ancor più forte. Adam fermò il terzo schiaffo bloccandole il polso. «Basta!»

«Ho desiderato farlo dal primo momento che ti ho conosciuto» gli confidò rabbiosa, stringendo gli occhi.

«Lo so.» Adam le regalò uno dei suoi mezzi sorrisi e la lasciò andare.

Libera, Carolyn gli lanciò le braccia al collo per dargli un bacio infuocato, aggrappandosi alla sua nuca.

Finirono contro la parete tra la finestra e la porta dello spogliatoio, proprio dove lui, per tutta la sera, aveva desiderato portarla. «Fammi respirare» le chiese ridendo, quando riuscì per un attimo a staccarsi da lei.

«No» e tornò a baciarlo.

«E io ho desiderato fare questo» sbuffò, spingendola contro il muro e facendole sentire la propria erezione, mentre invadeva le sue labbra con la lingua. 

«Lo so benissimo che è solo questo che vuoi da me» gli gridò, spingendolo via, di nuovo rabbiosa. «Lo so! Che cosa sono per te? Un balocco con cui trastullarti finché ti va, da riporre su uno scaffale quando hai finito? Sono un oggetto da usare a tuo piacimento?» Era arrabbiatissima, sentiva il magone stringerle la gola e le lacrime di rabbia bruciarle gli occhi. Lo aveva picchiato, lei sì che aveva dato sfogo alla sua violenza, ma si sentiva usata, e non poteva tollerarlo.

«Un oggetto? No, non sei un oggetto, no. Tu sei una cosa» le disse, stringendo gli occhi.

«Una cosa?!» A Carol uscì un rantolo, la gola abbrancata da una morsa di dolore.

«Sì, sei una cosa: sei il mio cuore! Preferirei che me lo strappassero dal petto piuttosto che mi toccassero te! Lo capisci o no?»

«E tu? Come puoi anche solo pensare che mi possa interessare quel tipo?! O l’amico che era con lui? O quella marea di tapini tronfi e vuoti come gusci d’uovo, che affollano i ritrovi londinesi?! Ho provato a spiegarti quanta fatica mi sia costata evitare gente come quella!» Si stava agitando e sbracciava. Adam era davvero troppo geloso se pensava che potesse interessarle quel genere di uomini, oppure era altro il motivo della sua rabbia?

«No, Carol, tu hai usato le tue energie per evitare gli uomini. Tutti gli uomini, anche quelli che non erano poi tanto male.»

«Ecco, appunto! Io non mi accontento di “tanto male”: io ho te! Io ho scelto te!!» Carolyn stava gridando senza voce, con gli occhi in fiamme. Possibile che non avesse ancora capito?

«Tu non hai scelto me, Carol, io ho scelto te! Ti ho costretto a sposarmi, ti ho legata a me e – cos’è che hai detto? Ah, sì – ho “preteso” che tu t’innamorassi.»

«Che altro devo fare? Che cosa devo fare per dimostrarti che ti amo?»

«Niente! Mi hai dato tutta te stessa, tutta quanta. Tu non hai mezze misure: sei mia moglie e il tuo senso dell’onore ti impone di amarmi.»

«Ah sì, ora capisco! È sempre quello, il punto! Quando ti arrabbi così c’è sempre lui, di mezzo. Ma te lo vuoi mettere in testa che ho scelto te?»

«Se fosse arrivato Foster per primo, se fosse stato lui al mio posto, tu saresti rimasta con lui, perché tu fai ciò che il tuo senso dell’onore e il tuo attaccamento al dovere t’impongono: tu pensi e agisci esattamente come un uomo» spiegò freddo.

«Pensi questo? Non sai quanto sbagli! Se fosse stato il contrario, se ci fossi stato tu, fuori da teatro, a chiedermi di fuggire, io sarei venuta via con te. Avrei lasciato tutto e sarei venuta via con te, senza pensarci due volte. Io avrei scelto te, io sceglierò sempre te. Sempre te!»

Tutto quello che Carol aveva sopportato per lui in quei due anni, tutto ciò che aveva fatto per curarlo, tutte le parole e i gesti per confessargli il suo amore, tutto quanto non era bastato a rassicurarlo. Due sole frasi e si sentì travolto da un’onda che in un solo istante era riuscita a spazzare i dubbi che aveva nascosto in fondo al cuore. “Lei avrebbe scelto me, sarebbe venuta via con me, avrebbe sfidato le convenzioni, il biasimo, il disonore e l’ostracismo... per me. Lei ha scelto me! Ha scelto me, ha scelto me, ha scelto me…”  e mentre si lasciava pervadere dalla gioia infinita di una piena consapevolezza, udì quelle parole uscire dalle proprie labbra: «Ma lui ti piaceva…»

Carol chiuse gli occhi e sospirò sconfortata: «Sì, mi piaceva e mi piace» confessò. «Potrei negarlo, per tranquillizzarti: non lo farò. È un uomo d’indubbio valore, ma io sono convinta che tu gli sia di molto superiore, in tutto, anche se in serate come questa fai ogni cosa in tuo potere per logorare le mie convinzioni.»

«Non me lo hai mai detto, non mi hai mai detto niente.»

«Credevo di sì, credevo l’avessi capito. Va bene, se lo desideri lo ammetto: dall’istante in cui sei apparso nella mia vita, io ero tua. Ho provato a opporti resistenza, fortunatamente non ci sono riuscita. Io ti appartengo» concesse, facendo spallucce. Era la pura verità: lei gli apparteneva, ma non perché lo dicevano la legge, la morale comune e la parola di Dio che imponevano a una moglie l’appartenenza al proprio marito, o a una donna l’appartenenza al proprio uomo, no. Lei era sua, e sua soltanto, perché la sua anima gli apparteneva, e con esse il cuore e il corpo. E da parecchio era giunta alla consapevolezza che gli era appartenuta fin dal loro primo incontro, per affinità, per carattere, anche per devozione… di sicuro per attrazione, ma non certo per imposizione.

«Tu mi appartieni.» Adam strizzò appena gli occhi. 

Lei annuì. «Lo sai.» 

«Sei mia.» Si tolse la giacca, la buttò sull’ottomana sotto la finestra e le si avvicinò con due agili passi. «Dillo!»

«Sono tua.»

«Ora dimmi quello che mi hai detto a Westbury, quella notte» la prese per le spalle, si abbassò e le annusò il viso, sfiorandola appena con le labbra.

Mezzo minuto e l’aria che si respirava nella stanza era cambiata, lui era cambiato. Come al solito, in un attimo, la furia che lo animava si era placata. Si era trasformata in qualcos’altro, pensò Carol sconcertata. Desiderio? Voluttà? «Che cosa ti ho detto?» domandò in un soffio, ipnotizzata dal suo alito caldo sul viso.

«Non ricordi?» le ansimò sulla bocca.

«Ti voglio?» chiese in un singulto, catturata da quel contatto così intimo e ravvicinato. “Sì, gli ho detto ‘ti voglio’, me lo ricordo bene” rifletté, seppur con la mente annebbiata.

«No: hai detto che io sono il tuo signore e padrone» le ricordò e le abbassò le spalline della camicia da notte. Tirò la stoffa sui fianchi, lasciandola nuda, con la veste arrotolata ai suoi piedi. 

«Cosa?» “Non mi ricordo, quando l’ho detto?” Tremava.

«Hai detto che sono il tuo signore e padrone e ogni mio desiderio è un ordine.»

«Ma ero arrabbiata» farfugliò. “Era solo sarcasmo, il mio, ero arrabbiatissima. Non lo pensavo per niente... in quel momento.” «Ah!» gemette, sentendo dita maschie raggiungere il luogo fatato fra le sue gambe.

«Dillo!» ordinò autoritario. «Guardami e dimmelo!»

«Sei... sei il mio signore e padrone.» Le uscì solo un sussurro, intimorita dal suo sguardo severo.

«Ancora» sbraitò, stringendo la presa.

«Sei il mio signore e padrone!» strillò per il dolore e il piacere, mescolati.

Adam avvicinò di nuovo il viso, sfiorandola e annusandola. Carol spinse in fuori le labbra carnose per ricevere un bacio, con gli occhi chiusi.

«No. No. E apri gli occhi!» Le girò intorno, esaminandola, dall’alto.

“Perché non mi bacia? E come mai non si spoglia? Io sono nuda. Mi sta guardando. È sempre nudo! Davanti a me è sempre nudo, proprio come il suo omonimo in giro per il giardino dell’Eden, e senza neppure la foglia di fico! Perché stasera no?” Era molto imbarazzata, si sentiva esposta. Era arrossita.

Non sapeva dove tenere le mani… Forse in grembo, intrecciate?

No. Sciolse le dita.

Lungo i fianchi?

Sì, meglio così.

“Perché continua a guardarmi?” Aveva notato che il suo sguardo si era posato dietro, e il tocco della mano seguiva la sua pelle, scaldandole la schiena e i glutei di brividi ghiacciati. «Uhm!» gemette, sentendo le dita passarle da dietro e infilarsi nella fessura.

«Tu mi appartieni! Anima e corpo: questo dice la legge» le sibilò all’orecchio, insinuando le dita nel profondo.

«Sì» ammise.

«Dimmelo!»

«Ti appartengo, sono tua, anima e corpo» ansimò.

«Qua dentro, nel nostro scrigno, tu non sei mia moglie!» Le aveva afferrato i capelli dietro la nuca, tirandole indietro il capo per parlarle sulla bocca.

“No?”  si domandò spaventata, gli occhi sbarrati.  

«No!» rispose alla sua domanda silenziosa, sfiorandole appena la bocca con la sua. «Sei la mia amante. E tu farai tutto quello che voglio io! Hai capito bene!»

Annuì appena, impedita dai capelli tirati all’indietro.

«Soddisferai ogni mio capriccio, ogni mio desiderio: dillo!»

«Farò tutto quello che vorrai.»

«Bene!» e delicatamente la sospinse verso il muro, posandole le mani sui fianchi nudi. Le fece posare i palmi contro la parete, “quella” parete, le braccia distese in avanti, le fece divaricare un po’ le gambe, solo un po’.

“Non mi spoglio. Voglio tenere addosso i vestiti” pensò Adam. “Io vestito, lei nuda. La voglio a disagio, sottomessa. Imbarazzata e umiliata. Sì. Sono il suo signore!” si disse e le diede una sculacciata. “Oh no! Non riuscirò a resistere molto. Che bella che è! Mi fa morire. Altro che signore, sono qui che sbavo. È tutta la sera che ci penso...”  Le diede un’altra sculacciata, delicata ma sonora, per snebbiare un po’ i suoi pensieri torbidi.

“Perché fa così?” si domandò Carol, stranita. “È arrabbiato perché l’ho schiaffeggiato? Perché l’ho insultato? Mi punisce per quello? Credevo gli fosse passata. Si arrabbia sempre, ma gli passa subito, invece ora...”

«Spingilo in fuori, fammelo vedere» ruggì, carezzandole i glutei arrossati, che riempivano la sua mano. «Più in fuori! Così!» e le diede un altro schiaffo, dall’altra parte.

“No, non è arrabbiato” constatò. Carol riconosceva il suo tocco, e non era mai dolore, anzi le sue mani sapevano regalarle il piacere più intenso anche quando schioccavano sulla sua pelle. Cercava di ragionare, ma pensare le sembrava impossibile, in quel momento. “Non è rabbia, non lo è mai. È una questione diversa: è una questione di... di altro…” Carolyn provò a focalizzare quello che stava accadendo, a dare un nome al loro rapporto. “È.… è... T’impressiona anche solo pensarlo? Dillo! Su, dillo: è solo una questione di... di... carne. Ecco, l’ho detto!” Deglutì. “È lussuria e ti piace: ammettilo! Non gli dici mai di no perché ti piace. Ti piace tutto quello che ti fa!” Arresa, abbandonata a quel gioco di sensi e possesso, chiuse gli occhi, intanto non le serviva a niente guardare le righe della carta da parati e fece schioccare le labbra regalando un bacio all’aria. “Sì, sì mi piace. Mi piace essere alla sua mercé e dargli piacere. Voglio che mi desideri, voglio dargli tutto.” Era giunta alla vera consapevolezza: “Voglio accontentarlo e soddisfarlo in tutto. Voglio che provi più piacere con me che con qualsiasi altra donna abbia mai avuto. Voglio fargliele dimenticare tutte! Voglio esistere solo io per lui. Non deve desiderare nessun’altra, mai più!” farneticava tra sé. Spinse all’infuori i fianchi, con un movimento sensuale a cercare il contatto, un muto richiamo ancestrale che non si perse nel vuoto.

«Eccomi, Meraviglia.» Adam rispose a quel silenzioso invito e, sbottonati i due bottoni laterali dei calzoni, le premette contro la sua erezione.  Le circondò la vita con un braccio e le afferrò il seno con l’altra. Fece un po’ di pressione ed entrò, gemendo. «Ecco il tuo uomo!»

Quelle parole sputate all’orecchio furono, per Carolyn, come un vortice che le risucchiò le tempie e il ventre in un unico spasmo, trascinandola via. Due, tre, quattro spinte e si sciolse fra le sue braccia, gridando con la testa all’indietro e le mani appoggiate al muro, a sostenere il loro peso.

«Ti basta davvero poco» le abbaiò all’orecchio, strafottente, ridendo di soddisfazione, ma cercò di sincronizzare le sue spinte agli spasmi di Carolyn, per darle tutto il piacere fino all’ultimo.

Carol, stremata, fece ciondolare il capo, come una bambola di pezza, senza nessun nerbo, sostenuta dalle sue braccia.

No, non poteva finire così, si disse, in un sussulto di orgoglio. “Io voglio dargli piacere, non voglio sciogliermi come burro. Voglio che m’implori. Che m’implori! Non voglio essere sempre io a implorare lui. E poi che pensi di me ciò che vuole, pensi pure che sono una dissoluta lussuriosa, non importa, basta che non rida di me: mi deve implorare! Implorare!” Gli sgusciò dalle braccia e scivolò giù, in ginocchio. Si girò e spinse le labbra contro i suoi fianchi. Sbottonò meglio la patta, per avere libero accesso. Aprì la bocca per accoglierlo dolcemente e, aiutandosi con le mani, gli concesse le sue dolci carezze.

«Sì, baciami. Leccami» grugnì lui. «Baciami e guardami negli occhi» singhiozzò con lo sguardo torbido. Carol obbedì. «Ancora, ancora...» Inspirò. Le carezzò il viso, i capelli trattenendo il bel volto tra le mani. Faceva ondeggiare i fianchi per ricevere meglio l’incanto della sua bocca. Era in visibilio, averla inginocchiata ai suoi piedi, nuda..., catturare il suo sguardo e perdersi nel piacere più puro e assoluto lo mandava in estasi.

«Non penso ad altro: penso solo a te, penso solo a te...» le confessò in un rantolo. «Tu sei mia, sei mia, sei mia, sei... il mio cuore... ti amo, ti amo, ti amo...» singhiozzava quella litania, perso nel piacere. “Il mio cuore è sempre con te, sei in tutti i miei pensieri. La mia anima è fusa con la tua: manca solo il tuo corpo, per questo ti cerco, ti anelo...” «Basta, Carol» cercò d’interromperla. «Basta, se no io... Basta, sto per... Fermati. Fermati! No. No! Ah, sì, sì, sììììì...»

Adam aveva visto quell’immagine troppe volte, in quei due anni di solitudine: ogni suo dannatissimo orgasmo solitario era finito esattamente così, perso nella sua bocca, fluendo via dalle sue labbra fino a rigarle il seno, fin sopra i suoi capezzoli, ma la realtà era molto meglio del sogno, era infinitamente più erotica della favola, lei era ancora più erotica che nella fantasia, più bella... più femmina... ed era vera! Inspiegabilmente vera...

“Ah, sì, ce l’ho fatta!” esultò Carolyn, in cuor suo. “Sì, gli è piaciuto. Molto. Lo vedo. Che faccia che ha fatto! E a me è piaciuto? Questo liquido non è così sgradevole. Oppure sì? È acido e penetrante, non so dire. No, non è così sgradevole, ma mi dà la nausea: l’odore, il sapore non so... non posso vomitare, non posso proprio. Sputa, ingoia, fa qualcosa, ma trattieni i conati! Ecco sì, è passata... È l’odore che mi procura nausea. Sta passando. È meglio che mi alzi, però. Devo pulirmi.” Vacillò. Vide la sua mano tesa, che le porgeva un fazzoletto.

«Grazie» sussurrò tirandosi su e pulendo il viso. La mano che l’aveva aiutata a rialzarsi l’attirò fra le sue braccia per un bacio, uno di quei suoi baci così belli che avevano avuto il potere di farla innamorare, un bacio che aveva un sapore diverso, così intimo da mettere i brividi.

Adam la sollevò tra le braccia, si avvicinò al comodino, soffiò sulle candele e la depose sul letto, smorzò il lume, si spogliò in fretta, al buio, e si sdraiò accanto a lei.

“Ahi!” trattenne un lamento sdraiandosi. “Devo avere una costola incrinata” si disse. “Quel dannato cocchiere ha usato la mazza per i giunti per colpirmi alla schiena. Comincia a fare male, ma se se ne accorge lei è peggio. È molto meglio che non lo sappia” ma gli sfuggì un gemito di dolore.

«Che cos’hai?» domandò Carol preoccupata.

«Niente» mentì, attirandola tra le braccia. Sospirò.

«Come, niente?»

«Ho quasi combinato un disastro, Carol.» Doveva sviare la sua attenzione e poi voleva scusarsi. «Ho rischiato di rovinare la tua reputazione» disse. «Se avessi lasciato correre sarebbe finita lì. Fra qualche giorno partiremo: chi ti avrebbe vista più?» Sospirò pesantemente. «Ti metto sempre nei guai» ammise sottovoce. «Ma io sono un pazzo geloso e furioso, che non può tollerare di sentir neppure pronunciare il tuo nome.»

«Non ti biasimare troppo, anzi spero che tu abbia dato una bella lezione che faccia passar loro la voglia di parlare a vanvera, perché i loro commenti potrebbero macchiare la reputazione di qualcuna più indifesa di me, rovinandole la vita. Gentiluomini? Puah!»

«Sono fortunato a non appartenere alla categoria.» A Adam uscì un risolino.

«Infatti, tu non sei un gentleman, sei un uomo d’onore, il che è molto meglio.»

«In fede mia, Carolyn, sono strabiliato dai complimenti che sto ricevendo da te questa sera.» Era genuinamente stupito, anche perché sapeva di essersi comportato in modo pessimo. E Carol lo perdonava sempre…

«E non ti ho ancora detto che sei affascinante, hai un sorriso seducente e hai dei magnifici occhi blu ammaliatori. Sei bellissimo.»

«Bellissimo? Non direi.»

«Per me, sì.»

«Tanto basta. C’è altro?»

«Per il momento no. Prometto, però, d’informarti tempestivamente se mi verrà in mente qualcosa. Che cos’hanno detto, quei tipi, posso saperlo?»

«Hanno fatto degli apprezzamenti. Piuttosto pesanti. E una scommessa.»

«Su di me?» Carol rise. «Allora è una moda!»

«Smettila! Pensi che possa stare zitto e ingoiare quando si tratta di te?»

«Ovviamente no» convenne lei, con tono canzonatorio. «Allora, tu che cosa hai fatto?»

«Li ho pregati di porgere le loro scuse.»

«Sì, se volevano vivere…» mormorò Carol in un sussurro, quasi fra sé, scuotendo il capo contro l’incavo della sua spalla.

«Esattamente» rispose Adam, dimostrando d’averla udita.

«E quelli non hanno accettato, giusto?»

«Corretto. Loro avrebbero preferito un duello...»

«…ma tu no, per ovvie ragioni. E sei arrivato alle mani.»

«Sì» confermò.

«E…?»

«E cosa?»

«Continua!» lo esortò.

«Niente: li abbiamo convinti a scusarsi e a dimenticare completamente questa serata.»

«Sarà difficile che la dimentichino, dal momento che sicuramente avranno bisogno di cure mediche. Li avete convinti: bene! Tu e chi?»

«Tuo fratello e…» Si bloccò, sentendo Carol che si era irrigidita tra le sue braccia.

«Harold?» chiese lei, Adam annuì. «Harry e…? Chi altro c’era?»

«Edward Handerton» confessò. “Stai cantando come un usignolo, Blackbourn. Questa donna potrebbe essere ingaggiata dal controspionaggio, farebbero un affare.” 

«Edward?!» Era stupitissima. «Voi eravate in tre, loro quanti erano?»

«Tre… più quattro: due cocchieri e due lacchè.»

«Oh Cielo, aiutami!» Carol chiuse gli occhi e respirò profondamente. «E tu ˗ tu!? ˗ sei arrabbiato con me?»

«Non sono arrabbiato… ero.»

«Ascolta, mio signore e padrone, ora dormiamo e non importunarmi più fino a domattina, perché adesso sono stanca e non mi sento granché bene.»

«No! Dimmelo ancora.»

Sua madre glielo aveva detto: “Carol, gli uomini sono dei bambini: anche i più forti, i più potenti, in fondo in fondo, restano un po’ bambini. Tutti quanti.” Lo prese tra le braccia, posò un bacio lieve sulla tempia e gli soffiò la sua dichiarazione all’orecchio: «Io sceglierò sempre te, sempre, sempre, sempre, sempre...»

VeloNero - Raffaella V. Poggi © 2011-2018 

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Commenti: 5
  • #5

    Luisa (venerdì, 14 settembre 2018 21:22)

    Io sceglierò sempre te, sempre, sempre, sempre, sempre. Non ci sono parole......magnifico.

  • #4

    Laura (domenica, 18 marzo 2018 21:20)

    Trovo questo capitolo è anche gli altri immensamente veri, sentiti, unici e così romantici nella loro estrema sensualità. Bravissima.

  • #3

    Luisa (mercoledì, 23 agosto 2017 17:01)

    E' tutto così meraviglioso. Adam è adorabile e Carol è un portento.

  • #2

    Danila (lunedì, 20 aprile 2015 16:56)

    oddioooo,li adoro!

  • #1

    Fabiana (venerdì, 27 marzo 2015 23:17)

    Mi piace....troppo!!!sai cosa mi piace