Capitolo 9

 

Lontano

 

da Westbury

 

 

 

9. Schiocco di frusta.

 

 

 

   Sdraiato sul fianco che non gli doleva, con la testa appoggiata sul palmo, stava guardando la moglie dormire nuda, accanto a lui. Tirò giù il lenzuolo scoprendole il seno, voleva vederla, sfiorala, non era ancora sazio. Non era mai sazio di lei. Fortuna che sarebbero partiti di lì a due giorni. Forse, così vicini al ricordo della guerra, sarebbe stato più facile distogliere la mente dal chiodo fisso che gli logorava il corpo e gli sfamava l’anima.

 

  Sfiorò con il dito un capezzolo gonfio, rilassato, ne osservò la reazione involontaria. Carol dormiva sempre profondamente, non si sarebbe svegliata solo per il suo tocco. Soffiò delicatamente e fremette quando la corona s’inturgidì a contatto col suo alito fresco. Posò la punta della lingua su quel chiodino delizioso. Era di nuovo pronto. Aveva promesso di non svegliarla durante la notte, ma era già l’alba...

 

  La sto tormentando. Non ha dormito una notte intera da che dividiamo il letto. Non è giusto che lei faccia le spese delle mie insonnie. I miei incubi non devono riguardarla, anche se basta un po’ della sua medicina e passa tutto. ­–  Le baciò una guancia e infilò il naso nei suoi capelli. –  Che profumo!   Carol non si mosse.

 

  Tutti noi abbiamo gli stessi incubi, tutti riviviamo di notte le battaglie, gli spari, i cadaveri... Da quando dormo accanto a lei, però, non vedo più gli occhi sbarrati di Andrew. E non è poco. – 

 

  Si alzò, si diresse al suo spogliatoio.

 

   Non voglio “importunarla”.Sta dormendo così bene. Ieri notte ero di nuovo furioso: ma non accadrà mai più. Mi ha detto quell’unica cosa che poteva sedarmi l’anima: “ho scelto te”! Lei sa sempre cosa dire, sa come calmarmi, sa quello di cui ho bisogno... anche a letto. Si è piegata alla mia volontà, mi ha ceduto il suo scettro. Sono proprio una bestia, una fiera da domare... – Ricordò l’ultima notte a Westbury Manor prima di partire per Londra. E quando mai avrebbe dimenticato quella notte? – Sì,“con frusta e rampino”... così ha detto a Westbury, l’ha detto proprio lei: “siete solo un orso, andreste tenuto a bada con frusta e rampino, come le fiere.” –  Fece un sorriso perverso mentre infilava gli stivali. –  Potrebbe essere divertente... –  pensò, uscendo di casa dall’entrata della servitù e si diresse a passo svelto verso le scuderie.

 

    Dobbiamo cercare un’altra casa – si disse, mentre attraversava il cortile dei vicini. –  Non è possibile non avere una rimessa dentro la proprietà. Voglio delle stalle degne di questo nome. Voglio una casa degna dei Conti di Westbury... voglio una casa degna di lei.

 

 

 

  Carol aprì gli occhi.  Per fortuna non c’è, si è già alzato   pensò la ragazza. Trattenne il lenzuolo sul petto per coprirsi il seno mentre si alzava. – Sempre nuda, sono sempre nuda. Proprio come lui. Sono una selvaggia... proprio come lui. – 

 

  «Ah, che nausea» bisbigliò, mettendosi a sedere. – E’ da ieri notte che sono disturbata, mi gira la testa. Ecco, ora va meglio. Respira. Bene. Respira. – Inalò l’aria a pieni polmoni finché non si sentì meglio.

 

  – Ho fatto quella cosa... Oh, ma perché l’ho fatto? Perché? Perché? Ma perché, quando sono lì..., quando siamo lì..., mi sembra sempre una buona idea? Mi sembrano “tutte” buone idee. Anzi, non ne posso fare a meno. Poi, la mattina dopo, torno lucida e vorrei morire per l’imbarazzo. Fortuna che adesso non c’è, perché questa volta mi vergogno davvero tanto. Forse mi dà qualche strana polverina - ne ho sentito parlare da qualche parte - quando non me ne accorgo. Sì, mi somministra qualche strana pozione in grado di annientare la volontà e ogni inibizioni. Questo spiegherebbe perché sia sempre io ad incoraggiarlo. Sono, stata, io! Anche a Westbury, sono stata io a cominciare. Beh, poi lui ha continuato, ma sono stata io a permettergli  di andare oltre. E’ così, mi dà una polverina. Questo spiega perché sto così male. E’ meglio che mi vesta. –  S’infilò la vestaglia, si alzò a fatica, si chinò per raccogliere la camicia da notte abbandonata per terra dalla sera prima e fu assalita da un conato. Si tappò la bocca e scappò immediatamente nel suo spogliatoio.

 

 

 

  Ecco, mi sono liberata. Ora sto bene. Non avevo proprio niente nello  stomaco   considerò, mentre si rinfrescava la bocca col suo infuso di salvia. «Dov’è Jane, quando la chiamo?» Aveva suonato, ma la cameriera non era arrivata. – La biancheria è nell’armadio - che è chiuso - e Jane ha la chiave. Bene, sempre nuda! Sono sempre nuda. E ho freddo – si disse, irritatissima, lanciando lo spazzolino da denti sul ripiano della toilette.

 

  S’infilò un paio di calze che trovò nel comò e le fissò con le giarrettiere un po’ sopra al ginocchio. –  E’ meglio che mi rimetta almeno la camicia da notte, se non voglio prendermi un’infreddatura.  

 

  Entrò in camera, si chinò a raccogliere il suo indumento e sussultò spaventata quando udì la sua voce.

 

  «Buongiorno, ma belle, hai dormito bene?» Adam, con la schiena appoggiata al grande caminetto, la stava osservando con le braccia conserte e il suo solito sorriso irriverente stampato sulla faccia.

 

  «Non... non tanto» balbettò Carol, sorpresa: entrando, non aveva notato la sua presenza. Si era sollevata e stava usando la camicia per coprirsi  il corpo, per nulla celato dalla vestaglia trasparente. Quella mattina era veramente imbarazzata.

 

  Come la notte prima lei era nuda e lui era vestito di tutto punto, con stivali, calzoni, camicia e panciotto. Mancava solo la giacca. 

 

  «Stai uscendo?» domandò flebile.

 

  «No» rispose Adam lapidario, avvicinandosi.

 

  «Non hai impegni?» Non riuscì a celare una nota speranzosa nella voce. Lui scosse il capo. «Non sei atteso al Quartier Generale?» Scosse nuovamente il capo. «Al club?»

 

  «Non ho nessuna intenzione di uscire.»

 

  «Vado a vestirmi» biascicò Carol. «Potresti farmi il favore di chiamare Jane? Ho suonato, ma non è venuta...»

 

  «...e non verrà» le spiegò sorridente. «Non so se te ne sei accorta, ma nessuno della servitù è mai nei paraggi quando noi siamo qua,» indicò la stanza facendo ruotare l’indice, «insieme.»  

 

  «Come?»

 

  «Hanno l’ordine di stare alla larga. Non c’è nessuno a questo piano. E neppure sopra. O sotto. Arrivano solo a un mio segnale.» Sorrise. «Siamo praticamente soli.»

 

  «Non... non lo sapevo. Vado... vado a vestirmi.»

 

  «E’ una iattura, per te, che questa porta si apra verso l’interno» le disse bloccandola. Con due agili balzi l’aveva raggiunta prima che lei potesse nascondersi nel suo boudoir e l’aveva imprigionata tra le braccia, chiudendo al contempo l’uscio. «Una vera iattura» la provocò, con un sorrisetto perverso che gli aleggiava sulle labbra. «Sola. Chiusa qua dentro. Con le spalle al muro.» Sospirò pesantemente. «Sola, con il tuo signore. Con il tuo padrone.» Aveva abbassato il volto per baciarle una guancia, le aveva scostato i capelli dietro l’orecchio per depositarle flebili baci sulle gote, sfiorandola con le labbra e procurandole piccoli brividi.

 

  «Questa non serve.» Adam afferrò la camicia da notte che lei stava stringendo a sé. Carol trattenne le stoffa, ma lui gliela strappò dalle mani e la lanciò lontano. «Questa invece puoi tenerla» le sussurrò sulla tempia, facendo scorrere l’indice lungo lo scollo della vestaglia di chiffon aprendogliela sul petto. Carol seguiva con lo sguardo il percorso del suo dito, col fiato sospeso. Quell’uomo riusciva ad annientarle la volontà e il pensiero, pensò. –  Deve aver messo la sua polverina nell’infuso, non c’è altra spiegazione – farneticò. Era immobile, ma dentro si agitava un uragano e il cuore le batteva all’impazzata.

 

  «Tieni anche queste» continuò lui, seguendo con le dita il contorno della giarrettiera. «Non vorrei che prendessi freddo.»

 

  «Non... non mi sento tanto bene» biascicò.

 

  «Mi dispiace, ma belle, ma vedrai che poi ti sentirai meglio» fece sfacciato, le afferrò un ciuffo di peli alla sommità delle gambe e tirò con forza.

 

  «Ahi!» Carol strillò per la sorpresa e l’affronto più che per il dolore.

 

  «Hai ragione: sono un vero mascalzone. Merito una punizione. Merito di essere rimesso in riga.» Le afferrò il mento e la costrinse a posare lo sguardo sul letto disfatto.

 

  Carolyn rimase ammutolita ad osservare gli oggetti posati sulle lenzuola. Li conosceva tutti abbastanza bene: una “whip whop rope”, una “hunting whip”, una “chambrière”, un “paddle” eun rampino da cocchiere. Ovviamente non poteva mancare il suo frustino bianco, con la testa di cavallo.

 

  Pensare. Riflettere. E’ cosa ardua riflettere quando tutto il sangue del tuo corpo è affluito in un solo secondo al tuo cervello, si disse la ragazza e le si affacciò alla mente un ricordo, una chiacchiera di tanto tempo prima, uno di quei discorsi assurdi che Harry e Tristan facevano in sua presenza. Afferrò il ricordo, lo mise a fuoco e strillò: 

 

  «Le vice anglais!» e si girò di scatto per guardarlo negli occhi.

 

  «E questa, come fai a saperla?» sogghignò divertito, ma in cuor suo era perplesso. «Harry ha davvero superato il limite, con te.»

 

  «Ho l’impressione che sia tu a volerlo superare, il limite!» abbaiò con gli occhi fuori dalle orbite.

 

  «Non hai detto tu che sono una fiera da domare con frusta e rampino? Ho buona memoria, lo sai» fece perverso.

 

  Carol tornò a guardare le fruste sul letto. Sì, le conosceva tutte: ne conosceva l’uso e la funzione. Sapeva usarle. E LUI LO SAPEVA.

 

  Deve averglielo raccontato Tristan, ci esercitavamo insieme, con l’“hunting  whip”, la frusta da caccia. Passavamo ore ad allenarci, era importantissimo perché se avessimo sbagliato il colpo avremmo potuto far male ai beagles di papà e causare qualche terribile incidente. Dovevamo essere perfetti altrimenti mai papà avrebbe permesso a due ragazzini di partecipare alle sue partite di caccia.   Sia lei che Tristan sapevano muovere il colpo, sfiorando appena i cani per guidarli ed impedire che qualche cucciolo troppo vivace finisse tra le zampe dei cavalli causando rovinose cadute. Lo sapevano fare bene, prima a piedi e poi a cavallo, ma senza il fucile, perché il Duca non li aveva ritenuti ancora pronti ad imbracciare un’arma. Sul letto c’era un paddle, il piccolo frustino a paletta che lo stalliere di Norwich usava per la doma degli stalloni più focosi, c’erano una frusta lunga da postiglione e il rampino per le briglie. E c’era una whip whop rope di setaverde con la lunga e ricca nappaverde e oro. Quellaera la sua frusta preferita. Non faceva male: l’aveva provata su se stessa prima di “somministrarla” a Gemini, quando era ancora un puledrino e lei era poco più che una bambina. L’aveva addestrato così, con la whip whop, e sapeva bene che le sue sferzate erano poco più che carezze.

 

   Sembra proprio il cordone della tenda...  si disse Carol, osservando meglio la passamaneria. – “E’” il cordone della tenda!   Che cosa vuole, questa volta? Che cosa ha in mente? Vuole che sia io a usare questa roba o è lui a volerlo farlo a me?   si domandò allarmata. – I francesi lo chiamano il “vizio inglese”, ora capisco il perché... Credevo fosse una fandonia, una storiella di Harry per impressionare Tristan, quando ha raccontato che esistono “certe signorine” che intrattengono i clienti a colpi di frusta...Ma lui l’ha già fatto? Ha permesso a qualcuna di fustigarlo? – Le stavano tremando le gambe. E poi non era vero... non era vero che lei non aveva letto “Fanny Hill”. Gli aveva mentito: non aveva resistito alla tentazione di conoscere il contenuto di quel libro licenzioso e alla fine lo aveva letto... sola, a Westbury, nel loro letto. Ed era stato molto educativo. Aveva capito molte cose, le aveva dato un’avvisaglia di ciò che avrebbe vissuto solo poche settimane dopo... Tra le varie avventure Fanny aveva “incontrato” anche un appassionato della verga, confermando a Carol la veridicità del racconto di  Harry... e ora toccava a lei...

 

  «Bene, ecco la tua occasione. Puoi vendicarti, puoi prenderti una bella rivincita» Adam la scosse dalle sue elucubrazioni, riportandola alla realtà.

 

   Sconvolta staccò lo sguardo dallo spettacolo offerto dall’esposizione degli attrezzi e gli piantò gli occhi addosso. «Una rivincita?» domandò aspra.

 

  «Non dirmi che non muori dalla voglia di farmela pagare. Ti prudevano le mani, ieri notte. E’ la tua occasione, ma belle: fatti avanti!» la provocò, irriverente.

 

  «Non voglio» emise un grido strozzato, spingendolo via con entrambe le mani sul suo petto.

 

  «Allora lo farò io a te. Scegli.»

 

  «Non oserai.»

 

  «Oserò eccome. Lo sai benissimo. Sono il tuo signore» rispose serio, stringendo gli occhi. «Tu farai tutto ciò che io vorrò, lo sappiamo tutti e due.»

 

  Era di nuovo furiosa. – Lo fa apposta. Gli piace farmi arrabbiare. Gli piace mettermi in imbarazzo e farmi arrabbiare: si diverte. Sono davvero il suo giocattolo e mi usa come più gli aggradaa seconda del suo capriccio – rifletteva, attenta al più piccolo cenno del suo avversario - sì, avversario - e, appena percepì un movimento, afferrò veloce la frusta da caccia. Fece un passo indietro; con gesto esperto, staccò il manico con il gancio che le impediva di frombolare agevolmente e sferrò il primo colpo, proprio sulle dita del marito che si era mosso per prendere il frustino.

 

  Adam ritrasse la mano e la fissò con un sorriso perfido. Aspettava il momento giusto per afferrare un attrezzo.

 

  «Non osare toccarli» gli ruggì contro. «Che cosa vuoi, Adam?»

 

  «Rimettimi in riga» e avanzò di un passo.

 

  Fu una mossa azzardata, Carol portò il secondo colpo e la frustata gli arrivò dietro le ginocchia.

 

  «Non ti muovere» gli intimò. I suoi grandi occhi a mandorla, semichiusi dall’ira, lanciavano lampi dorati. La vestaglia di chiffon si era aperta, mostrando il corpo nudo. Il seno si sollevava e si abbassava a ritmo col respiro reso affannoso dalla rabbia. «Non muoverti, ho detto, altrimenti miro in alto.»

 

  «Fallo!»

 

  «Non voglio. Non voglio!»

 

  «Ne ho bisogno: colpisci!»

 

  «Ti piace? Ti piace questo?» urlò strozzata, completamente sconvolta.

 

  «No. Mi piaci tu. Colpisci! Colpiscimi! Brucio, brucio. Colpiscimi!» la esortò con voce roca di desiderio, un mezzo sorriso sulle labbra e gli occhi resi fiammeggianti dalla smania.

 

  Carol fece roteare la frusta prima di schioccare il colpo. La sferzata fece rumore ma si posò quasi lieve dietro il gomito.

 

   «Se continui così mi obblighi a darti una lezione» le intimò il marito e, mentre tendeva il braccio verso di lei, Carol fece partire una scudisciata secca, forte, veloce, che lo raggiunse al fianco. Adam non riuscì a trattenere un grido di dolore, si portò le mani alle costole e cadde in ginocchio.

 

  «Oh, mio Dio!» Carolyn lanciò via la frusta e s’inginocchiò davanti al marito. «Non volevo, mi dispiace, non volevo» esclamò contrita.

 

  «Io sì.» Tirò su il capo per guardarla in viso. «E ora tocca me.» Da inginocchiato, con un unico agile balzo, si mise in piedi. Le prese la testa tra le mani, l’attirò contro le sue gambe e, strofinandosi contro la sua guancia,  le fece sentire la sua erezione attraverso la stoffa dei calzoni.

 

  «Brucio» ansimò. «Ho bisogno di dolore per sedare almeno un po’ questo fuoco che mi consuma. Ho bisogno di dolore: il mio o il tuo, è indifferente» le spiegò appassionato.

 

  Adam stava davvero bruciando, iniziava sempre come un gioco, ma lei riportava alla superficie le sue brame più oscure, trascinandolo sul limite di un baratro in cui aveva una voglia matta di tuffarsi. No, non gli piaceva per niente ricevere delle frustate, ma aveva voluto saggiare. Era sempre stato curioso, tuttavia certe pratiche molto alla moda non lo avevano intrigato abbastanza da provare. Oh... ma con lei sì. Con lei tutto, tutto, tutto... e nel più breve tempo possibile.     Ah, che bella che è! Come mi piace! Nuda, in posizione d’attacco da schermidore consumato, con la frusta in mano... è proprio brava, sa schioccare il colpo sfiorando appena, per non far male – aveva pensato, logorato dal desiderio. –  Colpiscimi, frustami, amore, fammi quello che vuoi, ma dammi piacere! Consumami, lacerami, fai quello che vuoi... di me, fanne quello che vuoi! Sei una visione, un sogno, sei il mio sogno meraviglioso... –  La frustata secca sulle costole rotte era stato un brusco risveglio, un inconveniente, e ora era meglio invertire i ruoli: le avrebbe dimostrato che lui era altrettanto bravo... 

 

   Ieri, neanche impiegando ogni sforzo sarei riuscito a trattenermi. Questa mattina, invece, sono pronto per una vera prova di resistenza. Se non avessi male alle costole, sarebbe perfetto. Eh sì, amore, sono pronto per un’altra maratona   si disse e gli uscì uno dei suoi risolini perversi, mentre sfregava la guancia della moglie sul suo sesso turgido.  E’ vero, mi piace strapazzarla. Metà del piacere sta proprio nel vessarla, nel piegarla ai miei capricci fino al punto in cui si accende, s’infiamma più di me, perde il controllo e mi concede delizie che neppure avrei immaginato prima di possederla. Affondare nelle carni di una femmina, una femmina qualsiasi, era l’unico scopo, prima di lei. Ora è solo uno dei molteplici mezzi per arrivare all’estasi. Credo che potrei godere solo guardandola. Ecco! E ora da dove spunta quest’idea? – si domandò, mentre, dopo averla sollevata tra le braccia, la stava scaraventando sul letto. L’idea malsana era proprio quella di guardarla, immobile, a sua disposizione. Legata.

 

  Le saltò sopra, bloccandola, anche se non serviva: Carol si era già arresa.

 

  Ansimante per inquietudine, stava deglutendo, spaventata ed eccitata.  Che cosa vuole farmi? Che significa “ora tocca a me”? – si chiese, preoccupata. – Non voglio essere frustata. Chissà se è nausea o paura, questo languore che sento nello stomaco? Se crede che mi metta a piagnucolare per impietosirlo e lo implori di non farmi del male come una fanciullina imprigionata nella torre, ha sbagliato persona. Percuoti, se proprio vuoi, poi vediamo chi starà più male   si disse e serrò i denti. –Ecco, si spoglia, si sta togliendo la cravatta... Ma cosa sta facendo? –

 

  Adam le aveva stretto i polsi con una mano sola e li stava legando stretti con un estremità della lunga sciarpa, poi, sdraiandosi su di lei che si stava divincolando, fissò l’altra estremità sotto il materasso, all’intelaiatura del letto. Si mise a sedere sulle sue gambe, impedendole di scalciare e guardò il soffitto in cerca di un’ispirazione. 

 

  «Lasciami! Lasciami, ho detto!» ruggiva lei feroce, dimenandosi e agitandosi come una forsennata. Per tutta risposta Adam, sempre bloccandole le gambe col suo peso, le sfilò le calze e, rapido, ne annodò le estremità alle caviglie. Saltò giù dal letto e annodò le calze al telaio in modo che rimanesse con le gambe aperte e le braccia in alto.

 

  «Liberami! Te lo ordino!» gridò.

 

  «Tu ordini? Tu, ma belle?» sorrise glaciale e le spinse giù il bacino contro il materasso, per impedirle di sollevarlo e farsi male tirando troppo i lacci che la imbrigliavano. «Dimentichi che io sono il tuo signore e tu mi appartieni. Una legge antica dice che ho diritto di vita e di morte su di te... perché mai dovrei obbedirti? Stai buona» le sussurrò suadente, carezzandole il corpo, partendo dal basso, dalle gambe, le sfiorò l’interno coscia, muovendo poi le dita sul ventre e arrivò allo sterno dove aprì il palmo. Spostò la mano su un seno, lo accarezzò delicatamente poi anche l’altro, con l’altra mano e improvvisamente li strinse forte, strizzandoli e massaggiandoli, mentre si mordeva il labbro per arginare il desiderio. Inspirò forte e lasciò la presa per continuare la sua carezza sul collo e il viso. Le scostò una ciocca di capelli dalla fronte, seguì con l’indice il nasino sottile e seguì la linea del labbro superiore, sfiorandolo piano, incoraggiato dalla sua momentanea arrendevolezza. Passò il pollice sulle labbra gonfie, insinuandolo dentro. Non fu sorpreso di ricevere un energico morso.

 

  «Buona, altrimenti ti tappo anche la bocca» le sussurrò posandole il palmo sulle labbra. Carol non rispose, girò solo il capo di lato, per non guardarlo.

 

  Adam scese dal letto e restò a lungo immobile ad ammirarla, dall’alto di tutta la sua altezza, il respiro sempre più affannoso. Poi risalì sul letto, senza neanche togliersi gli stivali. Prese la whip whop rope, o meglio, il cordone della tenda, lo infilò al polso e lo batté sul palmo per provarlo prima di farne scorrere la nappa sul ventre della ragazza.

 

  I muscoli della pancia si contrassero all’istante, Carol percorsa da corrente galvanica sollevò il bacino, come se avesse ricevuta una vera frustata e ansimò riabbassandosi.

 

  «Ancora?» le domandò strafottente. Carol non rispose. «Lo prenderò per un sì» e sferrò una sferzata sul seno, su entrambi i seni, strappandole un gemito.

 

  «Ancora?»

 

  «No» lo sfidò.

 

  «Lo prenderò per un sì.» Gli uscì un ghigno e abbassò il tiro, colpendola tra le gambe divaricate, con un colpo più deciso.

 

  Carolyn, per mascherare il piacere che il suo corpo traditore stava mostrando in tutta la sua evidenza, cercò di trattenere il fremito che la percorse.

 

  «Sì, decisamente è un sì» e sferrò un altro colpo e poi altri sempre più forti, in rapida successione, centrando il fulcro del suo piacere e strappandole gemiti e sbuffi che le uscivano nonostante tenesse le labbra serrate.

 

  Carol, in preda al piacere, si aggrappava al laccio che le tratteneva le mani e si contorceva.

 

  «Ferma, non ti agitare. Non preoccuparti, non smetto» le sussurrò compiaciuto e afferrò anche il  frustino bianco. «Cambiamo un po’...» e cominciò a sfregarle la sommità delle gambe con il pomolo del frustino, usando il muso argenteo del cavallo per stimolarla. Intanto continuava ad usare la frangia dorata per eccitarle i capezzoli eretti. Fu la disfatta per Carol che emise uno sbuffo e un lungo rantolo, segnale inequivocabile che aveva raggiunto l’apice.

 

  «Bene, mi sembra che abbiate gradito, Milady. Tuttavia sarà meglio che me ne  accerti di persona» e chinò il capo tra le gambe della moglie, per posare la bocca nel suo solco nascosto.

 

  «Uhm, che susina gustosa, così succosa e matura» la stuzzicò sfrontato.

 

  Carol non rispose, non ne aveva la forza, prostrata dagli spasmi dell’orgasmo appena terminato e nuovamente stimolata nel suo punto più intimo.

 

  «Basta, ti prego» lo implorò in un soffio. «Ti prego...» piagnucolò.

 

  «No, non basta. Abbiamo appena cominciato. E poi ho ancora sete e fame... di te» le spiegò prima di rimmergersi tra le sue cosce.

 

  Non le stava dando tregua, continuava a sferzare con la lingua sempre più nell’interno, sempre più veloce, sempre più eccitato, stringeva tra i denti il puntino stregato che sapeva avrebbe concesso alla sua compagna, ancora una volta, il massimo piacere e lo stimolava con  la lingua. La sua compagna, la sua femmina... sì perché “moglie” era troppo riduttivo per ciò che Carol rappresentava per lui. Lei era... l’altra metà di se stesso. Era sua, sua, sua... come niente e nessuno prima... pensava, assaporando il godimento che il piacere di lei  gli stava concedendo. I suoi mugolii e quei gemiti trattenuti non erano altro che urla che lei stava faticosamente cercando di frenare e udirli non faceva che alimentare l’incendio che era cominciato quando l’aveva vista entrare in camera seminuda, velata solo dalla lingerie trasparente, con le calze candide che stuzzicavano il suo sguardo.

 

    E’ fatta apposta per il sesso   aveva pensato, mentre la osservava chinarsi. – E io sono pazzo di lei, completamente pazzo e innamorato.

 

  Carolyn era di nuovo vicina al limite, ormai tra gli occhi semichiusi vedeva una landa blu e sentiva risuonare nelle orecchie Beethoven, ma non le note strimpellate del suo pianoforte, no. Sentiva un’orchestra intera che intonava l’Eroica con trombe e timpani. E si lasciò trasportare da un altro orgasmo.

 

  Brucio! Brucio!   gridava una voce dentro di lui. Adam sbottonò il panciotto, aveva caldo. Le slegò i piedi. Ormai Carol era creta nelle sue mani, una bambola tra le sue braccia. La fece voltare prona e la legò di nuovo con le gambe aperte, assicurando sotto il materasso i lacci delle caviglie. Le scostò la vestaglia che gli impediva di ammirare il suo bon-bon e le carezzò le natiche delicatamente, facendola fremere.

 

  E’ tutta da mangiare – rifletté e, irresistibilmente attratto, le diede un morso, prima su una natica, poi sull’altra.  La divorerei: prima la bocca, poi il mio bon-bon, infine tutto il resto. – Sorrise, perché, in effetti, l’aveva appena fatto.    Ora non ne posso proprio più – ammise.

 

  Scese dal letto, si tolse il gilet, sbottonò i primi due bottoni della camicia e la tirò fuori dai calzoni. Si sfilò gli stivali a fatica, il fianco gli doleva. Si tolse tutto, tranne la camicia. Raccolse le fruste, quelle ancora sul letto e quelle cadute a terra. Le appoggiò su una sedia, tutte, tranne il paddle e la frusta da caccia che depose sul letto. Carol, abbandonata sul materasso, era voltata dall’altra parte, non lo stava guardando. Restava muta... in attesa.

 

  Sollevò il capo sorpresa quando percepì la sferzata sulla natica. Capì immediatamente che Adam non aveva usato il palmo per colpirla: aveva usato il paddle, il piccolo frustino a paletta. Faceva più male delle sue mani, pizzicava di più. Beh, in verità, forse perché in quei momenti l’eccitazione era talmente intensa da oscurare ogni cosa, ma le sue mani non facevano male, neanche un po’, anzi!

 

  Fu distratta da un altro colpo, dall’altra parte e poi da uno tra le gambe, più piano. Gridò, era un misto di piacere e fuoco e non riuscì a trattenere l’urlo.  Adam continuò, con piccole nerbate, infiammandole il fulcro già abbastanza tormentato.

 

  Completamente esposta alle sue torture, Carolyn aveva capitolato e giaceva inerme, pronta a tutto quello a cui lui l’avrebbe sottoposta.

 

  Vide le sue ginocchia vicino al viso, lo vide sdraiarsi accanto a lei, vide l’erezione avvicinarsi alle sue labbra e obbedì, aggrappandosi al laccio che le legava le mani solo per riuscire a sollevare il capo quel tanto che fu sufficiente ad accontentarlo.

 

  Non c’erano più parole, solo sospiri. Non c’erano più pensieri, solo ansiti.

 

  Adam allungò la mano per torturarla ancora un po’ con le dita, solo un’altra volta, una volta ancora, sul bottoncino umido, ma Carol si ritrasse, tormentata più dalla sua mano che dalle nerbate.

 

  «Ti prego, no» lo implorò, sfibrata.

 

  «Invece sì! Ancora e ancora» ansimò, prendendole il viso tra le mani. «Non ho ancora finito, con te. Non abbiamo ancora finito» e afferrata la frusta lunga da caccia balzò giù dal letto, girò intorno per cercare la posizione migliore da cui sferrare i suoi colpi.

 

  Poi schioccò la sua frustata che raggiunse i glutei della moglie già arrossati dai due colpi di paddle, lasciando immediatamente sulle pelle una lunga stria rossa. Come unica reazione Carol strinse più forte il laccio. Lanciò la seconda staffilata alla sommità delle cosce e una terza che le sfiorò appena la  schiena e si posò sul suo sedere.

 

  Adam attese di veder comparire la striscia rossa prima di mollare l’impugnatura della frusta e lanciarsi sul letto, infiammato. 

 

  «Ti sono mancato, ma belle» le ansimò all’orecchio, invadendola.

 

  «Sì» ammise lei in un soffio. Era vero, aveva bisogno solo di quello, perché le sevizie di quella folle mattina erano servite solo ad infiammarla in un modo che non avrebbe ritenuto possibile, lasciandola in un tale stato di prostrazione da cui solo la sua “presenza” era in grado di sottrarla.

 

  «Prendimi, prendimi...» Carolyn gorgogliava  con il viso immerso nel materasso, le gambe aperte, le braccia indolenzite legate in alto, mentre il marito si muoveva come una furia dentro di lei e cercava febbrilmente di slegarle i polsi. Quando ci riuscì le afferrò mani e le bloccò nelle sue, intrecciando le loro dita. Intanto che spingeva sempre più su, le baciava il collo, la guancia e, quando riusciva a raggiungerlo, il lato della bocca, insinuando la lingua fra  le sue labbra.

 

  Adam gemeva, gridava e ruggiva dentro il suo orecchio: il dolore al fianco non gli dava tregua, ma non gli stava impedendo di provare il godimento più folle, irresistibile, assurdo e travolgente che avesse mai sperimentato. Anzi, forse era proprio per quello che era tutto così intenso.

 

  «Godi, godi, amore mio! Il tuo signore vuole farti godere» le abbaiò invasato, afferrando la sua spalla con i denti, per trattenere la sua femmina sotto di sé, proprio come una fiera durante l’accoppiamento.  «Godi, obbedisci al tuo signore»le ordinò mentre continuavano a muoversi insieme, ritmicamente.

 

  «Sì, obbedisco, mio signore! Sono tua, ti appartengo... sei il mio padrone... sì, il mio signore..., sì... ah... ah...»

 

  Era sopraffatta, un’altra volta.

 

  Adam uscì veloce, si tirò su in ginocchio, tra le sue gambe aperte, e aiutandosi con la mano lanciò la sua ultima sferzata che ricadde in una pioggia di gocce calde sulle strie che le arrossavano le natiche e la schiena e crollò, domo, sul corpo nudo della moglie.

 

 

 

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Commenti: 6
  • #1

    velonero (martedì, 13 maggio 2014 10:57)

    Allora, che ne dite? Ho esagerato?

  • #2

    giovanna (giovedì, 09 ottobre 2014 20:05)

    Ammazza

  • #3

    velonero (sabato, 11 ottobre 2014 10:16)

    capitolo che non passa inosservato?

  • #4

    Fabiana (venerdì, 27 marzo 2015 23:41)

    Inosservato.....sicuro!!!! Patos....

  • #5

    Dania (lunedì, 20 aprile 2015 17:15)

    OMG ....caldo ,caldo ,caldo ! Perfetto !

  • #6

    Luisa (mercoledì, 23 agosto 2017 17:28)

    Straordinario.