Ritorno a Westbury 7 e 8

 

VII.  Due anni dopo.

 

 

 

  Le piaceva la vita che conduceva a Westbury, amava quel posto, si era subito sentita a casa. L’unico neo era l’essere stata privata delle cavalcate solitarie nella tenuta. Dopo quel fatidico giorno, Jenkins mantenne la promessa e la seguiva, armato di fucile, ovunque lei andasse.

 

  Anthony Howard, dopo quell'episodio, non si fece più vedere, messo in guardia dal proprio padre o, più probabilmente, spaventato dal minaccioso stalliere.

 

Carolyn faceva una vita ritirata, che tutto sommato, le si addiceva.

 

  Passava le mattine assolvendo quei compiti che il suo status di contessa richiedeva: far visita alle signore del villaggio e alle famiglie più numerose e bisognose. La domenica si recava in chiesa, poi i Coleman passavano a Westbury Manor per un saluto ed erano regolarmente invitati a cena, spesso con altri di quella piccola cerchia di amicizie. Tutti avevano piacere di trascorrere il loro tempo insieme alla giovane Contessa che si era rivelata un prezioso acquisto per la comunità.

 

  Carol, però, preferiva le serate passate in solitudine. Harry ed i suoi genitori le fecero spesso visita, cercando di convincerla a far ritorno a Londra o a passare un po’ di tempo a Norwich: Carolyn non ne volle sapere.

 

  – Sto così bene qua, anche da sola, anzi! – si ripeteva sempre. – Forse la solitudine mi fa male, mi gioca strani scherzi e mi sto chiudendo in un mondo tutto mio da cui potrebbe essere difficile uscire, però qui sto proprio bene. 

 

 

 

  Carol era incuriosita dai libri che aveva trovato in camera di Adam, da quello che lui leggeva. C’era un po’ di tutto: trattati di economia e politica, molti saggi in francese, romanzi, poesie, drammi, commedie italiane, un’antica edizione in latino dell’”Arte della guerra” di Vegezio, tutta piena di scritte e disegni.

 

  La cosa strana era che a margine dei vari volumi comparivano annotazioni a matita, mentre alla fine del libro, negli spazi bianchi, il Conte si riservava di scrivere il proprio commento all'opera. Al museo non si era sbagliata: Adam era un uomo molto colto, interessato e, doveva ammetterlo, interessante.

 

  Leggere i  suoi  libri si rivelò un’esperienza straordinaria, difatti, al loro interno, oltre agli appunti, spesso vi trovava dei biglietti su cui lui aveva scritto i propri pensieri e le proprie convinzioni, erano quasi un diario. Era come possedere una mappa da seguire per arrivare ad un misterioso tesoro che diventava ogni giorno più affascinante. Sentiva di essere in continuo contatto con una persona con cui aveva una sintonia perfetta.

 

  All'inizio provò qualche remora a curiosare così nel suo intimo. Stava attenta a non spostare tutti quei foglietti volanti per paura che, al suo ritorno, si accorgesse della sua invadenza.

 

  Era entrata nella vita di lui in punta di piedi ed aveva scoperto un mondo del tutto simile al suo: i giorni che avevano passato insieme si potevano contare sulle dita di una mano, ma ora, che aveva curiosato nei suoi pensieri, le sembrava di conoscerlo. Divorava un libro e poi andava a vedere se i loro giudizi combaciavano: leggere le sue note non la faceva sentire sola, era come essere sempre con lui.

 

  Si rese subito conto del sottile piacere che le procurava l’usare le sue cose, invadere i suoi spazi. In un primo momento la considerò una piccola vendetta, poi divenne un gioco solitario, simile ad una partita a scacchi, che decise di giocare a distanza. Quale mezzo migliore delle lettere che aveva promesso di scrivere? 

 

  Avrebbe infarcito le sue lettere di tutte quelle idee che avevano in comune, si propose, chissà se Adam avrebbe riconosciuto i propri pensieri tra le parole di Carolyn? 

 

  Le sue prime lettere furono formali e distanti, poi descrittive e spiritose e divennero, con l’andar del tempo, sempre più intime e personali. Gli parlava di sé, delle proprie idee sulla vita, dei suoi sogni… gli parlava d’amore.

 

  I primi tempi ricevette qualche risposta, poi, nonostante lei continuasse a spedire posta ogni settimana, non giunsero più notizie. Dopo un po’ si era convinta che non arrivassero a destinazione: l’esercito di Wellington era in Spagna da mesi e non doveva essere semplice comunicare con l’Inghilterra.

 

 

 

  Una sera stava scrivendo alla scrivania, quando rovesciò accidentalmente un prezioso bicchiere di vetro soffiato bordato in argento che fungeva da portapenne: matite, penne d’oca, un temperino d’argento e soprattutto una costosissima penna di palissandro con pennino d’oro caddero dietro il pesante scrittoio appoggiato al muro. Spostare il mobile si rivelò un’impresa: con l’aiuto di un ferro da camino tirò fuori, oltre alle penne, anche alcuni libri ricoperti di polvere. Li ripulì per bene e guardò i titoli. Lesse: “Fanny Hill: memorie di una donna di piacere” e rimase interdetta. Aveva sentito molto parlare di quel romanzo scandaloso, sapeva che circolava una versione censurata e ne esisteva ancora qualche copia dell’originale. Aprì il libro ad una pagina a caso e cominciò a leggere: dopo poche righe era già arrivata a una descrizione dettagliata dei rapporti della giovane Fanny con un amante…richiuse il libro di scatto. «Non è la copia censurata!» commentò ad alta voce.

 

  Era seduta sul letto a gambe incrociate. Riprese il volume, era proprio curiosa di vedere se questa volta Adam avesse scritto qualche nota. Andò all'ultima pagina, dove di solito vergava a matita il suo giudizio, ma non c’era scritto nulla, allora prese il libro per la copertina e lo scrollò per vedere se ne fosse uscito qualche scritto. Cadde un foglio rosa di carta sottile e preziosa, ripiegato in quattro.

 

 

 

“Caro Adam,

 

è troppo tempo che non c’incontriamo. Sento molto la tua mancanza. Vorrei essere lì con te, a Westbury, e, come un tempo, passeggiare felici e spensierati. Ricordi quanto amore, caro? Ricordi le cose che abbiamo imparato insieme?

 

Eravamo solo due ragazzi quando ti feci la promessa, che mai, niente e nessuno, avrebbe potuto spezzare il nostro legame. Te la rinnovo ora. Sai che i miei sentimenti per te non potranno mai mutare, anche se adesso c’è Frederick.

 

So che ora sei avverso ai legami, ma se anche tu ti sposassi, amor mio, sarebbe tutto perfetto.

 

Potremmo mettere definitivamente a tacere ogni voce maligna e potrei tornare lì, dove sono stata veramente felice.

 

Spero che questa mia ti giunga prima della tua partenza per Madras.

 

Mandami spesso tue notizie. Fa attenzione e torna da me.

 

Affiderò questa mia ad un messaggero di fiducia, veloce più del vento.

 

Tua affezionatissima, Anne.”

 

 

 

  Carolyn lesse e rilesse quella lettera. Studiò la data, la carta che portava impresse le iniziali A.E.B., la grafia. Si era fatta un’idea precisa di chi fosse la misteriosa Anne: Harry le aveva accennato, tanto tempo prima, dell’amicizia molto intima di Adam con la Baronessa Emery-Boyd.

 

  Lady Anne Emery-Boyd era bellissima, bionda e aristocratica, una delle donne più sofisticate d’Inghilterra, che contendeva alla madre di Carolyn il primato di eleganza. Si era sposata giovanissima e il marito, di una decina d’anni più di lei, era un bell'uomo colto e raffinato. La Baronessa doveva avere più o meno l’età di Adam.

 

  Ed era la sua amante. Probabilmente il suo primo amore e la loro storia non era ancora finita.

 

  Ora, il loro matrimonio affrettato non le sembrava più solo l’atto generoso di un uomo d’onore: era un’unione che aveva uno scopo. Ora il loro legame appariva sotto una luce nuova.

 

  Per Adam, lei era la sposa perfetta: era la sorella dei suoi più cari amici, era figlia di un influente politico, veniva da un casato antico quanto il suo e professava la propria indipendenza e l’odio per i vincoli matrimoniali, così non avrebbe fatto troppe storie e lo avrebbe lasciato libero di vivere la sua vita.

 

  Che sciocca a non capirlo prima!

 

  No, non potevano esserci dubbi: quei due erano amanti. Aveva addirittura conservato la lettera in un romanzo erotico!

 

  Ah, se solo lei non gli avesse scritto tutte quelle stupide lettere! Inutile preoccuparsi, intanto era quasi certa che non gli fossero mai giunte, infatti neanche Tristan, che era agli ordini di Adam, aveva mandato notizie. Allora come mai era così affranta, perché il suo cuore sembrava le si fosse spezzato nel petto e aveva una gran voglia di piangere?

 

  La mente di Carolyn viaggiò veloce: chiamò subito la signora Norris, la governante, che sicuramente era ancora alzata. Lei doveva pur saperne qualcosa!

 

  Le chiese, con quel suo fare diretto, delucidazioni sulla presenza di quella signora a Westbury. La brava donna le riferì che Lady Anne, fin da bambina, aveva passato lunghi periodi in quella casa, in quanto cugina della mamma di Adam e orfana di madre.   Tutti le erano molto affezionati.

 

  Quella sera pianse a lungo ed era vero, la notte porta consiglio. Carolyn, la mattina dopo, era molto più tranquilla, aveva dovuto ammettere a se stessa i suoi sentimenti per Adam. Non avrebbe lasciato, però, che essi ostacolassero la decisione che aveva preso: avrebbe chiesto al Conte, quando fosse tornato, di rispettare la sua promessa e di lasciarla subito libera.

 

  Erano passati due anni, due anni di solitudine e lei si era innamorata come una bimba sprovveduta di un uomo che non aveva avuto pietà e l’aveva piegata ai propri interessi.

 

  Ora aveva capito che ciò che desiderava in realtà era amare ed essere amata, proprio come tutte quelle stolte debuttanti che erano state l’oggetto del suo scherno.

 

  Quel suo lungo soggiorno a Westbury non era stato infruttuoso: aveva finalmente capito se stessa.


 

 

VIII.   A Portsmouth.

 

 

 

 

 

Westbury, fine aprile 1814.

 

 

  Una sera, qualche tempo dopo la notizia della resa di Napoleone, Carolyn fu attratta dal rumore di una carrozza che si avvicinava alla casa. Dalla finestra scorse in giardino il tiro a quattro con lo stemma della sua famiglia. Allarmata, si precipitò all’entrata dove Norris stava facendo accomodare i due fratelli, Harry e Tristan. Senza esitazione corse ad abbracciarli, soprattutto il più giovane che non vedeva da tanto tempo.

 

  «Che gioia rivederti, Tristan. Come sei cambiato.» In effetti il ragazzo dimostrava molto di più dei suoi vent'anni: la guerra lo aveva trasformato. Anche lui era felice di rivedere la sorella.

 

  «E Simon, e Adam?» chiese ansiosa la giovane.

 

«Adam non è qui?» domandarono in coro i fratelli.

 

  «Come? Qui? E’ tornato? Non era con te, Tristan?» si stupì Carolyn. Non capiva, ma sentiva che c’era qualcosa che non andava. Guardò i Norris, marito e moglie, che si erano fermati nell'ingresso ad ascoltare, e scambiò con loro un’occhiata preoccupata. «Forse è a Londra…» mormorò ansiosa.

 

  «No, la casa è chiusa» chiarì Harry e rivolse uno sguardo serio al fratello.

 

  «Adam è stato ferito, a Tolosa. E’ stato rimpatriato con la Ardent che è partita dalla Francia tre giorni prima della Hornet, su cui mi sono imbarcato io per scortare il resto dei feriti trasportabili. Simon è ancora in Francia» spiegò Tristan.

 

  «Sei sicuro che Adam sia tornato?»

 

  «L’ho aiutato io stesso a salire a bordo.»

 

  «Dove ha attraccato la Ardent

 

  «A Portsmouth, come la Hornet. Ne vengo di là, siamo arrivati ieri.»

 

  «Allora deve essere in qualche posto fra qua e Portsmouth. Se gli fosse accaduto qualcosa sulla nave, avremmo saputo. No, è sbarcato e non sta bene, altrimenti sarebbe già qui. Dobbiamo trovarlo. Devo andare a Portsmouth» rifletteva a voce alta e, rivolta ai Norris: «Parto domattina all'alba. Avrò bisogno di un bagaglio leggero. Qualche abito del Conte e i suoi effetti personali potrebbero essere utili.»

 

  «Carolyn, io non posso accompagnarti» le disse Tristan. «Devo tornare subito a Londra, sono atteso al quartier generale. Sono venuto a prendere Adam perché lui non si è ancora presentato.»

 

  «Ti accompagnerò io, cara, non preoccuparti, ma dobbiamo fare una deviazione a Londra. Domani, al più tardi dopodomani, saremo là» la consolò Harry.

 

 

 

  Il viaggio verso la costa fu molto stancante: si fermarono pochi minuti a casa dei genitori, a Londra, dove cambiarono i cavalli, fecero uno spuntino ed Harry sistemò i suoi affari. Viaggiarono quasi tutta la notte grazie a una luna compiacente e raggiunsero la loro destinazione il mattino presto.

 

  Carolyn aveva portato con sé tutto il denaro di cui disponeva, che non era molto, infatti la “gestione parallela” della proprietà si era rivelata molto dispendiosa. Prese anche i suoi gioielli, sospettava che potessero tornarle utili.

 

  Chiesero informazioni ad un comando militare, al porto, dove furono informati che durante il viaggio, sulla Ardent, non era morto nessuno.

 

  «E’ una buona notizia.» Harry cercò di confortare la sorella e di farsi vedere tranquillo, ma, in realtà, era molto preoccupato.

 

  Quella mattina fecero il giro degli ospedali e dei ricoveri della città. Aveva cominciato a piovere e le strade stavano diventando impraticabili. Purtroppo non c’era traccia di Adam: chi lo conosceva non lo aveva veduto o non ne aveva notizia.

 

  Avevano quasi perso le speranze quando giunsero al St. Thomas. Non era un vero e proprio ospedale ma una caserma che fungeva da nosocomio. La vista dei feriti era impressionante: i meno preoccupanti erano stati sistemati sotto un porticato interno e lasciati lì, quasi senza assistenza. Anche i più gravi erano stati piazzati, alla bene e meglio, al piano terra in un lungo corridoio. Erano uno spettacolo terribile: Harry, preso da conati di vomito, fu costretto a uscire.

 

  A Carolyn si era conficcata una spina nel cuore: chiuse gli occhi, si vide trasportata su un campo di battaglia, finito lo scontro, quando la terra ricoperta di corpi dilaniati cedeva i suoi colori al sangue versato e alle macchie vivide delle divise, in quegli istanti in cui il cinguettio degli uccelli veniva zittito dai lamenti dei feriti e il profumo di terra e erba era coperto dal lezzo di bruciato, metallo e polvere. Carol percepì in bocca il gusto della polvere da sparo. Ringraziò Dio perché, per la prima volta nella sua vita, fu felice di essere nata donna. Fu percorsa da un brivido, sbatté le palpebre e tornò a quella terribile realtà. Sempre più in ansia, guardò uno a uno gli uomini sdraiati su miseri pagliericci che fungevano da giacigli, ma non riusciva a scorgerlo.

 

  «Chi cercate, Milady?» Un giovane biondo, con una specie di grembiule sopra la divisa da ufficiale, la stava osservando.

 

  «Mio marito» rispose Carolyn, sollevata di trovare qualcuno sano in grado di aiutarla. «E’ sbarcato qualche giorno fa dalla Ardent, era ferito.»

 

  «Io sono arrivato due giorni fa con la Hornet e non sono ancora riuscito a salire al piano di sopra. So che lì c’è ancora qualche malato» fece l’uomo.

 

  Intanto Harry li aveva raggiunti: «Avete notizie di Adam?» chiese Harry a quello che doveva essere un medico. «Il tenente-colonnello Adam Blackbourn, Conte di Westbury: lo conoscete?»

 

  –  Tenente-colonnello? – si domandò la ragazza. – Ma non era capitano? Che cosa avrà fatto per meritare un avanzamento di due gradi? E io non ne sapevo niente… se li sarà comprati… 

 

  Gli occhi del dottore divennero due fessure e scrutò Carolyn dalla testa ai piedi.

 

  «So chi è» disse asciutto. «Di certo non è qui. Potete provare al piano di sopra, come stavo dicendo a Lady Westbury.» Detto quello, si allontanò senza rivolgere loro neanche un cenno di saluto. Carol ed Harry si guardarono stupiti, ma non persero tempo e si diressero al piano di sopra.

 

  Tutte le stanze sembravano chiuse, alla fine una porta si aprì su un camerone con alcune brande, la ragazza osservò con cura ogni volto.

 

  «L’ho trovato, è qui!» gridò Carolyn in direzione del fratello per sovrastare i lamenti e i gemiti degli altri malati. Si era inginocchiata accanto ad una brandina bassa, su cui giaceva su un fianco un uomo che poco aveva ormai dell’antico aspetto.

 

  «Credo che sia lui» sussurrò ad Harry che si era avvicinato e osservava incredulo in piedi accanto a lei. 

 

  Adam aveva la barba lunga e il viso scavato. Con tutta la delicatezza di cui fu capace, Carolyn lo fece girare. Adam incominciò a tossire sempre più forte, finché un fiotto di sangue non gli uscì dalla bocca.

 

  «Porta qua un medico!» intimò al fratello, che sembrava pietrificato. «Sbrigati! E porta anche dell’acqua.»

 

  La giovane prese il fazzoletto e gli pulì la bocca, lo sollevò tra le braccia e si accorse che non era cosciente. Da quanto tempo non mangiava? Il suo corpo era gelato. Dai brividi che lo scuotevano, capì che doveva avere la febbre alta.

 

   – Che cosa ci fa qui? Non avrebbe dovuto essere tra i feriti? Non hanno coperte, in questo posto infernale? –  Tutti quei pensieri turbinavano nella sua mente. Scostò il lenzuolo sporco per vedere la ferita.

 

Gli tirò su la camicia macchiata e lacera e cercò di togliere le bende sudice di sangue ormai secco. Adam continuava a tossire rendendo difficile levare la fasciatura senza danno. Una morsa allo stomaco l’attanagliò quando vide l’alone viola intorno alla ferita quasi rimarginata.

 

   «Carol, ecco il dottore.»

 

  Era lo stesso giovane con cui avevano parlato poco prima. Lui le si inginocchiò accanto, per prima cosa esaminò la lesione, poi lo fece sedere e lo visitò con cura.

 

  «La ferita è ormai rimarginata e non mi preoccupa molto, anche se, probabilmente, è la causa della debilitazione.»

 

  Lo auscultò attentamente, sorreggendolo con Carol, ancora inginocchiata.

 

  «Non è tubercolosi, ne sono quasi certo. No, ma credo si tratti di polmonite. E poi è denutrito, come la maggior parte, qua dentro.»

 

  «Com'è possibile che si lascino morire così i nostri soldati!» sbraitò Harry.

 

  «Sta morendo?» chiese Carol in un sussurro, guardando il dottore negli occhi, per paura che le mentisse.

 

  «Non è in agonia, se è ciò a cui vi riferite.»

 

  «Che cosa posso fare? Posso portarlo via di qui?»

 

  «Non è il caso di spostarlo ora, non credo ce la farebbe. Ora mi dispiace ma ho delle emergenze vere. Verrò più tardi a vedere come sta.» Se ne andò via quasi correndo, lasciando i due fratelli al capezzale del malato.

 

  Carol strappò dalle mani del fratello il boccale dell’acqua che era riuscito a scovare per puro miracolo.

 

  «Come fa a dire che Adam non è un’emergenza?» Era furiosa e cominciò ad impartir ordini. Ora lei sapeva cosa doveva fare. «Procurati coperte calde e biancheria pulita. E fai presto, mi raccomando.»

 

  Harry obbedì, ben felice di uscire da quell'inferno fetido, si augurò di trovare tutto al più presto. Carolyn cercò di far bere un po’ di quell'acqua al marito, che continuava a tossire. Tentò di sistemarlo come meglio poteva, poi lo coprì con suo mantello umido e gli si sedette accanto, per terra.

 

  Ben presto si accorse che gli altri malati la stavano chiamando, chi per l’acqua, chi per un aiuto, qualcuno solo per sentire la vicinanza di un altro essere umano e lei non si tirò indietro. Fu così che Harry al suo ritorno, un’ora dopo, la trovò indaffarata.

 

  «Harry, ora aiutami con Adam.»

 

  «Non c’è un infermiere, un inserviente in questo dannato posto?» strepitò il giovane, ma obbedì alla sorella e il malato fu sistemato tra lenzuola pulite, sotto le coperte calde. Ogni tanto mormorava qualche parola indistinta senza dar segno di averli riconosciuti.

 

  Il dottore ripassò come aveva promesso e notò nel paziente un lieve miglioramento.

 

  «Credo che la vostra presenza e le coperte gli abbiano giovato. Non rimarranno pulite e asciutte a lungo se non gli togliete quegli stracci e non lo cambiate» le disse, porgendole uno strano pitale di metallo, che aveva preso sotto la branda.

 

  Carolyn lo prese, indovinando a cosa servisse, non riuscì a mascherare l’imbarazzo e il dottore se ne avvide: «Avete detto che è vostro marito, lo è o no?» le chiese brusco.

 

  «Sì, certo, ma…» balbettò Carolyn guardando il fratello.

 

  «Ma, che cosa?» Sembrava proprio che quell'uomo facesse il possibile per metterla a disagio, non doveva certo dar spiegazioni a lui e cominciava a trovarlo irritante.

 

  «Come vi permettete? Invece d’intromettevi nei fatti non vostri, potreste consigliarmi qualche infermiera.»

 

  «Certo, Milady, non dubito che con la vostra determinazione siate in grado di trovare qualcuno disposto ad aiutarvi, per parte mia non conosco nessuno. I pochi medici e infermieri a disposizione sono di sotto a curare i feriti sbarcati dalla Hornet o negli altri ostelli in città. Se vostro marito è stato portato in questa stanza, è perché è malato, non ferito» rispose sardonico.

 

  «No, la verità è che l’avete lasciato qui ad agonizzare perché lo pensavate in fin di vita, non vi siete accorti della ferita e non l’avete neanche visitato» gridò Carolyn, rossa in volto.

 

  «Sono giorni e giorni che non mi muovo dal mio posto: mi scuserete se ora mi congedo, perché ho qualcosa di ben più importante da fare che discutere con voi» disse, visibilmente alterato.

 

  «Ditemi almeno che medicine posso dargli e dove procurarmele.» Aveva le lacrime agli occhi.

 

Il medico le porse un foglietto che aveva tirato fuori da una tasca. «Vi ho scritto qui le medicine e la cura. C’è uno speziale a due isolati, spero che troviate da lui tutto ciò che vi occorre. Come potete immaginare, c’è scarsità di medicinali.»

 

  «Vi ringrazio» gli disse Carolyn. Lui annuì con un cenno del capo e si allontanò.

 

Lei diede il biglietto ad Harry che se ne andò via spedito. Si sedette di nuovo accanto alla branda, mise la testa fra le ginocchia e scoppiò a piangere.

 

 

 

 

 

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Commenti: 1
  • #1

    goivanna (giovedì, 09 ottobre 2014 12:20)

    Stupendo