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Amore è dolore.

Lontano

da Westbury

 

10. Amore è dolore.

             

 

           

  Adam rotolò di lato, ansimando a fatica. Ogni respiro era dolore. «Ahrg!» grugnì, sperando che il suo lamento passasse per un gemito di piacere. Rallentò il respiro e guardò la moglie immobile accanto a lui.

  «Stai bene?» le chiese. Cominciava ad essere preoccupato.

  Lei annuì appena. Gli aveva detto di non sentirsi bene, anche la notte precedente. Aveva esagerato? Eh, sì: aveva esagerato. Decisamente. Nel bel mezzo dei giochi, preso dal vortice della passione, gli era sembrata una buona idea, “tutte” gli sembravano buone idee, poi, raggiunto l’appagamento, si sentiva un depravato ed era terrorizzato al pensiero di averla sconvolta, di averla ferita. Ora doveva slegarla, ma non aveva la forza di muoversi.

  Carol si mise in ginocchio e cominciò a sciogliersi le caviglie da sola.

  Adam in quel momento non riusciva a sollevarsi e aiutarla.

  Sembrava quasi che lei avesse capito... - e che cosa le sfuggiva mai? - pensò, buttando la testa all’indietro sui cuscini e il braccio sugli occhi.

  Carol si avvicinò carponi e gli sollevò la camicia.

  «Oh, mio Dio» ansimò vedendo il fianco tumefatto. Si avvicinò per esaminarlo meglio. Passò le dita lievi sulla pelle che aveva assunto quasi tutti i colori dell’arcobaleno, più il nero. «Fammi vedere!» gli ordinò e lo aiutò a sollevarsi per esaminarlo. Sistemò tutti i cuscini dietro la sua schiena per farlo sedere comodo. Gli passò le dita sulle costole, tastando per accertarsi che non fossero spezzate.

  «Credo siano solo incrinate, ma è meglio che ti visiti un medico... solo che...» disse pensosa e rabbuiata.

  «No, senti Carol, io...»

  «No, ascolta tu!» disse col magone e le lacrime agli occhi. «Sei appena guarito! Una costola rotta, o anche solo incrinata, potrebbe ledere ancora i polmoni, lo capisci o no?»

  «Sì» sussurrò mesto.

  «Bene, perché a Portsmouth ho visto come curano fratture e ferite e...»

  «Te l’ha insegnato Foster?» domandò sprezzante, con un ghigno.

  «Adesso prendo il paddle e ti colpisco dove fa più male» gli rispose strizzando gli occhi in uno sguardo perfido. «Foster è bravissimo, un chirurgo eccezionale, puoi credermi, e sarei felicissima se ti visitasse, ma era il dottor Morris che si occupava di ferite e ossa rotte. E’ stato lui a spiegarmi tutto, ha detto che avrebbe potuto tornarmi utile. E’ stato profetico, perché credo proprio che con te avrò bisogno di mettere in pratica ogni suo insegnamento» fece, caustica. «Ora il punto è questo, il dottor Morris sostiene che sia meglio non comprimere le costole rotte, mentre i dottori di città usano bendaggi stretti. Per lui, la cosa migliore è il riposo e impacchi freddi, ma...»

  «Facciamo come dice Morris» convenne.

  «Starai a riposo?»

  «A letto... con te?»

  «Dov’è finito il paddle?» Carol finse di cercare la frusta.

  «Non farmi ridere, Carol» sbuffò, portandosi le mani al fianco.

  «Tu mi farai morire di crepacuore» gli disse la ragazza sospirando, seduta sui talloni accanto a lui.

  «Oh... amore, non ti preoccupare, non è nulla. Tu, piuttosto, ti ho fatto male?» fece contrito, facendola girare per esaminarle la schiena.

  «Ti stai facendo venire ora i sensi di colpa? Non è un po’ tardi?» ridacchiò. «No, lo sai benissimo che non mi hai fatto niente» lo rassicurò.

  «Hai due strisce rosse sul fondoschiena» osservò, passando il dito sulla pelle. «Non vorrei che ti rimanessero i segni.»

  «I segni? Non dire sciocchezze! Non l’ho quasi sentito. Credi che sia fatta di porcellana? Ci vuole ben altro per lasciare il segno.»  Si mise seduta, accanto a lui, si afferrò una gamba e gli mostrò una lunga cicatrice che le segnava la pelle da sotto il ginocchio fino a metà gamba. «Questo ha fatto male, l’ho sentito e ha lasciato il segno.»

  «Che cosa hai combinato?» le domandò col sorriso.

  «Sono caduta dal ciliegio grande, a Norwich.»

  «Ti ho chiesto di non farmi ridere, Carolyn.» Adam la stava guardando divertito e si prese il braccio per mostrarle un profondo segno dietro al gomito. Se quella era una gara, lui aveva di che dimostrare la sua superiorità, anche senza tirare in ballo le cicatrici vere, quelle della guerra. «Stavo saltando da un ramo all’altro della vecchia quercia: ho mancato la presa» le raccontò.

  «La quercia dietro Westbury Manor?» domandò Carol e Adam annuì.  «Questa, invece, me la sono fatta cadendo dallo slittino» continuò la ragazza, mostrando uno sfregio sopra al polso, «e Tristan mi è caduto addosso.»

  «Tu mi sei simpatica.» Le labbra si Adam si spalancarono in un aperto sorriso, prima di posarsi su quelle della moglie.

  «Anche tu» rispose dopo il bacio. «E questa qui, invece?» chiese curiosa, sfiorando la cicatrice che gli deturpava il labbro.

  «Ah, questa sì che è una storia interessante: ho sgominato una banda di pirati che infestava le acque intorno a Gibilterra, tutto da solo... No?? Non è credibile?» sorrise in risposta all’espressione scettica della moglie. «Litigai con Anthony Howard per Dio solo sa cosa e lui mi ha tirato una pietrata: avevamo dodici anni. E’ arrivato Jenkins a dividerci» ammise divertito.

  «Tu sei proprio una testa calda» gli sussurrò.

  «Ah, solo io? E tu?»

  «Non sono io che ho fatto a botte in mezzo alla strada e mi son fatta rompere la schiena.»

  «Sapessi quante botte prenderei per te, ma belle» le confidò. «La mia vita per la tua, ogni momento» le bisbigliò sulle labbra. «Anche all’inferno, anche all’inferno per te, mia Euridice» e, afferratala per la nuca, suggellò quella promessa con un bacio.

  «Io ti voglio tanto bene, Adam.» Accostò il viso appoggiandosi appena alla sua spalla e, carezzandolo, gli depositò tanti baci sulle labbra. «Tanto bene.»

  «Nessuna mi aveva mai amato prima.» Le prese una mano e, commosso, le baciò il palmo.

  «Non è vero.»

  «Sì, mia madre, mia sorella e anche la signora Norris» disse dolente. «Non contano.»

  «Non è vero» ribadì, decisa.

  «Credimi, Carol.»

  «E la moglie del mugnaio di Heywood?» domandò la giovane.

  – Ma come diamine fa a sapere di Sally? Non lo ha mai saputo nessuno, nessuno! Come diavolo fa a saperlo proprio lei? –  si domandò sconvolto e rimase in silenzio, incapace di ribattere.

  «Quella donna ti ama» sentenziò.

  «Che cosa stai dicendo?»

  «L’anno scorso mi recai a Heywood per verificare i lavori al mulino, mi accompagnò Jenkins. Mentre il mugnaio mi mostrava i danni, la moglie non mi tolse gli occhi di dosso, per tutta la durata della visita, facendomi sentire a disagio. Appena le fu possibile mi prese in disparte e mi domandò di te, mi chiese se tu stessi bene, se mandavi notizie. Io non sapevo che cosa rispondere, sapevo solo che eri vivo, ma non volevo mostrarle che ne sapevo meno di lei, così le riferii qualcosa di quello che avevo saputo da mio padre. Il suo affetto e la sua apprensione per te erano così evidenti che provai tenerezza per lei» spiegò Carolyn, malinconica.

  «Mi è riconoscente perché l’ho sottratta ad un destino infelice, Carol. Tutto qui.» Aveva ascoltato col fiato sospeso le rivelazioni della moglie, davvero non le si poteva nascondere nulla: era così intelligente e sensibile.

  «Quella donna ti ama» insistette. «E tu?» domandò con un fil di voce. «Tu? Eri innamorato di lei?»

  «No.»

  «Dimmelo, non mentirmi, ti prego.»

  «E’ successo tanto tempo fa... era finita molto prima d’incontrarti. Carolyn, se l’avessi amata, nulla al mondo mi avrebbe impedito di legarla a me infischiandomene del biasimo del mondo» le spiegò semplicemente, carezzandole il viso.

  Sì, biasimo, perché aveva incontrato Sally  la seconda volta che era entrato in un bordello. La seconda, perché la prima era stata un’esperienza traumatica, era poco più che un ragazzino, era la sua prima volta e Anthony ce lo aveva quasi trascinato. Era finito nelle grinfie della vecchia tenutaria ed era stato disgustoso. Appena finito era scappato dalla camera come un ossesso e, andare a sbattere contro suo padre che usciva da una delle altre stanze, era stata la ciliegina sulla torta. Non aveva più ripetuto l’esperienza, visto che le signore del bel mondo si erano sempre dimostrate piuttosto compiacenti e generose con lui, allietando i suoi soggiorni a Londra nonché la sua permanenza a Gibilterra. Invece si era sempre ben guardato dal tessere qualsivoglia trama amorosa nell’ambiente campagnolo e costumato di Westbury, per non dar adito a pettegolezzi, senza contare il ritegno consono al suo rango e al suo status. Così, quando la morte di suo padre l’aveva costretto a restare qualche tempo nelle sue terre per sistemare i suoi affari, acquistare nuovi fondi e impiantare il lanificio, vinto dalla solitudine si era recato nella cittadina vicina e aveva rimesso piede in uno di quei posti. Quella volta aveva scelto lui: la fanciulla più giovane e carina che c’era lì dentro, timida e riservata. Era proprio il suo tipo, bionda con gli occhi azzurri, solo che, una volta appartati la ragazza gli aveva raccontato una storia lacrimevole, spiegandogli che era lì da poco più di un mese, brutalizzata da ogni genere di cliente. Si era intenerito a tal punto da sborsare ai tenutari una cifra esorbitate per acquistarne la libertà e l’aveva sistemata in un appartamentino di cui pagava le spese, facendosi carico del suo mantenimento. Ovviamente quella volta non avevano consumato. I primi tempi l’aveva frequentata assiduamente, sempre attento alla riservatezza, aveva poi diradato gli incontri finché l’aveva fatta maritare con un brav’uomo a cui aveva affidato non solo lei, ma anche la conduzione del mulino, per sistemarla risolutivamente. C’era stato ancora qualche incontro che era stata proprio lei a volere - per riconoscenza, aveva sempre pensato. Qualche tempo prima di partire per l’India aveva chiuso definitivamente, non voleva che lei pregiudicasse un buon nome tanto faticosamente ottenuto e la tranquillità familiare. C’era stato un ultimo incontro, pochi giorni dopo aver conosciuto Carolyn, pochi giorni prima del loro matrimonio affrettato. Sally si era fatta ricevere a Westbury Manor, non vi aveva mai messo piede prima, voleva rivederlo, riallacciare i loro rapporti.

  «Mi dispiace, Sally, io non posso più» le aveva detto, cercando di non ferirla. A pensarci ora aveva sempre avuto molto riguardo nei confronti di quella donna, comportandosi con lei e con tutte le altre da vero gentiluomo, mentre con Carol, che avrebbe meritato e meritava ogni cortesia, aveva sfoderato tutte le arti del perfetto farabutto.

  «State per sposarvi, signore? Avete incontrato qualcuna che sia adatta a fare la contessa?» aveva domandato.

  «Sì» le aveva risposto. Era la verità e tutto il contrario della verità. Solo due giorni prima aveva chiesto al Duca di Norwich la mano della figlia, anche se Carol non voleva saperne di lui. Ciononostante sapeva che solo lei sarebbe diventata la  Contessa di Westbury. Solo lei e nessun’altra.

  «E’ una signorina elegante e raffinata?» aveva chiesto.

  «Raffinata?» aveva esitato. L’aveva rivista con addosso il vestito del fratello. No, Carol non era come Sally si raffigurava le signore del bel mondo. «Di gran classe, direi. Sicuramente di gran classe» aveva confermato.

  «E’ bella?» aveva voluto sapere.

  «Sì, bellissima.»

  «Più bella di me?» aveva osato chiedere.

  «No. Non più bella di te» aveva risposto deciso. – Più bella di tutte! – aveva pensato, ma non lo aveva detto a voce alta, non aveva voluto infierire.

  «E’ ricca e di nobili natali?»

  «Sì» aveva ammesso. –  Certo che è ricca, nobile, la contessa perfetta. Ma non è per questo che ho chiesto la sua mano. La sposo perché è l’unica donna al mondo che vada bene per me. E’ l’oggetto di tutti i miei desideri. Lei non è un sogno, è l’UTOPIA che si realizza! La sposo? Sì, me la sposo. Me la sposo subito. Torno a Londra e me la sposo, non me la faccio certo sfuggire – era giunto proprio in quell’attimo  a una tal risoluzione e aveva cercato di congedare Sally. Non c’era riuscito, lei gli si era gettata ai piedi, in ginocchio, nel suo studio. L’aveva pregato, implorato di concederle un ultimo momento insieme e, al suo rifiuto, era passata ad esplicite profferte che la posizione assunta in quel momento conciliava. L’antico mestiere aveva fatto il resto e quella era stata l’ultima volta che aveva toccato - che avrebbe toccato - un’altra donna, ora ne era certo.

  Chissà che cosa aveva pensato Sally incontrando Carolyn di persona, si stava chiedendo in quel momento. Aveva capito anche lei di trovarsi di fronte ad uno spirito superiore? Sì, certo, l’aveva capito, lo capivano tutti. L’aveva sicuramente capito vedendo gli abiti lisi che non riuscivano a celare la classe innata, vedendo la dolcezza, la gentilezza e la determinazione nell’affrontare le difficoltà che la guerra e la lontananza del signore avevano causato in tutto il contado. Tutti, nelle sue terre, sapevano degli sforzi compiuti da sua moglie, una giovinetta che non aveva ancora vent’anni, per mandare avanti le cose di nascosto dagli Howard. Doveva saperlo anche Sally, se era arrivata al punto di importunare sua moglie, incoraggiata dalla sua cortesia e amabilità. Era infastidito da quella rivelazione e dal fatto che Sally avesse inteso frapporsi fra loro, mostrando a Carol che aveva una conoscenza intima con suo marito.

  «Io credo che anche tu provassi dell’affetto per lei.» La voce di Carolyn lo scosse dalle sue elucubrazioni.

  «Sì, è così» ammise Adam, «ma se avessi provato anche solo un millesimo di ciò che provo per te, l’avrei sposata» fece arrochito, ribadendo il punto. Non era riuscito a celare l’irritazione.  

  Carol sapeva che quella era la pura verità, ad Adam non interessava l’opinione del mondo: quella era la cosa che più gli piaceva di lui.

  «E sicuramente ti avrei incontrata, prima o poi» disse ad alta voce, mettendola a conoscenza delle sue più intime riflessioni, «e sarebbe stato un inferno, per me. Non oso neppure immaginare quale disperazione trovarti e non essere libero di stare con te. Da che ti ho vista non è esistita nessun’altra. Mai più.»

  «Non dire una cosa del genere, non è possibile... proprio tu... due anni, Adam!» fece incredula. Carol aveva dei fratelli, sapeva certe cose, sapeva che gli uomini avevano delle esigenze... Proprio Adam poi, che la cercava ogni mattina, ogni sera, ogni notte. «Non c’era niente, fra noi due, Adam. Niente. Non posso certo biasimarti se...»

  «Ma che cosa stai dicendo? Niente? Eravamo marito e moglie: me lo chiami niente? Credi che non sia capace di trattenere le mie pulsioni? Ti sei fatta un’idea sbagliata di me, se credi che io pensi esclusivamente a quello. Io penso solo a te. Te l’ho detto e te l’ho ridetto, perché non mi credi?» sbraitò.

 «Non mi sembra possibile» scosse il capo.

 «Non vedi cosa accade quando siamo vicini?» cominciò. «L’hai detto anche tu che non sei più padrona di te stessa quando sei con me. Il tuo corpo vive di vita propria insieme al mio. Dovremmo imparare dai nostri corpi che si conoscono e si fidano l’uno dell’altro» osservò convinto.

  «Si conoscono?» domandò stupita da quella rivelazione.

  «Si conoscono?» sorrise sornione. «Ci siamo carezzati, succhiati, morsicati, leccati, fustigati... tu hai bevuto alla mia coppa, io alla tua... Si conoscono? Tu che dici?»

  «Dico che sei entrato nella mia anima in un modo così assoluto da farmi dimenticare tutto il resto.» Era arrossita, tutta, tutta quanta e aveva abbassato lo sguardo, scossa dall’immensa vergogna che le sue parole avevano scatenato. «Tutti i miei affetti, tutta la venerazione per mio padre e per la mia famiglia, e sai quale affetto mi leghi a loro, tutto oscurato da te, da ciò che provo per te. Esisti solo tu» confessò in un bisbiglio e deglutì.

  «Rinnega tuo padre e rifiuta il tuo nome,/ oppure, se non vuoi, giura che sei mio e smetterò io d'essere una Capuleti» le recitò, sollevandole il mento con un dito per guardarla negli occhi. «Non devi rinnegare nessuno, amore mio...Tu lo sai, vero?» le chiese poi, sibillino.

  «Io so tutto ciò che c’è da sapere, Adam» rispose convinta. Aveva capito a cosa si riferisse.

  «Allora sai che sono la cosa più tua che tu potrai mai possedere. Io ti appartengo. Dall’istante in cui ho visto il tuo sorriso, io ti appartengo. Ti appartiene il mio corpo, la mia anima. Ti appartengono i miei beni. Proprio come Orfeo, io ti seguirò anche all’inferno, mia Euridice. Guarda. Guarda cosa mi fai» e le mostrò la camicia sollevata dall’erezione. «Sono qui che riesco a malapena a respirare e non desidero altro che ricominciare a far l’amore con te. Vieni su, ti prego, dammi sollievo» e l’attirò su di se, catturando la sua bocca con un bacio.

 «Adam, per favore, no. Guarda come sei ridotto. Devo medicarti» frignò, appena staccatasi dal suo bacio.

  «Seduto così, con i cuscini dietro la schiena, sto benissimo. Sali a cavalcioni su di me» la esortò.

  «Ti prego, ti faccio male e poi sono tutta indolenzita» ma lui la stava già attirando in grembo: sapeva che avrebbe ceduto.

  «Davvero non mi sento tanto bene» fece un ultimo tentativo, ma lui era già entrato dentro di lei a prendersi il suo piacere.

  «Sei indisposta?» domandò così, quasi per cortesia, non che gli importasse molto.

  – Sono indisposta? – si chiese Carol, di rimando. Espirò profondamente, soffiando via tutta l’aria che aveva nei polmoni. «Credo di sì. Lo sarò tra poco» rispose in un soffio. Si sfilò la vestaglia che la stava infastidendo e le stava procurando feroci vampate di calore e delicatamente prese a sollevarsi e ad abbassarsi su di lui, con le mani appoggiate appena alle sue spalle per dargli piacere senza pesargli o affaticarlo.

  «E’ la posizione perfetta» constatò Adam che le aveva preso il viso fra le mani per accarezzarle le gote mentre la baciava. Se non avesse avuto male avrebbe chinato il capo per succhiarle i capezzoli, invece dovette accontentarsi di strizzarli tra le dita, pizzicarli e tirarli finché non l’avesse sentita guaire di piacere.

  – Sono proprio belle – si disse spremendo quelle morbide collinette che gli riempivano le mani. –  Grandi, ma non troppo... Eh sì, non c’è che dire: è perfetta. Tutta. Anche se basterebbe i suo viso per far di lei la più bella del mondo, lei è tutta perfetta. E’ anche alta abbastanza da non scomparire, accanto a me. E’ fatta apposta per me – concluse e le afferrò la nuca per ricominciare a baciarla. Sentiva il piacere montare e non lo avrebbe ricacciato indietro, era meglio finire in fretta, anche se lei era ancora lontana. Infondo tre orgasmi potevano bastarle, pensò, tuttavia sarebbe stato bello riuscire a procurargliene un quarto...

  – Faccio tante parole, mille obbiezioni, intanto lo voglio più di lui. Anche se non so ancora bene come funzionino queste cose, non sono tanto stupida da non rendermi conto che ci sa fare. Sa come far provare piacere ad una donna. E proprio bravo. Non ho dubbi che le signore cercassero la sua compagnia: è un vero portento. Ha detto che non mi tradito, ha detto proprio così –  si ripeté entusiasta e la felicità la stava nuovamente trasportando vicino al limite, facendole accantonare il nuovo dubbio che l’aveva appena assalita.

  – Oh no! –  gridò delusa tra sé e sé. Era appena esploso il suo primo spasmo e lui l’aveva afferrata per i fianchi, sollevandola e lasciandola così da sola a completare il proprio piacere. –  Oh, poverino! E’ così che si sente?  –  pensò febbrilmente e, veloce, lo prese tra le dita per aiutarlo.

 

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