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Capitolo XIII - Molto lontano da Westbury

Questa storia appartiene al genere EROTIC-ROMANCE pertanto potrebbe includere contenuti espliciti non adatti ai minori di 18 anni.  Questo sito non è responsabile della lettura dei suoi contenute da parte di minori. 

 ...ma nella fantasia ho l’immagine sua: gli eroi son tutti giovani e belli... gli eroi son tutti giovani e belli.

La Locomotiva, F.G.


Molto lontano da Westbury


Londra, agosto 1814.

 

Finalmente, dopo tanto rimandare, era giunto il giorno della partenza. Il bagaglio di Carolyn era piuttosto abbondante, anzi aveva insistito per essere scortata da una cameriera: Jane li avrebbe seguiti in Francia.

Jane, la nipote di Jenkins, il fedele guardiacaccia di Westbury, era felicissima di quell’opportunità.

Adam aveva sentito più di una volta, nello spogliatoio accanto, la moglie e la sua cameriera conversare in piena bonomia. Jane era coetanea di Carol e le avrebbe fatto compagnia quando lui fosse stato trattenuto dai suoi doveri: era contento, anche se avrebbe preferito stare solo con lei nella più totale intimità. In fondo, erano ancora in luna di miele − e che luna di miele! − perché, anche se erano sposati da due anni e mezzo, potevano dirsi marito e moglie a tutti gli effetti solo da poche settimane.

 

Erano tutti in fibrillazione per quel viaggio e Carol più di chiunque.

Le navi che avrebbero condotto in Francia le signore e le reclute sarebbero partite dall’Inghilterra alla volta di Ostenda.

Carol, euforica, aveva iniziato il viaggio con i migliori intenti, rallegrando l’intera compagnia con i suoi discorsi briosi, tuttavia appena salita a bordo cominciò a star male. Cercò di resistere al suo malessere, ma non appena le fu possibile defilarsi si rifugiò in cabina.

«Mi scuso per l’assenza di mia moglie, Vostra Grazia, non credevo che qualche onda potesse fare un tal effetto e ostacolarla nei suoi doveri verso la vostra persona. Sono costernato ma anche oggi non sembra in grado di uscire dai suoi alloggi» si scusò Adam con la duchessa di Wellington, quando, si fu accertato, anche quel giorno, delle condizioni della moglie.

«Davvero, colonnello, non avete idea del perché? Eppure siete un uomo intelligente» esclamò arguta la duchessa, sorridendogli.

«Che cosa intendete, Milady?» Adam scrutò il volto della donna, allo scopo di leggerne qualche recondito biasimo nei confronti della moglie. “No, Carol non sta fingendo, sta male sul serio.” Era infastidito che chiunque mettesse in dubbio la buona fede di Carolyn.

«Il mal di mare non aiuta, nelle sue condizioni…» La signora lo osservò per studiarne la reazione. Lady Westbury non gli aveva detto del suo stato per paura che il marito non la portasse con sé, era chiaro. Tanto riserbo, tuttavia, non sarebbe più stato necessario, dal momento che la costa era già all’orizzonte e Blackbourn non avrebbe potuto rimandarla indietro, così, tanto valeva svelare quel prezioso segreto, pensò la gran dama. In effetti tutte le signore, esperte in certe faccende, si erano insospettite notando il viso pallido della giovane sposina e le sue assenze, e avevano fatto inevitabili illazioni.

Adam rimase un attimo interdetto, poi si strofinò il mento con la mano e disse: «Dite? Sono stato così cieco?»

«Io penso proprio di sì» annuì la signora, sempre sorridendogli.

«Perdonatemi, Vostra Grazia, devo andare.»

«Sì, forse è il caso che chiediate conferma» continuò la duchessa di Wellington, scambiando uno sguardo d’intesa con Lady MacIntosh.

Adam si allontanò quasi di corsa. “Ecco perché ha insistito per portare anche Jane! Carol non è tipo da desiderare di essere riverita dalla cameriera personale, sa accontentarsi e adattarsi a tutto” rifletté.

Poco dopo entrava nella cabina, spalancando la porta. Carolyn era in piedi, accanto al bacile e si stava asciugando la bocca con una salvietta.

Il marito rimase a osservarla qualche istante, mentre la giovane si coricava nella cuccetta. Si sedette sul bordo, prese un canovaccio umido e glielo passò sulla fronte.

«Dovevi dirmelo.» Carolyn non rispose.

Le prese una mano e se la portò alle labbra.

«Sei testarda come un mulo» la rimproverò bonariamente, con un mesto sorriso. «Come devo fare con te?»

«Mi hai sposato a tuo rischio e pericolo.»

«No, quella che rischia, tesoro, sei tu. Ti sembra saggio affrontare un simile viaggio nelle tue condizioni?»

«Non dire sciocchezze: scesa da questa bagnarola, starò di nuovo bene.» Sospirò. «Ho visto donne affrontare ben più ardue sfide, in uno stato più avanzato.» Tuttavia si sentiva provata, non riusciva a reagire a quel malessere e avrebbe tanto voluto potersi addormentare.

Adam le posò un bacio lieve sulla fronte imperlata di sudore e appoggiò delicatamente le mani sul suo ventre. «Deve essere successo a Westbury» le disse piano. In effetti era stato molto attento, da che aveva saputo di quel viaggio e non gli era passato per la testa che Carol potesse essere già incinta. Probabilmente, in cuor suo, desiderava troppo portarla con sé e aveva rifiutato l’idea. Ora era felice che loro due avrebbero avuto un bambino: era felice e preoccupato. Molto felice e molto, molto preoccupato. «Però niente cavalcate o altre imprudenze» ammonì la moglie. «Stai tranquilla, amore, siamo in procinto di attraccare. Si vede già la costa. Devi resistere solo un altro po’» e la baciò prima di lasciarla a riposare.

 

Carol aveva capito di essere incinta la mattina delle fruste. Qualche dubbio l’aveva già avuto, ma li aveva accantonati tutti, in fondo, che cosa ne sapeva lei, di certe cose? Aveva finto di essere indisposta esplicitamente per ingannarlo: era sicura che lui, sapendolo, l’avrebbe lasciata a casa e lei voleva seguirlo a ogni costo.

Anche Anne se ne era accorta. «Devi dirglielo, Carol» l’aveva esortata la cognata.

«No. Ti prego, non farne parola con lui. Non posso… non voglio separarmi ancora da lui. No, no, non posso» aveva sospirato e pregato.

«Promettimi di dirglielo non appena raggiungerete il continente: tranquillizzami.»

«Te lo prometto, Anne» aveva concesso Carolyn.

«Che bello, diventerò zia» era esplosa poi Lady Emery-Boyd, entusiasta. «Dobbiamo fare compere e prepararci per l’evento.»

 

Una volta sulla terraferma, il malessere costante che l’aveva presa in ostaggio durante la traversata si placò e si tramutò in comuni nausee mattutine, che non le impedivano di vivere appieno quelle nuove emozioni. Carol era euforica, viaggiare, esplorare posti conosciuti solo tra le pagine dei libri era per lei un sogno tramutato in realtà.

La prima tappa del loro viaggio, dopo lo sbarco a Ostenda, fu una lunga visita nel nuovo Regno Unito dei Paesi Bassi al seguito del Duca. A Wellington era stato affidato l’incarico di ambasciatore britannico presso la corte del restaurato re di Francia, ma prima, Wellesley dovette mettere al servizio del principe Guglielmo di Orange-Nassau, il nuovo sovrano delle Fiandre, la propria esperienza di consulente militare per studiare la fortificazione e la difesa contro un eventuale attacco francese nei territori delle Sette Provincie Unite, come conseguenza dei recenti protocolli deliberati a Londra alla fine di giugno.

E poi… Parigi!

I primi tempi, Adam aveva soggiornato nelle caserme insieme alle reclute e agli altri ufficiali, mentre per le signore fu trovata dimora negli appartamenti di un elegante palazzo, vicino a quello ancor più lussuoso appartenuto alla sorella di Bonaparte, Paolina, in cui risiedevano i duchi di Wellington.

Furono giorni molto piacevoli per Carol, che curiosa e assetata di nuove conoscenze, si divertiva un mondo a girare per una Parigi ancora sottosopra ma pur sempre fibrillante. Usciva con le signore, visitava chiese, musei e la sera, quando poteva rivedere suo marito, si recava con lui a spettacoli e ricevimenti.

Non era per nulla stanca, anzi stava vivendo il momento più felice della sua vita, specialmente da quando Adam si era trasferito con lei nell’appartamento.

Aveva fatto nuove conoscenze: gli ufficiali amici di Adam, che non erano come i damerini sciocchi che popolavano le serate londinesi, erano uomini veri che avevano vissuto le brutture della guerra e ne avevano fatto tesoro. Carol si trovò ben presto al centro di una cerchia di persone con cui sentiva di avere molte affinità. Tutti sapevano ciò che lei aveva fatto a Portsmouth, così la trattavano come una di loro, senza perdere la reverenza dovuta a una signora dell’alta società.

E poi c’erano i duchi di Wellington: il Duca in persona le aveva riservato molti riguardi, riconoscente nei confronti del padre di lei e non del tutto insensibile alla sua bellezza. Arthur Wellesley, primo duca di Wellington, stimava molto il padre di Carolyn; per lui, Norwich era sempre stato un prezioso alleato, nonché amico, e, per sostenerlo, aveva offerto alla causa due dei suoi figli, tra cui il suo delfino, mandandoli a combattere nella Penisola Iberica; col suo sacrificio aveva dimostrato in patria, lui per primo, l’importanza di combattere quella guerra, e persino la figlia aveva contribuito, offrendo i propri servigi ai reduci feriti, provando di essere una vera combattente.

L’unico neo per Carol, in tutto quel periodo, era Adam. Lui era gentile, ossequioso, affettuoso, premuroso oltre misura, solerte, affabile, tenero, amorevole, l’uomo più galante e attento che una donna potesse desiderare al proprio fianco. Il perfetto gentiluomo. I primi giorni, stupita da tanta sollecitudine, Carol si sentiva al settimo cielo. Poi con l’andar del tempo cominciò a esserne infastidita: quello non era Adam. E poi non l’aveva più toccata...

“Non gli piaccio più?” si chiedeva. “Sto ingrassando e non gli piaccio più. Ma non si vede quasi. Forse è arrabbiato perché do troppa confidenza ai suoi amici: non dovrei.” Dal momento che quel chiodo si era insinuato nella sua testa, il pensiero batteva sempre lì, tormentandola e rattristandola: “Non gli piaccio più!”

 

«Avevo proprio voglia di assistere all’Orfeo ed Euridice» le disse Adam una sera che si erano recati all’Opéra con i duchi di Wellington e il loro entourage e avevano preso posto in un piccolo palco accanto a quello d’onore riservato ai duchi.

«Questa è l’originale di Gluck, non un rimaneggiamento per Londra. Sei fortunato che sia la versione in francese, così capisco tutto anche senza il libretto» ironizzò Carolyn, che gli rispondeva sempre un po’ stizzita, in quell’ultimo periodo, cosa che Adam aveva ben notato.

«L’Orfeo interpretato dalla Grassini è uno spettacolo ineguagliabile: ha una voce sublime» osservò Adam incantato, ascoltando la famosa cantante.

«Bellissima donna. È vero che era l’amante di Napoleone?»

«Sì, così dicono. Stai comoda? Hai bisogno di qualcosa? Hai sete? Vedi bene?»

«Adam, sto benissimo. Se non la smetti, metto in pratica le tue lezioni e ti scaravento giù dal palco» sbottò, indispettita, e girò il capo verso il palcoscenico.

Eh sì, le sue lezioni: a Londra, durante i lunghi pomeriggi trascorsi in camera, tra le altre cose, Adam aveva voluto ampliare i suoi rudimenti di autodifesa, completando gli insegnamenti di Simon. Le aveva spiegato come gettare un uomo a terra usando la sua forza contro di lui. Erano tecniche che Adam aveva imparato in India, dal maestro Xuong.

«È impossibile che io riesca a buttare giù uno come te» aveva obbiettato Carol.

«No, è questo il punto! Se fai leva col bacino, così, in questo modo, trovando il fulcro, il tuo avversario crollerà, indipendentemente dalla stazza.»

Avevano provato e riprovato e alla fine Carol era riuscita a buttare a terra quella montagna umana che era suo marito.

Seduta al centro del letto, tra le sue gambe, lui le aveva spiegato come sferrare un pugno senza farsi troppo male, dando più forza al colpo, abbassando la mano prima dell’impatto.

«Devi imprimere più forza quando stai per raggiungere l’obiettivo e torci il polso. Porta un po’ all’infuori la nocca del medio, farai più male, e, se hai anelli, gira bene il castone all’esterno, diventerà un’arma. Se sei in difficoltà, colpisci alla gola, forte: toglierai il respiro. Sotto il naso, verso l’alto…» Le aveva mostrato come muovere il colpo, guidando le sue braccia e lanciando pugni all’aria. Era poi finita al solito modo, con un altro tipo di battaglia...

Carol si perse nel ricordo di solo qualche tempo prima, sentendosi sempre più frustrata. E arrabbiata. E delusa. E triste. Molto triste.

 

«Adam, il Duca sembrava piuttosto in confidenza con la signora Grassini, come fanno a conoscersi?» domandò perplessa al marito, nella loro stanza, di ritorno da teatro. Avevano partecipato a un piccolo rinfresco nel foyer dell’Opéra dove avevano potuto conoscere la celebre contralto. Il Duca aveva dimostrato una certa intimità con la signora in questione, favorito dalla momentanea assenza della moglie.

«Non chiedere, tesoro mio. È meglio che i tuoi begli occhi rimangano all’oscuro.»

«Ma se lei era l’amante del suo nemico giurato...» La mente di Carol stava galoppando, interessata al torbido romanzo la cui trama si stava dipanando sotto i suoi occhi. «La duchessa non sa...»

«Non pensare a queste cose, amore dolce, potrebbero turbarti. Sarai stanca, è meglio che ti riposi. Va’ a letto, tesoro.»

La prima reazione di Adam scorgendo la spazzola giungere in volo nel suo spazio visivo fu di stupore, seguita dal dolore che un secco “toc” aveva preannunciato. Si portò le mani alla fronte e si toccò il bernoccolo che aveva cominciato a crescere.

«Perché?» domandò confuso. «Che cosa ho detto? Che cosa ti ho fatto?»

«Non mi hai fatto assolutamente nulla!» gli gridò dietro e si buttò sul letto, piangendo tutte le sue lacrime con la faccia affondata nei cuscini.

«Che cosa c’è, amore mio, che cosa ti turba? Dimmelo, ti prego. Non fare così, non piangere, proprio tu» le domandava angosciato e, tirandola per la spalla, cercava di farla girare per guardarla in viso, seduto sul letto accanto a lei. «Non stai bene? Sei stanca e nervosa, lo so...»

«No, tu non sai niente, proprio niente! E smettila di comportarti come un cicisbeo, non lo sopporto! Lasciami! Vattene! Non voglio vederti più! Me ne torno a casa, da sola, così non ti vedo più!»

«Oh, no. No.»

«Sì, invece. Non mi vuoi più? È facile per voi uomini trovare un’altra, basta schioccare le dita, come il Duca. Sto ingrossando? Non ti piaccio più?» piangeva disperata, con il viso nascosto tra i cuscini.

Adam la guardava sconcertato, carezzandole la schiena e i lunghi boccoli castani, sciolti sulle spalle. “Non ti voglio più?” ripeté tra sé e sé quelle parole…

«Non mi vuoi più? Io non voglio più te! Lasciami in pace, vattene!» sbottò tra i singhiozzi.

Adam si alzò, prese la giubba rossa della sua divisa di gala, l’abbottonò e uscì sbattendo la porta.

VeloNero - Raffaella V. Poggi © 2014

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Commenti: 3
  • #3

    mmry (martedì, 05 agosto 2014 16:28)

    Felice di poter leggere i tuoi libri aspetto ...

  • #2

    velonero (giovedì, 10 luglio 2014 14:00)

    pubblicherò solo un altro capitolo a breve, ho vincolato i miei scritti per cui non sono più padrona di pubblicare a mio piacimento. E poi non l'ho finito... ancora. Ci sto lavorando. E' un progetto ambizioso. Ma ho già una puntata pubblicata ma non ancora visibile perchè devo apportare una correzione e poi vedremo... Vi chiedo un po' di pazienza perchè voglio che venga fuori qualcosa di particolare, che accontenti molti gusti diversi, qualcosa di nuovo e di antico. Spero di riuscire senza creare un orrido mostro alla Frankenstein... boh, vedremo... Fra poco comincerò la pubblicazione di uno sfregio sul cuore sul sito 50sfumature italia, seguitemi lì. Poi ho qualche altra novità. VN

  • #1

    Loredana Ruggiero (giovedì, 10 luglio 2014 06:34)

    Quando la prossima puntata????? Grazie