11. Tra sogno e realtà

Lontano

da Westbury

 

11. Tra sogno e realtà.

  – E’ quasi un mese che percorro tutti i giorni questa strada, Westbury-Bath. Diciassette miglia a cavallo non è poi una gran distanza per andare a trovare il mio miglior amico. Un amico? “La sorella” di un amico! Lei è bellissima, di una bellezza “evidente”: colta, raffinata, elegante nella sua semplicità. I suoi discorsi sono così stimolanti e briosi, pendiamo tutta dalle sue labbra, dal suo sorriso. Lady Butley ci intrattiene nel salotto della sua casa, a Bath, e sa come legarci tutti a sé, concedendo a turno le sue attenzioni a ciascuno di noi. Siamo tanti, troppi... e non sceglierà me, anche se ho visto come mi guarda...  Ma cosa ci faccio qui? E’ troppo giovane... E’ indipendente, libera, ma è troppo giovane. Sicuramente è vergine: Simon le fa la guardia come un mastino e quando non c’è lui, la vigilanza passa a Harry e Tristan, con tutti questi mosconi che le ronzano intorno... Tutti hanno chiesto la sua mano, tranne me. Ah, se fosse anche lei sposata, o vedova... No, non ho speranze... Eppure sono convinto che sarei il prescelto... Siamo fatti l’uno per l’altra... Perché il mio amico Simon non me l’ha mai presentata? Perché sei sposato, stupido idiota! Se non fossi stato così incauto da mettere incinta Sally, ora potresti chiedere a lei di diventare tua moglie. Non saresti costretto a sentire ogni sera le geremiadi di una moglie che finge di sentirsi in colpa per aver oscurato il nome dei Conti di Westbury, ma che in cuor suo gioisce e persegue con determinazione il suo unico scopo: ammorbarti la vita. Lei no, lei è fantastica, un respiro di aria pura. Questa notte ci provo: non ci sono i suoi fratelli. Faccio uscire tutti e io resto. Si è spaventata nel vedermi ancora lì, nel suo salotto. No, non è spaventata: è turbata... La bacio... Ah, che bocca! Lei mi respinge... Io insisto... La prendo tra le braccia, la sollevo, non fa resistenza. Pesa poco più di una piuma. La porto nella sua stanza, so esattamente dove dirigermi. La butto sul letto e mi butto su di lei. Non ho mai voluto niente di più di quanto desideri lei. Niente. Sono innamorato. Amo questa donna, questa giovane donna bellissima e unica. La spoglio e mi spoglio. Non ha mai visto un uomo nudo. Sono il primo. Sarò l’unico. Non posso permettere a nessun altro di toccare ciò che è mio. Non ho mai provato fastidio a pensare che altri avevano goduto di Sally prima di me, ma non sopporterei che altri toccassero lei. Ucciderei. Anche se odio uccidere - aborro uccidere - ucciderei, ma con piacere. La penetro, piano. E’ come un ricordo, vivido, vividissimo. La lacero e lei tira indietro la testa, come a voler fuggire dalle mie braccia. No, tu non vai da nessuna parte. Stai sotto e godi! E’ come un ricordo: il ricordo più bello dell’attimo più bello che abbia mai vissuto. La bacio, le infilo la lingua tra quelle due labbra stupende. Le ho desiderate così tanto... Mi ricordo che le ho desiderate per anni... Ora lei mi tocca... Bellissimo... Mi sembra proprio che stia venendo, mi chiede di non smettere. Non smetto, non smetto più... e vengo, dentro di lei. Non m’importa se la metto incinta, non m’importa. No, m’importa, invece: io desidero ingravidarla. Voglio un figlio dalla mia donna, un figlio di così nobili origini e dal sangue così puro da far ingelosire un re. Voglio imporre il mio marchio su di lei e rendere eterno il momento in cui l’ho deflorata, mettendo al mondo un figlio. Un figlio bellissimo e perfetto, come lei. Le dico che l’amo e lei lo dice a me. Mi chiede di non andare. Non tornerò a casa stanotte da mia moglie e dai miei figli. Non m’importa di loro. Non m’importa niente perché so che esistono, ma non li conosco. Torno da lei ogni notte, ogni notte rovescio nel suo calice il mio seme. Simon ha capito. Litighiamo pesantemente e lui mi colpisce, al fianco. No, non posso lasciarla, non sopravvivrei. Sto pensando al modo di sistemare moglie e figli e prendermi lei. No: è lei che non ne vuole più sapere di me, mi lascia! In carrozza. Siamo noi due soli, in carrozza, al buio. Lei mi lascia perché è incinta, aspetta un figlio, mio figlio. Deve sposarsi. Sposerà il Principe Nicolaj Igorevich Vattelapesca, diventerà nipote della zarina. Lui è orribile, è un pupazzo dai denti all’infuori, un orribile ciuffo rosso e l’erre moscia. E diventerà il padre di mio figlio. La toccherà, la bacerà, si prenderà tutte le libertà che solo io posso prendermi... Oh no! No! Devo averla, ancora una volta. Le strappo i vestiti, sono una bestia! L’ho già fatto. Sono una bestia e la prendo, con furia. Lei è mia!!!! Non posso rinunciare a lei, non posso, non posso. Sento il dolore attanagliarmi la gola e le lacrime bruciare tra le palpebre. Ho le lacrime? Allora posso ancora piangere! Credevo che i miei occhi si fossero cauterizzati quando è morta mia madre. Funzionano, sto piangendo... Uccidimi. Non voglio più vivere senza di te, amore. Tiro fuori lo stiletto dallo stivale. Il pugnale nascosto è l’ultima risorsa, l’ultima difesa, proprio l’ultima. Glielo metto tra le mani che stringo forte tra le mie, e scaglio la pugnalata che mi colpisce... al fianco.

 

  «Carolyn!!!» gridò Adam alla notte, completamente madido di sudore. Nessuna riposta. Il silenzio più assoluto. – Dorme nell’altra stanza, non vuol farmi male accidentalmente, girandosi nel sonno. E poi è indisposta. Che incubo orribile! Oh, ma è l’ultima volta che dormiamo separati, l’ultima volta!  –  Adam si alzò a fatica, aprì la finestra. –  Ho bisogno d’aria, non posso respirare. Fa malissimo. Devo bere qualcosa, così forse mi passa questo dolore... e mi farà dimenticare questo sogno pazzesco. – Mezzora dopo entrava nella nuova bisca di Saint James’s Street.

           

  Carol si destò di soprassalto, sollevata dal letto, a mezz’aria. «Ah!» gridò, sentendosi sospesa, tra le sue braccia. «Adam!» rantolò, abbastanza lucida da capire che la stava portando nella loro stanza.

  «Sei mia moglie» biascicò lui. «Siamo sposati!» la ammonì con voce impastata.

  «Così si dice in giro» mormorò lei, assonnata.

  «Così è scritto sul contratto. Ci sono dei testimoni: tutti i tuoi. E la tua amica Mary, c’era anche lei.»

  «C’ero anch’io. Mettimi giù, ti farai male.» Si era ricordata solo in quel momento delle costole. Adam barcollò, ma non la depose. Si appoggiò allo stipite della porta con una spalla. «Ahi!»

  «Ti sta bene. Hai bevuto? Sei uscito? Sei proprio un incosciente, colonnello “Rush”!» e rovinarono entrambi sul letto.

  «Ohi, ohi! Sì, sono uscito e ho bevuto, perché non eri più mia moglie.»

  «Odori di cognac.»

  «Whiskey» precisò. «Scozzese, per l’esattezza. Aiuta a dimenticare...»

  «Che cosa devi dimenticare?» chiese Carol, per niente curiosa. Era scesa dal letto e aveva cominciato a spogliarlo. «Che sei uno stupido orso?»

  «No, che non eri più mia moglie... e il dolore al fianco.»

  «Desidero ribadire due verità inconfutabili: sono tua moglie e tu sei uno stupido orso. Hai fatto un sogno?»

  «Un sogno orribile.»

  «Hai la febbre, sei tutto sudato. Quanto hai bevuto?»

  «Tantissimo. Non mi chiedi dove sono andato?»

  «Hai litigato con qualcuno?»

  «No. Non vuoi sapere dove vado, cosa faccio?»

  «Preferisco non sapere...» Gli stava togliendo i calzoni.

  «Ti piace spogliarmi, eh, bambina? E io te lo dico lo stesso, dove sono andato. Sono andato nella bisca di Lady Venom. Lady Veeenooom. Posto elegante. Ottimo whiskey. Scozzese. Donnine eleganti...»

  «Uhm» fece solo.

  «Non sei gelosa? Non t’importa di me?»

  «M’importa tanto, di te. E sono gelosa, gelosissima, ma se solo pensassi  che appena volto lo sguardo tu cerci qualcun’altra, non sarei qui» spiegò, dubbiosa del fatto che quella discussione fosse ricordata, passata la sbornia.

  «E dove andresti» ridacchiò.

  «Scapperei.»

  «Non puoi scappare da me» fece rabbuiato.

  «Posso, Milord.»

  «Puoi?» Certo che Carol poteva! Era per quello che aveva fatto quell’incubo? La zia Margareth le aveva lasciato una grande casa a Bath e una rendita vincolata esigibile da lei soltanto. Carol era una delle poche giovani donne in Inghilterra del tutto indipendenti, anche senza il matrimonio. Aveva visionato personalmente il lascito e si era reso conto che la prozia di Carol aveva inteso salvaguardare in ogni modo la nipotina così speciale, rendendola completamente autonoma da qualsiasi legame, poiché la rendita non era assimilabile, come ogni altra dote, ai beni dello sposo. Era di Carol soltanto, millecinquecento sterline l’anno a partire dal suo ventiquattresimo compleanno. «Non te ne andrai, vero?»

  «E dove vuoi che vada?»

  «Non mi lasciare mai, non mi lasciare solo.»

  «Non ti lascio solo, mi sembra proprio che ti ficchi nei guai, quando sei da solo.»

  «La prossima volta verrai con me.»

  «Chez Madame Venòm? Credo proprio di tenerci almeno un po’, alla mia reputazione!» esclamò ridendo e gli infilò le gambe sotto le lenzuola.

  «Non tu, verrà “Hermann Calloway”, con me» sorrise, ma si era già addormentato.

 

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Commenti: 1
  • #1

    Danila (lunedì, 20 aprile 2015 17:57)

    oddio! Ho le lacrime agli occhi per ridere!!!!