CAPITOLO 12

 

Lontano

 

da Westbury

 

 

 Questa storia appartiene al genere EROTIC-ROMANCE pertanto potrebbe includere contenuti espliciti non adatti ai minori di 18 anni. Questo sito non è responsabile della lettura dei suoi contenute da parte di minori.

 

12. Una polveriera pronta ad esplodere.

 

 

 

  «Carol, basta. Ora mi alzo, sto benissimo.» Adam, a letto in vestaglia, depose il giornale sulla pila di libri e quotidiani. «E’ quasi una settimana che sono bloccato qui. Sei una tiranna.»

 

  «Non sei bloccato per niente, ieri sei uscito e anche l’altro ieri. Per non parlare della prima notte...»

 

  «Ero atteso al Quartier Generale per nuovi ordini, lo sai. Wellington è tornato, quindi anche i nostri piani sono cambiati, Carol.» Adam glissò sulla sua nottata brava, in fondo aveva pagato cara quella scappatella: un mal di testa atroce e dose doppia di quella medicina disgustosa, polvere amara di salice. Fortuna che Carol era sempre stata con lui, a tenergli compagnia, pensò intenerito.

 

  «Sì, però non hai chiesto il congedo.»

 

  «L’ho chiesto, l’ho chiesto, ma avevo già accettato il nuovo incarico con le reclute, non è cambiato niente, accompagneremo ancora le signore, solo che dobbiamo aspettare che vengano conferite al Duca  le nuove onorificenze e gli incarichi ufficiali dal Reggente in persona. C’è scritto tutto lì» indicò il “Courier” aperto sul letto.

 

  «Trecentomila sterline per l’acquisto delle proprietà più diciassettemila ghinee all’anno per grandi meriti» Carol lesse a voce alta il capoverso dell’articolo. «La cifra sembra enorme, ma è del tutto meritata» commentò la ragazza, riponendo il quotidiano e gli altri libri sulla piccola scrivania della camera da letto.

 

  «Tu non sai quanto. Non puoi nemmeno immaginare cos’abbia fatto Wellesley per noi.»

 

  «Lo so bene e lo sa tutto il Regno.»

 

  «E’ un eroe» fece Adam, con reverenza e ammirazione.

 

  «Sì, certo, ma il mio eroe sei tu.» Carol si sedette sul letto e gli gettò le braccia al collo per baciarlo. «Così andremo in Francia con lui?»

 

  «Sì, è un grande onore. E’ un onore immenso, per me, che mi voglia al suo fianco, anche solo per poco e per un compito così modesto. E’ un riconoscimento, Carol. Tu lo conosci?»

 

  «L’ho intravisto molti anni fa, venne in visita per discutere con mio padre. Io e Tristan ci siamo nascosti per poterlo vedere. E’ molto affascinate.»

 

  «Eh, sì: gode di molto credito tra le signore» sogghignò. «Non devo per caso impensierirmi? Non farai parte anche tu dello stuolo delle sue ammiratrici, vero?»

 

  «No, caro, tranquillizzati: io faccio parte della congrega delle ammiratrici del tenete-colonnello Blackbourn.»

 

  «Usciamo, ammiratrice?»

 

  «A quest’ora? E dove vorresti andare?»

 

  «Non te lo immagini?»

 

 

 

  «Vieni, “Hermann”, ti sistemo la cravatta» le disse Adam, facendole sollevare il mento per ritoccarle il nodo.

 

  Carolyn aveva indossato ancora una volta il vecchio abito di Tristan, che aveva conservato tra la sua roba. Aveva nascosto i capelli dentro la camicia e Adam le aveva annodato una sua cravatta.

 

  «Te la senti» le chiese il marito, prima di mettere il piede fuori dalla carrozza.

 

  «Con te? Sempre!» gli sorrise, guadagnandosi un bacio. «Andiamo» lo esortò, col cuore in gola.

 

  «Se ci scoprono, sarà lo scandalo: saremo costretti a chiuderci a Westbury fino alla vecchiaia» Adam era proprio divertito.

 

  «Non tentatemi, Conte. Potrei prendervi in parola e scoprire le carte sul più bello» e lo precedette entrando per prima nell’elegante casinò.

 

 

 

    Affascinata, Carolyn si guardava intorno, attratta da tutto ciò che la circondava: i tavoli da gioco accerchiati da signori eleganti intenti a puntare e signorine in abiti provocanti che, con la scusa di attrarre la fortuna, si strusciavano maliziose contro uomini desiderosi e compiaciuti. Ne conosceva molti, di quei signori, amici dei suoi genitori. Spostò lo sguardo attirata dalla musica allegra che la piccola orchestra stava diffondendo nel salone.

 

  «Vieni, Hermann.» Adam la guidò al bancone della mescita, e, facendosi largo fra gli avventori, ordinò un rosolio e un cognac.

 

 Carolyn prese il bicchierino e stava per portarselo alle labbra, ma una spallata del vicino fece schizzare il liquido.

 

  «Pardon» si scusò quello. Carol si voltò e si trovò di fronte suo fratello Harry, che rimase col suo bicchiere a mezz’aria, la bocca aperta e gli occhi spalancati.

 

  «Scusate voi, Milord» riuscì a rispondere e si mise a ridacchiare.

 

  «Adam!» esclamò Harry perplesso. «Che cosa ci fate qui, siete impazziti?»

 

  Tristan, accanto al fratello si sporse un po’, riconobbe la sorella ed esplose in una fragorosa risata: «Piacere di rivederti, Hermann.»

 

  «Felice di rivedere te, Tristan» rispose la ragazza, con voce mascolina.

 

  «Io non dico nulla, è meglio. Adam, sei un pazzo» fece Harold, sconcertato, rivolto al cognato. Anche Alastair e Edward Handerton si sporsero e videro la scena. Non riconobbero subito la ragazza.

 

  «Buona sera, Conte» salutò Edward Handerton. «Vi siete ripreso dal colpo di mazza dell’altra sera.»

 

  «Si, Mr. Handerton. E grazie ancora per l’aiuto.»

 

  «Posso presentarvi Hermann Calloway, mio compagno a Eton?» Tristan fece le presentazioni senza smettere di ridere. Si erano allontanati un poco dagli altri avventori per non dare nell’occhio.

 

  «Ma...» balbettò Alastair Browning, perplesso.

 

  «Non dire niente,» lo ammonì Harry, «ti prego.»

 

  «Ci conosciamo?» chiese Edward col sorriso, rivolto a Hermann-Carolyn. L’aveva riconosciuta.

 

  «Può essere, Mr. Handerton, può essere.»

 

  «Leviamoci di qui» esortò Harry, l’unico che era sulle spine.

 

  Dopo un primo momento d’imbarazzo, il gruppetto si avventurò nel salone.

 

  Carol osservava interessata tutto quanto: lo svolgersi dei giochi, le somme che venivano puntate, le signorine, i giocatori. Guardare da vicino quel mondo per soli uomini era un’opportunità troppo ghiotta per lei, un’opportunità che a nessuna signora del bel mondo era stata concessa. La cosa che più la incuriosiva era studiare il comportamento del genere maschile fuori dai salotti, liberati dal  guinzaglio delle mogli. Si stava divertendo e, curiosa, si avventurò in giro. Era assorta quando sentì un tocco sensuale sulla spalla.

 

  «Il signore si sente solo, ha bisogno di compagnia?» Una giovane vestita di rosso, con una chioma di riccioli biondi le stava sorridendo. Carolyn era arrossita e scosse il capo.

 

  «Siete appena giunto in città?» continuava la ragazza. «Sembrate un po’ spaesato, se lo desiderate potrei insegnarvi qualcosa, giovanotto.»

 

  «No, grazie» declinò Carol, decisa. –  Non credo che abbiate molto da insegnarmi, ormai  pensò sorridendo fra sé. 

 

  «Vieni, Hermann» Harry la trascinò via dalle grinfie dell’insistente signorina. «Ma che cosa vi è saltato in mente, questa sera? Adam si stava annoiando?»

 

  «Un po’...» rispose Carol evasiva.

 

  «O eri tu, ad annoiarti? Meno male che dopodomani partirete. E’ proprio meglio così.» Harry fu interrotto da un gran vociare, un cicaleccio diffuso che stava aumentando volume.

 

  Carolyn sbiancò: si stavano muovendo tutti verso di lei, verso l’ingresso, veramente: l’avevano scoperta? Si erano resi conto che lei era una donna? Stavano già tutti gridando allo scandalo? Cercò Adam con lo sguardo, non lo vide. Non vide neppure Tristan, Alastair o Edward. Guardò il fratello accanto lei: anche lui era sbiancato.

 

  «Oh, Dio, Santo, E Benedetto, Nostro, Padre!» esclamò spaventato.

 

  «Stai nominando il nome di Dio invano, Harry!»

 

  «No, Carol: nostro padre! In compagnia di sua Grazia il Duca di Wellington e tutto il suo codazzo, compreso il Visconte Castlereagh: siamo nei guai! Sei nei guai!»

 

  «Ah, ecco il perché di tutta questa agitazione, c’è il Duca! E’ davvero affascinate, domani lo conoscerò, sai? Stasera non è il caso che mi presenti, così vestita, con gli abiti di Tristan, vero?» scherzò la sorella. «Dov’è Adam? Non lo vedo.»

 

  «E’ proprio lì, a porgere gli omaggi al Duca insieme a Tristan.»

 

  «Allora sarà meglio che mi eclissi.»

 

 

 

  «Adam, che cosa ci fate voi qui, questa sera?» domandò con disappunto il Duca di Norwich, salutando il genero. «E mia figlia?»

 

  «Vostra figlia è rimasta a casa, signore, a completare i preparativi per il viaggio. Io sono qui con un lontano cugino, ospite degli Emery-Boyd. Studia a Oxford. E’ qui in città per pochi giorni, volevo mostrargli un po’ di vita londinese. Mi hanno parlato di questo posto... mi sembrava adatto...»

 

  «Eh, sì» fece il suocero, abbastanza convinto. «Potreste presentarmi vostro cugino, dov’è, il giovanotto?»

 

  «L’ho perso di vista. Stavamo andando via. Sarà meglio che vada a cercarlo, non vorrei che si facesse svuotare la saccoccia dai croupier o da qualche signorina.»

 

  «Allora, “Rush”, siete pronto per la partenza?» li interruppe Sua Grazia il Duca di Wellington.

 

  «Sì, signore. Sempre pronto.» 

 

  Ci volle qualche minuto ad Adam per defilarsi e buttarsi nella mischia alla ricerca di Carolyn, la individuò ad un tavolo di faraone, vicino ai suoi amici. L’afferrò per un polso per portarla via.

 

  «Noi andiamo» fece ad Harry. «Devo riaccompagnare il cugino Hermann a casa dei Barone Emery-Boyd.»

 

  «Auguro a tutti un buon proseguimento di serata» salutò la ragazza, mentre il marito la stava praticamente trascinando.

 

  «Buonanotte Hermann» risposero gli altri in coro.

 

 

 

  Adam si precipitò giù dallo scalone, portandosi la moglie a rimorchio. I loro sguardi s’incrociarono per un istante e scoppiarono a ridere. Ridevano ancora salendo in carrozza.

 

  «Ce la siamo vista brutta» espirò Adam, ilare, sedendosi accanto a lei. «Hai fatto conquiste, ma belle

 

  «Sì. Hai visto? Ha detto che mi avrebbe insegnato qualcosa» ridacchiò.

 

  «Ci penso io ad insegnarti tutto quello che devi sapere» sollevò le sopracciglia, malizioso.

 

  «Io credevo che fossimo già a buon punto» disse, mentre stava liberando i lunghi boccoli, nascosti nel colletto della camicia.

 

  Carol, alla debole luce della carrozza, notò che lo sguardo di Adam si era fatto cupo. Ormai conosceva quello sguardo: era desiderio.

 

 Lui si era sporto, aveva smorzato il lanternino interno, aveva dato un ordine al cocchiere per poi chiudere lo sportelletto di comunicazione. Chiuse anche le tendine. Prese Carol per le braccia e la fece sedere su di sé, le afferrò il viso e cominciò a baciarla.

 

  «Come sei bella» le bisbigliò sulle labbra fra un bacio e l’altro e le sciolse il nodo della cravatta, liberandole il collo. «Come sei bella» sussurrò fremente con le labbra a solleticarle la pelle serica della gola.

 

  «Anche con questi vestiti addosso?»

 

  «Oh sì! Mi hai fatto impazzire, quella sera. Ti guardavo le gambe fasciate nei calzoni attillati e la tua bocca, tutta da baciare. Sbirciavo il tuo petto che sembrava volesse schizzar via dal panciotto e faceva tirare i bottoni, proprio come adesso.»  Le aprì la redingote, insinuò le dita sotto la stoffa e fece saltare i bottoni, per afferrarle il seno. «Ho dovuto combattere contro la tentazione di sbattere fuori i tuoi fratelli e portarti a Gretna Green, subito. Volevo fare l’amore» le disse febbrilmente, sussurrandole i suoi ricordi tra le labbra. «Quella sera venni a casa vostra solo per rivederti e tu non c’eri, poi ho sentito il tuo profumo. “Ah, sì che c’è”, mi sono detto. Ah, che serata, amore... Ero così eccitato, proprio come adesso. Quella notte non ho dormito, pensavo a te» sbottonò prima i propri calzoni, poi quelli di Carol e le infilò le dita tra le gambe.

 

  «No, Adam, per favore, non qui» piagnucolò lei.

 

  «Sì, qui. Qui e adesso.»

 

  «No, no. Non fuori casa. Non così, davanti a tutti, ti prego, ti prego» lo implorò allarmata, cercando di bloccargli la mano. «Farò tutto quello che vuoi, ma non qui.»

 

  «Farai tutto quello che voglio, qui e ovunque. Non ci vede nessuno» Adam stava continuando il suo massaggio.

 

  «Stiamo per arrivare... per favore!»

 

  «No, cara, stiamo girando in tondo. Finché mi va, finché non avremo finito non torneremo a casa.»

 

  «Ti prego, ti prego: sentiranno, capiranno! E poi, vestita così» continuò, allarmata.

 

  «Zitta e buona, altrimenti ti spoglio tutta e  non sai che voglia ne ho» la minacciò, intanto le aveva tirato giù i calzoni, fino a mezza gamba e continuava le sue carezze.

 

  «Hai organizzato tutto... per questo. Tu volevi questo!»

 

  «Sì brava, vedo che hai capito. Adesso taci e baciami.»

 

  «Io sono il tuo giocattolo, vero?» sbraitò.

 

  «Sì, amore. Sei il giocattolo più bello, divertente e prezioso che si possa desiderare» e la fece girare in modo da farle appoggiare la schiena al suo petto. La sollevò quel tanto che gli bastò a penetrarla, si appoggiò allo schienale e prese a muoversi con movimenti circolari, aiutato dallo scrollio della vettura. «Ah, che bello, amore» le ansimava all’orecchio avvicinando il viso della moglie al suo, trattenendole la mano sul collo le tirò indietro la testa. «Baciami, mia signora.»

 

  Carol rispose al suo bacio per zittirlo, ma presto fu trasportata dalla sua stessa passione. Non aspettava altro che una buca o qualche piccolo ostacolo che facesse sussultare  la carrozza per sentirlo affondare più profondamente dentro di lei.

 

    Chissà se l’ha già fatto, in carrozza?  si domandò, ma si guardò bene dal domandarlo a lui.

 

  «Tu realizzi ogni mia fantasia. Io sono pazzo di te, intossicato da te» ansava e fremeva, ormai al limite, e, sorreggendola con l’avambraccio, favoriva le proprie spinte. «Ho messo nel baule il frustino d’argento e il cordone della tenda, per i nostri giochi, amore. Lo so che ti è piaciuto.»

 

  «Il cordone della... tenda?» riuscì a chiedere, in preda all’orgasmo. «E che cosa... dirà  Norris... vedendo che manca... ah... una nappa?» sbuffò. «E’ meglio... farle sparire tutte e due.»

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Lontano

 

da Westbury

 

 

 

12. Una polveriera pronta ad esplodere.

 

 

 

  «Carol, basta. Ora mi alzo, sto benissimo.» Adam, a letto in vestaglia, depose il giornale sulla pila di libri e quotidiani. «E’ quasi una settimana che sono bloccato qui. Sei una tiranna.»

 

  «Non sei bloccato per niente, ieri sei uscito e anche l’altro ieri. Per non parlare della prima notte...»

 

  «Ero atteso al Quartier Generale per nuovi ordini, lo sai. Wellington è tornato, quindi anche i nostri piani sono cambiati, Carol.» Adam glissò sulla sua nottata brava, infondo aveva pagato cara quella scappatella: un mal di testa atroce e dose doppia di quella medicina disgustosa, polvere amara di salice. Fortuna che Carol era sempre stata con lui, a tenergli compagnia, pensò intenerito.

 

  «Sì, però non hai chiesto il congedo.»

 

  «L’ho chiesto, l’ho chiesto, ma avevo già accettato il nuovo incarico con le reclute, non è cambiato niente, accompagneremo ancora le signore, solo che dobbiamo aspettare che vengano conferite al Duca  le nuove onorificenze e gli incarichi ufficiali dal Reggente in persona. C’è scritto tutto lì» indicò il “Courier” aperto sul letto.

 

  «Trecentomila sterline per l’acquisto delle proprietà più diciassettemila ghinee all’anno per grandi meriti» Carol lesse a voce alta il capoverso dell’articolo. «La cifra sembra enorme, ma è del tutto meritata» commentò la ragazza, riponendo il quotidiano e gli altri libri sulla piccola scrivania della camera da letto.

 

  «Tu non sai quanto. Non puoi nemmeno immaginare cos’abbia fatto Wellesley per noi.»

 

  «Lo so bene e lo sa tutto il Regno.»

 

  «E’ un eroe» fece Adam, con reverenza e ammirazione.

 

  «Sì, certo, ma il mio eroe sei tu.» Carol si sedette sul letto e gli gettò le braccia al collo per baciarlo. «Così andremo in Francia con lui?»

 

  «Sì, è un grande onore. E’ un onore immenso, per me, che mi voglia al suo fianco, anche solo per poco e per un compito così modesto. E’ un riconoscimento, Carol. Tu lo conosci?»

 

  «L’ho intravisto molti anni fa, venne in visita per discutere con mio padre. Io e Tristan ci siamo nascosti per poterlo vedere. E’ molto affascinate.»

 

  «Eh, sì: gode di molto credito tra le signore» sogghignò. «Non devo per caso impensierirmi? Non farai parte anche tu dello stuolo delle sue ammiratrici, vero?»

 

  «No, caro, tranquillizzati: io faccio parte della congrega delle ammiratrici del tenete-colonnello Blackbourn.»

 

  «Usciamo, ammiratrice?»

 

  «A quest’ora? E dove vorresti andare?»

 

  «Non te lo immagini?»

 

 

 

  «Vieni, “Hermann”, ti sistemo la cravatta» le disse Adam, facendole sollevare il mento per ritoccarle il nodo.

 

  Carolyn aveva indossato ancora una volta il vecchio abito di Tristan, che aveva conservato tra la sua roba. Aveva nascosto i capelli dentro la camicia e Adam le aveva annodato una sua cravatta.

 

  «Te la senti» le chiese il marito, prima di mettere il piede fuori dalla carrozza.

 

  «Con te? Sempre!» gli sorrise, guadagnandosi un bacio. «Andiamo» lo esortò, col cuore in gola.

 

  «Se ci scoprono, sarà lo scandalo: saremo costretti a chiuderci a Westbury fino alla vecchiaia» Adam era proprio divertito.

 

  «Non tentatemi, Conte. Potrei prendervi in parola e scoprire le carte sul più bello» e lo precedette entrando per prima nell’elegante casinò.

 

 

 

    Affascinata, Carolyn si guardava intorno, attratta da tutto ciò che la circondava: i tavoli da gioco accerchiati da signori eleganti intenti a puntare e signorine in abiti provocanti che, con la scusa di attrarre la fortuna, si strusciavano maliziose contro uomini desiderosi e compiaciuti. Ne conosceva molti, di quei signori, amici dei suoi genitori. Spostò lo sguardo attirata dalla musica allegra che la piccola orchestra stava diffondendo nel salone.

 

  «Vieni, Hermann.» Adam la guidò al bancone della mescita, e, facendosi largo fra gli avventori, ordinò un rosolio e un cognac.

 

 Carolyn prese il bicchierino e stava per portarselo alle labbra, ma una spallata del vicino fece schizzare il liquido.

 

  «Pardon» si scusò quello. Carol si voltò e si trovò di fronte suo fratello Harry, che rimase col suo bicchiere a mezz’aria, la bocca aperta e gli occhi spalancati.

 

  «Scusate voi, Milord» riuscì a rispondere e si mise a ridacchiare.

 

  «Adam!» esclamò Harry perplesso. «Che cosa ci fate qui, siete impazziti?»

 

  Tristan, accanto al fratello si sporse un po’, riconobbe la sorella ed esplose in una fragorosa risata: «Piacere di rivederti, Hermann.»

 

  «Felice di rivedere te, Tristan» rispose la ragazza, con voce mascolina.

 

  «Io non dico nulla, è meglio. Adam, sei un pazzo» fece Harold, sconcertato, rivolto al cognato. Anche Alastair e Edward Handerton si sporsero e videro la scena. Non riconobbero subito la ragazza.

 

  «Buona sera, Conte» salutò Edward Handerton. «Vi siete ripreso dal colpo di mazza dell’altra sera.»

 

  «Si, Mr. Handerton. E grazie ancora per l’aiuto.»

 

  «Posso presentarvi Hermann Calloway, mio compagno a Eton?» Tristan fece le presentazioni senza smettere di ridere. Si erano allontanati un poco dagli altri avventori per non dare nell’occhio.

 

  «Ma...» balbettò Alastair Browning, perplesso.

 

  «Non dire niente,» lo ammonì Harry, «ti prego.»

 

  «Ci conosciamo?» chiese Edward col sorriso, rivolto a Hermann-Carolyn. L’aveva riconosciuta.

 

  «Può essere, Mr. Handerton, può essere.»

 

  «Leviamoci di qui» esortò Harry, l’unico che era sulle spine.

 

  Dopo un primo momento d’imbarazzo, il gruppetto si avventurò nel salone.

 

  Carol osservava interessata tutto quanto: lo svolgersi dei giochi, le somme che venivano puntate, le signorine, i giocatori. Guardare da vicino quel mondo per soli uomini era un’opportunità troppo ghiotta per lei, un’opportunità che a nessuna signora del bel mondo era stata concessa. La cosa che più la incuriosiva era studiare il comportamento del genere maschile fuori dai salotti, liberati dal  guinzaglio delle mogli. Si stava divertendo e, curiosa, si avventurò in giro. Era assorta quando sentì un tocco sensuale sulla spalla.

 

  «Il signore si sente solo, ha bisogno di compagnia?» Una giovane vestita di rosso, con una chioma di riccioli biondi le stava sorridendo. Carolyn era arrossita e scosse il capo.

 

  «Siete appena giunto in città?» continuava la ragazza. «Sembrate un po’ spaesato, se lo desiderate potrei insegnarvi qualcosa, giovanotto.»

 

  «No, grazie» declinò Carol, decisa. –  Non credo che abbiate molto da insegnarmi, ormai  pensò sorridendo fra sé. 

 

  «Vieni, Hermann» Harry la trascinò via dalle grinfie dell’insistente signorina. «Ma che cosa vi è saltato in mente, questa sera? Adam si stava annoiando?»

 

  «Un po’...» rispose Carol evasiva.

 

  «O eri tu, ad annoiarti? Meno male che dopodomani partirete. E’ proprio meglio così.» Harry fu interrotto da un gran vociare, un cicaleccio diffuso che stava aumentando volume.

 

  Carolyn sbiancò: si stavano muovendo tutti verso di lei, verso l’ingresso, veramente: l’avevano scoperta? Si erano resi conto che lei era una donna? Stavano già tutti gridando allo scandalo? Cercò Adam con lo sguardo, non lo vide. Non vide neppure Tristan, Alastair o Edward. Guardò il fratello accanto lei: anche lui era sbiancato.

 

  «Oh, Dio, Santo, E Benedetto, Nostro, Padre!» esclamò spaventato.

 

  «Stai nominando il nome di Dio invano, Harry!»

 

  «No, Carol: nostro padre! In compagnia di sua Grazia il Duca di Wellington e tutto il suo codazzo, compreso il Visconte Castlereagh: siamo nei guai! Sei nei guai!»

 

  «Ah, ecco il perché di tutta questa agitazione, c’è il Duca! E’ davvero affascinate, domani lo conoscerò, sai? Stasera non è il caso che mi presenti, così vestita, con gli abiti di Tristan, vero?» scherzò la sorella. «Dov’è Adam? Non lo vedo.»

 

  «E’ proprio lì, a porgere gli omaggi al Duca insieme a Tristan.»

 

  «Allora sarà meglio che mi eclissi.»

 

 

 

  «Adam, che cosa ci fate voi qui, questa sera?» domandò con disappunto il Duca di Norwich, salutando il genero. «E mia figlia?»

 

  «Vostra figlia è rimasta a casa, signore, a completare i preparativi per il viaggio. Io sono qui con un lontano cugino, ospite degli Emery-Boyd. Studia a Oxford. E’ qui in città per pochi giorni, volevo mostrargli un po’ di vita londinese. Mi hanno parlato di questo posto... mi sembrava adatto...»

 

  «Eh, sì» fece il suocero, abbastanza convinto. «Potreste presentarmi vostro cugino, dov’è, il giovanotto?»

 

  «L’ho perso di vista. Stavamo andando via. Sarà meglio che vada a cercarlo, non vorrei che si facesse svuotare la saccoccia dai croupier o da qualche signorina.»

 

  «Allora, “Rush”, siete pronto per la partenza?» li interruppe Sua Grazia il Duca di Wellington.

 

  «Sì, signore. Sempre pronto.» 

 

  Ci volle qualche minuto ad Adam per defilarsi e buttarsi nella mischia alla ricerca di Carolyn, la individuò ad un tavolo di faraone, vicino ai suoi amici. L’afferrò per un polso per portarla via.

 

  «Noi andiamo» fece ad Harry. «Devo riaccompagnare il cugino Hermann a casa dei Barone Emery-Boyd.»

 

  «Auguro a tutti un buon proseguimento di serata» salutò la ragazza, mentre il marito la stava praticamente trascinando.

 

  «Buonanotte Hermann» risposero gli altri in coro.

 

 

 

  Adam si precipitò giù dallo scalone, portandosi la moglie a rimorchio. I loro sguardi s’incrociarono per un istante e scoppiarono a ridere. Ridevano ancora salendo in carrozza.

 

  «Ce la siamo vista brutta» espirò Adam, ilare, sedendosi accanto a lei. «Hai fatto conquiste, ma belle

 

  «Sì. Hai visto? Ha detto che mi avrebbe insegnato qualcosa» ridacchiò.

 

  «Ci penso io ad insegnarti tutto quello che devi sapere» sollevò le sopracciglia, malizioso.

 

  «Io credevo che fossimo già a buon punto» disse, mentre stava liberando i lunghi boccoli, nascosti nel colletto della camicia.

 

  Carol, alla debole luce della carrozza, notò che lo sguardo di Adam si era fatto cupo. Ormai conosceva quello sguardo: era desiderio.

 

 Lui si era sporto, aveva smorzato il lanternino interno, aveva dato un ordine al cocchiere per poi chiudere lo sportelletto di comunicazione. Chiuse anche le tendine. Prese Carol per le braccia e la fece sedere su di sé, le afferrò il viso e cominciò a baciarla.

 

  «Come sei bella» le bisbigliò sulle labbra fra un bacio e l’altro e le sciolse il nodo della cravatta, liberandole il collo. «Come sei bella» sussurrò fremente con le labbra a solleticarle la pelle serica della gola.

 

  «Anche con questi vestiti addosso?»

 

  «Oh sì! Mi hai fatto impazzire, quella sera. Ti guardavo le gambe fasciate nei calzoni attillati e la tua bocca, tutta da baciare. Sbirciavo il tuo petto che sembrava volesse schizzar via dal panciotto e faceva tirare i bottoni, proprio come adesso.»  Le aprì la redingote, insinuò le dita sotto la stoffa e fece saltare i bottoni, per afferrarle il seno. «Ho dovuto combattere contro la tentazione di sbattere fuori i tuoi fratelli e portarti a Gretna Green, subito. Volevo fare l’amore» le disse febbrilmente, sussurrandole i suoi ricordi tra le labbra. «Quella sera venni a casa vostra solo per rivederti e tu non c’eri, poi ho sentito il tuo profumo. “Ah, sì che c’è”, mi sono detto. Ah, che serata, amore... Ero così eccitato, proprio come adesso. Quella notte non ho dormito, pensavo a te» sbottonò prima i propri calzoni, poi quelli di Carol e le infilò le dita tra le gambe.

 

  «No, Adam, per favore, non qui» piagnucolò lei.

 

  «Sì, qui. Qui e adesso.»

 

  «No, no. Non fuori casa. Non così, davanti a tutti, ti prego, ti prego» lo implorò allarmata, cercando di bloccargli la mano. «Farò tutto quello che vuoi, ma non qui.»

 

  «Farai tutto quello che voglio, qui e ovunque. Non ci vede nessuno» Adam stava continuando il suo massaggio.

 

  «Stiamo per arrivare... per favore!»

 

  «No, cara, stiamo girando in tondo. Finché mi va, finché non avremo finito non torneremo a casa.»

 

  «Ti prego, ti prego: sentiranno, capiranno! E poi, vestita così» continuò, allarmata.

 

  «Zitta e buona, altrimenti ti spoglio tutta e  non sai che voglia ne ho» la minacciò, intanto le aveva tirato giù i calzoni, fino a mezza gamba e continuava le sue carezze.

 

  «Hai organizzato tutto... per questo. Tu volevi questo!»

 

  «Sì brava, vedo che hai capito. Adesso taci e baciami.»

 

  «Io sono il tuo giocattolo, vero?» sbraitò.

 

  «Sì, amore. Sei il giocattolo più bello, divertente e prezioso che si possa desiderare» e la fece girare in modo da farle appoggiare la schiena al suo petto. La sollevò quel tanto che gli bastò a penetrarla, si appoggiò allo schienale e prese a muoversi con movimenti circolari, aiutato dallo scrollio della vettura. «Ah, che bello, amore» le ansimava all’orecchio avvicinando il viso della moglie al suo, trattenendole la mano sul collo le tirò indietro la testa. «Baciami, mia signora.»

 

  Carol rispose al suo bacio per zittirlo, ma presto fu trasportata dalla sua stessa passione. Non aspettava altro che una buca o qualche piccolo ostacolo che facesse sussultare  la carrozza per sentirlo affondare più profondamente dentro di lei.

 

    Chissà se l’ha già fatto, in carrozza?  si domandò, ma si guardò bene dal domandarlo a lui.

 

  «Tu realizzi ogni mia fantasia. Io sono pazzo di te, intossicato da te» ansava e fremeva, ormai al limite, e, sorreggendola con l’avambraccio, favoriva le proprie spinte. «Ho messo nel baule il frustino d’argento e il cordone della tenda, per i nostri giochi, amore. Lo so che ti è piaciuto.»

 

  «Il cordone della... tenda?» riuscì a chiedere, in preda all’orgasmo. «E che cosa... dirà  Norris... vedendo che manca... ah... una nappa?» sbuffò. «E’ meglio... farle sparire tutte e due.»

 

 

 

 

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Commenti: 1
  • #1

    Maria Teresa (mercoledì, 17 maggio 2017 18:48)

    Cara Velonero, ho finito di leggere il secondo capitolo della stiria tra Adam e Carolyn, mi sono piaciuti tantissimo.Il tuo modo di scrivere svelando piano piano i segreti mi intriga e lo apprezzo molto nella lettura. Per me sei stata una piacevolissima scoperta con Wedding girl, romanzo che mi é davvero piaciuto molto e poi a seguire ho letto Uppdown Girl e la saga sopra descritta. Ho appena preso Un lungo fatale ultimo addio con la speranza che mi counvolga come giá hanno fatto i precendi lubri.Tanti Auguri cara Velonero, per quel che vale la mia opinione, hai stoffae aspetterò ogni tua nipva pubblucazione. Saluti Cari maria tetesa