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Una calda notte parigina

  Per trovare quello che sto cercando basta seguire lo sciame dei soldati in libera uscita  si disse Adam che si era addentrato in un sordido quartiere brulicante di vita notturna.

 

    Questo fa al caso mio  pensò, oltrepassando la soglia di un portoncino rosso, rigorosamente aperto da cui stavano uscendo due allegri soldati in divisa stazzonata, che gli fecero il saluto sull’attenti appena i loro occhi ubriachi misero a fuoco i gradi. Gli fecero largo, facendolo passare.

 

  Adam si fece coraggio e salì i gradini della squallida palazzina, seguendo le grida e le risate sguaiate che provenivano dai piani superiori. Era un’eternità che non metteva piede in uno di quei posti, ma quella sera ne aveva davvero bisogno, anzi, urgenza.

 

  La porta era aperta e si trovò davanti uno dei suoi peggiori incubi: una matrona grassissima, con le labbra colorate di un rosso debordante che sembravano i bargigli penduli di un vecchio gallo, gli occhi dipinti di azzurro, le gote rosee di un neonato e i capelli innaturalmente neri.

 

  Si fece forza e parlò alla donna: «Vi pagherò bene, madame, ma ho bisogno di...»

 

  «Avete gusti particolari, giovanotto?» fece quella, interrompendolo. «Noi possiamo soddisfare ogni vostro capriccio, bel colonnello. Vi piacciono bionde, more? Giovani, giovanissime...»

 

  «No, grazie» fece, visibilmente nauseato.

 

  «Ah, ho capito! Avete altre preferenze: abbiamo ragazzi delicati che sembrano fanciulle o, se volete un bel maschione come voi...»

 

  «No. Assolutamente no!» gridò. «Lasciatemi parlare, per quello di cui ho bisogno andate meglio voi, avete più esperienza...» fu interrotto un’altra volta.

 

  «Ah, siete di gusti raffinati» lo prese in giro, ma sotto sotto era lusingata. «Per avere me, bisogna avere certe credenziali» e lo tastò tra le gambe. «Beh, che dire: complimenti.»

 

  «Tacete un attimo, signora» fece disgustato e spostò la mano. «Si può fare l’amore con una donna incinta?» domandò esasperato.

 

  «Ah, colonnello, è questo, quello che cercate? E di che mese la volete? Per Giove, avete davvero gusti particolari!» emise una risata sguaiata, quello era il suo modo di far dell’ironia. «Giovanotto, la metà delle ragazze qui dentro è gravida. Lavorano finché i loro bei pancioni non sono troppo evidenti e i clienti non le schiacciano con tutto il loro peso.»

 

  «Ma fino a quando si può... beh insomma, non è pericoloso?»

 

  «Vorreste! No, è molto più pericolosa una bocca da sfamare. Non è con qualche colpo di verga che le mie ragazze possano abortire. Per quelli come voi, a cui piace il ventre gonfio, consiglio di far salire sopra lei o mettersi sul fianco... No, nessun pericolo... Colette!!?» La mezzana chiamò ad alta voce una ragazza che stava passando.  «C’è un cliente per Stephanie, valla a chiamare.»

 

  «No, signora, non ci siamo capiti: voglio solo informazioni, non voglio una donna» e mise in mano alla madama una lauta somma.

 

  «Ah, ora ho capito! Avete messo incinta la vostra bella e volete sapere se potete ancora divertirvi. È così?» 

 

  Adam non rispose, si voltò e vide accanto a sé una donna che, se fosse stato così  fortunato da uscire in fretta da quel posto, non avrebbe visto partorire, tanto il suo stato era avanzato. Elargì una generosa mancia anche a Stephanie e scappò via correndo, un’altra volta. No, decisamente i bordelli non facevano per lui.

 

  

 

  Carolyn stava ancora piangendo, disperata, con la faccia infilata tra i cuscini quando Adam rientrò in camera e si sedette sul letto, accanto a lei.

 

  «Sei stanca, amore?» le chiese suadente, scostandole i capelli dall’orecchio.

 

  «No!» strillò, tirandosi su, infuriata. «Non sono stanca, non sono stanca per niente!»

 

  «Bene, perché questa notte non dormi, ma belle» le sussurrò con uno dei suoi più perfidi sorrisi. «Ascoltami e fai ciò che ti dico: spogliati, completamente. Quando torno ti voglio trovare nuda, sul lenzuolo, con braccia e gambe aperte. Hai capito bene?» fece, autoritario.

 

  Lei annuì, con gli occhi sbarrati, ma trattenne il sorriso che le stava affiorando alle labbra: – È tornato. È di nuovo lui  pensò, improvvisamente felice.

 

 Sembra arrabbiato – si disse mentre si sfilava la camicia. – Sono io, piuttosto, che dovrei essere arrabbiata: se ne va sbattendo la porta, poi torna e ordina. È arrabbiato per la spazzola – si rispose, mentre, ormai nuda, si stava sdraiando sul lenzuolo candido per assumere la posizione che lui le aveva ordinato, eccitata e ansiosa. – Ah, che importa, intanto ormai so io come fargliela passare – e le uscì il sorrisetto soddisfatto che poco prima aveva ricacciato indietro.

 

 Mah... è ancora vestito – lo osservò stupita, quando, dopo qualche minuto, Adam rientrò in camera. – Che cosa è andato a fare nello spogliatoio? Affari suoi... È ancora in divisa, non si è tolto neppure gli stivali. Almeno non ha la spada. E neppure i frustini... Che cosa avrà in mente, questa volta? Ha in mano il candelabro grande, vuole guardare me? Mi esamina? Allora è vero che mi sono ingrossata. –    

 

  Adam depose il candeliere sul comodino. In piedi, appoggiato alla sponda del letto, cominciò la sua carezza con una mano, partendo dal viso. Le passò il pollice sul labbro inferiore, insinuandolo dentro, e intanto le strofinava la guancia con il palmo.

 

Gli piaceva carezzarla, guardare la sua mano passare sulla pelle di velluto: era “dissetante”. Indugiò per un po’ così, poi usò anche l’altra per lambirle il ventre, con delicatezza, con venerazione. Salì più in alto, improvvisamente le afferrò i seni, serrandoli nella sua stretta, e li strizzò forte.

 

  «Ahi!» lei emise un grido e chiuse le cosce.

 

  «Apri le gambe!» le intimò e tirò i capezzoli che si rizzarono immediatamente. Carol obbedì e gemette, sollevando il petto.

 

  «Stanno cambiando» osservò Adam, colpendo il capezzolo con una ditata. «Stanno diventando più scuri. Toccati» ordinò.

 

  Carolyn si sfiorò i seni eccitati e tormentati.

 

  «No, non lì: qui» e le sfiorò il punto più delicato con due dita. Per tutta risposta Carol serrò di nuovo le gambe. «Ho detto: apri le cosce e toccati! Lo hai mai fatto?» domandò sfrontato e le divaricò le ginocchia.

 

  «Cosa?»

 

  «Questo» e le strofinò le dita sul sesso eccitato.

 

  «Nooho!!! Sei impazzito?!? Non si può!» gridò sollevandosi sui gomiti. Adam le afferrò il polso facendola ricadere sul materasso e la obbligò a passare il proprio indice nella fessura, indugiandovi e accompagnando il tocco di Carol con le sue dita.

 

  «Lasciami!» bofonchiò.

 

  «Ti piace?»

 

  «No, non sento niente» rispose stizzita, ma il languore cominciava ad attanagliale il bassoventre, sollecitata da stimoli tanto insistenti.

 

  «Non è vero, ti piace. Senti come sei bagnata: vuol dire che ti piace» le spiegò e tolse le proprie dita per insinuargliele in bocca: «Senti il tuo sapore!» le ordinò. «È una susina buonissima» le sussurrò languido, sfiorandole la lingua con l’indice.

 

  «Oh, Mio, Dio...» balbettò Carol, col solo labiale. Obbedì e leccò appena i polpastrelli, eccitata. No, eccita era un po’ poco per descrivere quello che stava provando in quel momento assaggiando i propri umori mentre lui la esaminava lascivo.

 

  Molte volte si era sentita eccitata, ma non aveva provato la stessa smania, per lo meno, non tanto in fretta: aveva già varcato la soglia delle “concessioni”, di ogni concessione. Sentiva il sangue irrorale le tempie in ondate che martellavano insistenti. Il ventre, tutto il corpo era scosso da un tremore diffuso, iniziato nell’istante in cui lui aveva sfiorato le sue labbra.

 

  «Io, ormai, non ti amo più.» Adam scandì quelle parole sfiorandole il viso con la mano aperta, senza staccarle gli occhi di dosso.

 

  Carolyn s’irrigidì immediatamente, gelata dal ghiaccio che aveva preso a scorrerle nelle vene. – Ecco, bene! – si disse subito. – Perché non prendi quel dannato stiletto che tieni nello stivale e non me lo pianti direttamente in mezzo a cuore? Faresti meno male. Non piangere Carol! Non rimetterti a piangere come una stupida, non dargli questa soddisfazione... –

 

  «Io non ti amo» continuò, senza staccare gli occhi dai suoi. «Io sono arrivato ben oltre l’amore: sono alla venerazione» sospirò e le strinse il viso col proprio palmo. «Come puoi pensare che io non ti desideri più?» ruggì, irato, strizzando le palpebre.

 

  Beh, forse lei lo aveva pensato visto che, da quando aveva saputo del bambino, lui si era tenuto accuratamente a distanza: gli bastava ripetersi “ho frustato mia moglie incinta” perché gli si smorzasse ogni entusiasmo e, vinto dal senso  di colpa, si prodigava nel dedicarle ogni attenzione.

 

  Fino a quella sera, almeno.

 

 Non mi vuoi più?” gli aveva strillato Carol e lui si era affrettato a ripetersi: – Ho frustato mia moglie incinta. Ho frustato mia moglie incinta. Ho frustato mia moglie incin... Maledizione: ho frustato mia moglie... ho frustato mia moglie... e ho goduto! Ho goduto. Ho goduto! Per tutte le fiamme dell’inferno: ho goduto come un pazzo! – e si era precipitatofuori, a cercare una risposta alla domanda che lo stava torturando.

 

  A chi chiedere? Non c’era amico abbastanza intimo - eh sì, sarebbe stato carino domandare consiglio a Simon - non c’era commilitone o sottoposto, comunque mai e poi mai avrebbe accennato a chiunque - chiunque! - degli intimi rapporti con sua moglie... la sua amante... la sua compagna...  Quello che loro condividevano era un legame così speciale che mai e poi mai nessuno, nessuno al mondo, doveva anche solo immaginare... che lei era... 

 

 Lei è così... così... È tutto! E se altri sapessero... me la vorrebbero portar via  aveva pensato, invasato, inoltrandosi tra le vie strette della Parigi più voluttuosa.

 

 Manca anche a lei. Le manco – si era ripetuto, mentre osservava i portoni alla ricerca di quello giusto. – Pensavo che una donna, una volta incinta, avesse raggiuto il suo massimo scopo, che le bastasse questo per essere felice, completa, che non le interessasse null’altro che il suo bambino. Mi sta consumando la paura che mi metta da parte, che non abbia più bisogno di me... Invece no, le manco. Le manco anch’io. Ma che cosa diamine ne so io, di donne incinte? Dai, Adam, – si era detto,   è di Carol che stiamo parlando: ti vuole. –

 

  – Va bene, mi vuole, questa sera l’ho capito, ciò nonostante il mio terrore più grande resta quello di nuocere a lei e al bambino... A LEI... più che al bambino, in verità. Sì, lo so: è mio figlio, lo voglio, ma chi lo conosce? Se la strappasse a me, lo odierei. Se avessi la certezza che... beh, insomma... che me la portasse via, glielo toglierei dal grembo con le mie mani... Che cosa orribile! Che pensiero orribile, orribile... e poi lei mi odierebbe. E io mi odierei. Non è vero: io lo voglio, questo figlio, con tutto il cuore. Lo voglio: è mio! È mio e suo. Mio. Mio. E lei sarà ancora più mia, dopo. –

 

  Avuta la risposta al suo tormentoso dilemma, si era precipitato indietro a reclamare l’unica cosa che gli avrebbe dato conforto, che avrebbe concesso tregua al suo animo in tempesta. E lo avrebbe fatto nel modo che preferiva, esigendo la sua sottomissione e la soddisfazione di tutte le sue fantasie.

 

  «Come puoi dirmi una cosa del genere» le ruggì arrabbiato. «Non deve neppure sfiorarti il pensiero» sbraitò. «Quante volte te lo devo ripetere? Quante volte?»

 

  L’afferrò per i capelli e la costrinse a tirarsi su, in ginocchio sul materasso, davanti a lui. «Non è possibile...» cominciò sibilando, e s’interruppe per baciarla con avidità, insinuando la lingua fra le sue labbra, bloccandole un braccio dietro la schiena e tirando i ricci che teneva stretti nel pugno, «...desiderare...» continuò, leccandole la bocca, «...più di quanto io desidero te. Giù! In ginocchio. Sai cosa voglio.»

 

  Carolyn obbedì, scese dal letto, si chinò, sbottonò la patta e lo accolse tra le labbra. Iniziò a dondolare avanti e indietro, tenendosi alle sue gambe per non perdere l’equilibrio e prese a muovere le mani, carezzando le gambe su e giù, le cosce, i polpacci attraverso gli stivali impolverati dalla calura estiva, fino ai piedi, per tornare su e continuare la sua carezza sulla stoffa grigia dei calzoni, sulla pelle liscia degli stivali, accontentandosi d’indovinare le forme statuarie dei suoi muscoli con il tocco e sfregandosi contro di lui con il suo corpo nudo. Adam ansimava, con la bocca aperta, la sua testa fra le mani, muovendo ritmicamente il bacino per godere di lei, fino in fondo.

 

  «Ora basta, tirati su» le ordinò quando fu troppo vicino. La fece alzare tirandole dolcemente i capelli. L’abbracciò da dietro e, sorreggendola con un braccio, le sollevò il viso prendendola sotto il mento. «Ascoltami bene e non sto scherzando» le ansimò all’orecchio. «Questo non è un gioco. Ora io ti prenderò, voglio entrarti dentro. Farò piano, entrerò solo un po’ e tu mi dirai se va tutto bene: mi dirai se senti male o se ti dà fastidio. Hai capito?» Lei annuì, la guancia incollata a quella ispida del marito. «Non mentirmi. Non mentirmi solo perché pensi che mi faccia piacere. Hai capito bene?» Lei annuì di nuovo. «Se sentirai male, anche solo un pochino, mi fermerò subito e faremo altro. Staremo bene lo stesso: sai cosa intendo?»

 

  «Sì» ansimò eccitata. Eccitata dalle sue parole, eccitata dall’attesa. Eccitata dalla sua stretta struggente, dalla sensazione che le procuravano gli alamari dorati della divisa confitti nella pelle della schiena nuda. Eccitata dall’erezione che le premeva contro le natiche e soprattutto eccitata dalla prospettiva di... mentirgli. Sicuramente gli avrebbe mentito, pensò Carol, dal momento che ogni volta che lui le conficcava il suo arnese nelle carni, provava un po’ di dolore: perché questa volta avrebbe dovuto essere diverso? «Sì, so cosa intendi» gli sussurrò. – Ma io ti voglio dentro di me  pensò.

 

  «Bene, ma belle.» –  Procediamo, – si disse e, dopo averla fatta chinare in avanti, appoggiò la sua punta. Avrebbe tanto voluto fare piano, ma lei spinse indietro i fianchi con un movimento veloce, accogliendolo tutto dentro di sé in un attimo, tutto quanto.

 

  «No!» gridò Adam, spaventato, e la bloccò abbracciandole la vita, attirandola stretta a sé per impedirle di muovere ancora le anche. «Non così! Ti ho fatto male?»

 

  «No» gemette. «Nessun dolore.» Ed era vero, era così ansiosa che aveva provato solo piacere, nessuna fitta iniziale. «Ancora, per favore» lo implorò con un fil di voce. «Ancora... per favore.»

 

  «Oh, alla malora» imprecò Adam, infervorato, e prese a muoversi veloce, spingendo forte. Dentro, fuori. Dentro, fuori. Poche spinte e si lasciò andare dentro di lei, abbracciandola stretta, sorreggendola con le sue braccia, urlando a denti stretti.

 

  «Oh, bambina, quanto mi sei mancata» gemette dentro il suo orecchio.

 

  Carol, felice di avergli dato tutto il piacere, raggiunse l’apice proprio mentre Adam si lasciava cadere sul letto, sulla schiena, trasportandola con sé.

 

  «Come stai?» le chiese, solerte, con il respiro ancora affannoso.

 

  «Benissimo.» Carol sorrise prima di posare la bocca sulla sua in un bacio ardente, carezzandogli il viso. «Mai stata meglio.»

 

  «Mettiamo bene le cose in chiaro: non permetterti mai più di chiamarmi cicisbeo» le intimò minaccioso.

 

  «Altrimenti?» domandò ridendo.

 

  «Altrimenti ti ritroverai un bel bon-bon alla mora» e le diede un pacca delicata sul sedere.

 

  «Non puoi sculacciarmi, sono incinta... cicisbeo» ridacchiò.

 

  Adam si levò di scatto, le ruotò i fianchi, la fece stendere a pancia in giù e cominciò a mordicchiarle il sedere. «Così non corri alcun pericolo» fece perfido, interrompendo solo per un attimo la scarica di morsi.

 

  «Ahi, ahi! Va bene, basta. Ho capito, basta, ti prego. Basta: ritiro quello che ho detto. Non ti chiamerò più così, ma smettila, mi fai il solletico» lo pregò, fra le risa.

 

«Sei tutto sudato» osservò, carezzandolo. «Fa un caldo insopportabile, come fai a resistere con quella divisa addosso? Perché non ti spogli?»

 

  «Spogliami tu» fece suadente.

 

  «Come voi ordinate, Milord.» Scese dal letto, gli tolse gli stivali e gli sfilò i calzoni, mentre Adam, sollevato sui gomiti, la osservava sorridente. Carol risalì sul letto e, cavalcioni su di lui, cominciò a sbottonare la giacca.

 

  «Se mi toccate, padrone, la vostra ancella non riuscirà a portare a termine il proprio compito» gli bisbigliò dopo avergli baciato una guancia.

 

  «Ah, così adesso saresti la mia schiava?» domandò divertito.

 

  «Non è questo, ciò che desiderate, Monseigneur le Comte?» domandò sbarazzina.

 

  «Sì, certo: un’ora al giorno.»

 

  «Bene. Ritenetevi fortunato, la vostra ora è cominciata proprio adesso». Gli depositò un veloce bacio sulle labbra, gli fece scivolare la giacca dalle spallee, sollevatagli la camicia, gliela sfilò dalla testa, lasciandolo nudo. «Va meglio?» Lui annuì. «Cos’altro posso fare per voi?»

 

  «Non so... sono un po’ a corto d’idee» la provocò. In effetti voleva che fosse lei a prendere l’iniziativa. Stava morendo dalla voglia di vedere fin dove si sarebbe spinta.

 

  «Davvero, mio signore? Proprio voi? Non desiderate proprio nulla?»

 

  «Mah, non è compito di un’ancella soddisfare il padrone?» chiese ridendo.

 

  «Uhm» mormorò perplessa. «Beh... mah...» continuò a bofonchiare, mordendosi l’interno del labbro. Veramente, un’idea, lei ce l’aveva, solo si vergognava a morte di farsi vedere da lui, sempre esposta ai suoi sguardi. Poi le venne un’illuminazione, saltò giù dal letto, corse a rovistare nel comò, prese un foulard e risalì sul materasso.

 

  «Che cosa fai?» domandò stupito, visto che Carol gli stava bendando gli occhi.

 

  «Non voglio che mi guardi.»

 

  «Gran parte del piacere sta proprio nel guardare» le spiegò, sollevando un po’ la fascia per poter sbirciare.

 

  «Su, ti prego» piagnucolò. «Sdraiati e non muoverti, non mi devi toccare. Devi stare fermo».

 

  «Che fine ha fatto tutto il sussiego dell’ancella?»

 

  «Perdonatemi, Monseigneur, vi imploro di non muovervi.»

 

  «Ci provo» concesse.

 

  «Promettimelo.»

 

  «Carol, sappiamo benissimo entrambi che quando si tratta di te le mie promesse valgono ben poco».

 

  «Ti prego...»

 

  «Va bene» cedette. Sistemò la benda, si accomodò sdraiato e abbandonò la testa all’indietro, sui morbidi cuscini.

 

  Forse fu a causa della mancanza di quel genere di effusioni, forse fu il fatto di non vedere le dita lievi che lo stavano carezzando, forse fu solo il tornare col pensiero ai suoi sogni solitari ad occhi chiusi in cui era scivolato quasi ogni notte in quei due anni di lontananza, ma l’alito fresco che quella fata gli stava soffiando sul viso lo stava trasportando su una nuvola di piacere, sospeso in un letto di seta. Aprì la bocca per aspirare una calda boccata d’ossigeno di cui cominciava a sentire il disperato bisogno. Emise un rantolo. Cercò di regolare il respiro per rilassarsi e godersi la carezza che le quelle labbra di femmina gli stavano regalando, sfiorandogli ogni lembo di pelle. Tirò fuori la lingua, la passò a leccarsi la bocca e si morse il labbro inferiore per arginare i suoi ansiti.

 

 “Ma come fa? Sono già di nuovo eccitato e mi ha solo sfiorato. Dove va ora? Oh no, non mi lasciare qui... continua, amore” si disse quando percepì, dai suoi movimenti, che lei si stava alzando. “Ah, eccola che ritorna. Cos’è quest’aria fresca? Il ventaglio, mi sta facendo fresco col ventaglio, intanto mi accarezza e mi lecca con quella bella bocca. Sì, piccola: leccami, mordimi, mangiami, fammi tutto quello che vuoi, tutto, tutto!” Emise un altro lunghissimo rantolo e allungò la mano per afferrarla, stringerla, possederla come piaceva lui.

 

 «No, non toccarmi, ti prego... ti prego» lo implorò.

 

 Adam lasciò ricadere la mano, rassegnato a subire una dolce tortura, anzi ripiegò il braccio e lo posò sugli occhi per non cedere alla tentazione di guardare.

 

  Carol voleva andare in esplorazione di quel magnifico corpo muscoloso, aveva preso il suo ventaglio da sera, quello crème decorato con piume di struzzo bianche e ora lo stava rinfrescando con una mano, mentre usava l’altra per accarezzarlo, ma aveva ben altro in mente.

 

 Oh caro, altro che cantanti d’opera, coppie di sorelle dissolute, cortigiane lussuriose, mogli di mugnai o quant’altro: vedrai, amore mio, ti sarà impossibile rinunciare a me” si disse, ben determinata a farlo impazzire e incoraggiata dalla reazione di Adam che scattava a ogni suo tocco come fosse stato sfiorato da una torpedine, ma lei non aveva nessunissima intenzione di fermarsi: lui era o non era un ricognitore? Beh, anche lei avrebbe fatto la sua ricognizione, anzi staccò una piuma dal ventaglio per accompagnare le carezze della bocca con il logorio della piumino.

 

 In tutti noi c’è un  lato oscuro che non aspetta altro che venire alla luce, l’ho letto da qualche parte, in qualche romanzo gotico, credo. Bene! Eccolo qua il mio lato oscuro: sono lussuriosa. Non lo avrei mai immaginato, ma devo ammettere che è così. E non mi dispiace per niente. Intanto è tutto custodito nel nostro scrigno… Già, è il nostro segreto. Nessuno, oltre a noi due, lo saprà mai” e continuò l’esplorazione del suo addome con la bocca. Seduta sui talloni accanto a lui, posò un palmo aperto sul ventre liscio e iniziò una danza lieve coi polpastrelli. Ogni tocco era la saetta di una folgore che costringeva il marito a contorcersi in piccoli spasmi.

 

  «Basta, basta per favore… no continua… No… Così mi fai morire… dammi sollievo, Carol. Smetti! No, ancooora…» Adam continuava a lanciare messaggi contradditori che non stavano minimamente impensierendo la moglie, anzi, resa audace da una reazione così evidente, accostò le labbra alla vena pulsante del collo e leccò la pelle imperlata di sudore.

 

  “Ecco, sono nelle sue mani, sotto il suo più pieno controllo” di disse annientato dal godimento che gli stava procurando quella dolce violenza, rassegnato a subire ogni più torbido supplizio. Al buio, con il capo affondato tra i cuscini, godeva di tutte le carezze, anzi, spalancò le braccia e afferrò con forza il lino fresco delle lenzuola per non sprofondare e annegare in un oceano di piacere. Rantolava, a bocca spalancata.

 

  Ma non era ancora finita, Carol aveva ancora qualche perfida idea in serbo per lui, era riuscita a scovare l’attrezzo più letale presente in quella stanza: la piuma!

 

  L’effetto di quel piccolo piumino soffiato nelle sue parti più delicate era evidentissimo, notò la ragazza: i gemiti sommessi e prolungati, la lingua che leccava lasciva le labbra spalancate erano, per lei, segni inequivocabili del piacere che gli stava donando, senza contare l’“arnese” che continuava ad ingrossarsi tra le sue mani.

 

  Era proprio decisa a farlo impazzire e sporgendosi un pochino iniziò una carezza con il seno sulle parti più intime del marito, che, paralizzato, continuava mormorare: «Continua, continua... ti prego, basta... no, no continua. Fermati... non smettere...» Non riusciva a muoversi, torturato dalla miriade di scosse che gli stavano facendo vibrare il ventre. Erano sensazioni mai provate e voleva godersele fino in fondo: Carol voleva giocare? Bene: lui era a sua disposizione.

 

  “Divertiti, ma belle, ma se continui così mi sa tanto che mi divertirò solo io” pensò, sentendo il proprio membro avvolto dal velluto della sua bocca umida. “Ora basta” si disse. “Devo vedere!” Si tolse la benda, sollevò un po’ il busto e si appoggiò sui gomiti per non perdersi lo spettacolo di lei che sdraiata a pancia in giù giocava con la sua erezione e agitava le gambe ripiegate verso l’alto.

 

  «Carol, tu mi farai morire» ansimò. Da un po’, ormai, si era abbandonato al piacere, reso ancor più intenso dal tormento del piumino che infieriva in basso, tra le sue gambe, godette dalla lingua che danzava implacabile sulla punta, mentre l’altra mano della moglie era impegnata in un altalenante massaggio.  

 

 «Basta!» gemette dopo aver sopportato per un po’ quel trattamento. «Non ce la faccio più…io… no, non ce la faccio più… io… io go… doooo!» urlò esplodendo. Fortunatamente riuscì a fare un uso provvidenziale del foulard che aveva ancora in mano e se lo ficcò tutto quanto in bocca per smorzare il grido prorompente che altrimenti gli sarebbe uscito dalla gola, per passare attraverso le finestre spalancate e annunciare così alla notte e all’illustre vicinato i suoi entusiasmi.

 

  «Dove sei andato, questa sera?» domandò Carolyn che si era accoccolata fra le braccia del marito. 

 

  «Sei sicura di volerlo sapere?» rispose ancora ansimando.

 

  Carol e ci pensò un po’ su poi arricciò il nasino e scosse la testa.

 

  «E io te lo dico lo stesso, ma belle» rise. «Sono andato a cercare informazioni».

 

  «Che genere di informazioni?»

 

  «Volevo sapere se si poteva… beh, dai, hai capito».

 

  «Ho capito, ho capito… E chi sarebbe il tuo informatore, di grazia?» domandò risentita.

 

  «Una signora» disse evasivo.

 

  «Che genere di sign…» Carol non continuò la domanda, Adam aveva eloquentemente sollevato le sopracciglia. «Ah, ho capito. Tutto chiaro» e scoppiò a ridere.

 

  Lui la guardò serio. «Non ti offenderai se ti dico una cosa,?» mormorò.

 

  «Se dici così, probabilmente mi offenderò: è meglio se non mi dici nulla».

 

  «E io te lo dico lo stesso» la interruppe. «Tu saresti una perfetta femme du monde, amore» annunciò.

 

  «Non so se arrabbiarmi o esserne deliziata» rispose lei sorridendo.

 

  «Siine deliziata, amore mio» le sussurrò sulle labbra, emozionato.

 

  «D’accordo, lo prenderò come un complimento» rise lei, rispondendo al bacio.

 

  «Giusto, ma belle, è un complimento, perché tu… tu sei perfetta e io… beh, io… io sono innamorato da fare pena» le confessò stringendola forte tra le braccia e continuando il loro lungo bacio.

 

  «Lasciami respirare, Adam, per favore» lo implorò, quando la stretta e il caldo cominciarono a infastidirla. «Sei ancora tutto sudato» disse e passò il lino del lenzuolo sul suo corpo madido, per dargli sollievo.

 

  «È la calura estiva combinata con l’agitazione del momento» spiegò divertito, mentre lei lo stava asciugando partendo dal basso, dalle estremità.

 

  «Hai dei piedi bellissimi, sempre molto curati» osservò stupita, mentre ne strofinava i dorsi.

 

  «Sono i miei attrezzi del mestiere, Carol: sia le armi e che i piedi; devo prendermene costantemente cura, perché non so mai quando e per quanto tempo li userò».

 

  «Per marciare?»

 

  «Sì. A volte abbiamo percorso anche quaranta, cinquanta miglia in un solo giorno».

 

  «Perché tu non vai a cavallo, come tutti gli ufficiali?» Era curiosa di sapere la risposta.

 

  «Le nostre missioni si svolgevano spesso in territorio nemico, perlustrazioni, incursioni, mappature e poi di nuovo alla base. Se posso camminare io, possono anche i miei uomini, inoltre devo sapere in ogni momento qual è la loro reale condizione fisica, perché non sai mai quando ci sarà una battaglia. Troppo affaticati, potrebbero non essere in grado di affrontare uno scontro, Carol, e io, restando in sella a un destriero, non posso misurarlo» spiegò semplicemente.

 

  Carolyn gli asciugò i piedi con un sospiro, poi passò alle gambe, evitando le sue zone più intime.

 

  «E la spada?» chiese divertito.

 

  «La spada? Quale spada». Carol non capiva, non aveva nessuna spada, fortunatamente.

 

  «Non mi asciughi la spada?» rise. «Non è così che lo chiami?» ed indicò il suo membro ormai ‘rinfoderato’.

 

  «Spada? No! Perché?»

 

  «Credevo lo chiamassi così» disse strafottente, contento di essere riuscito a metterla di nuovo in confusione e aver ripreso in mano le redini del gioco.

 

  «No» mormorò imbarazzata.

 

  «L’hai chiamato così, il giorno del duello».

 

  Carolyn scosse il capo e si allontanò da lui, cercando di guadagnare la sua parte del letto.

 

  «Non scappare» disse Adam, afferrandola per un braccio e attirandola a sé: aveva voglia di giocare. «Se non lo chiami ‘spada’ allora che nome gli dai?»

 

  «A cosa?» sussurrò imbarazzata, fingendo di non aver capito.

 

  «A questo» e si posò la mano di Carol in mezzo alle proprie gambe.

 

  «Sei impossibile!» strillò risentita, togliendo la mano e cercando di voltarsi.

 

  Lui non glielo permise e le afferrò il mento per parlarle sulla bocca. «Allora? Penserai a qualcosa, no?» domandò strafottente, trattenendo a stento il riso.

 

  «Arnese…» biascicò, messa alle corde, con voce sempre più flebile, le guance arpionate dalla stretta della sua mano.

 

  «Come?»

 

  «Arnese!» strillò la sua confessione.

 

Adam scoppiò a ridere e spense la sua risata tra le labbra di lei che lo guardava imbronciata.

 

 «Oh, Carol, Carol… io sono innamorato da far pena» disse di nuovo, tra un bacio e l’altro.

 

 «Anche io, mio signore, anche io…» gli sussurrò lei fra le labbra. «Adam?» mormorò poi.

 

 «Sì, ma belle

 

 «Sono stanca» confessò sbadigliando.

 

 «Dormi, tesoro» e l’attirò a sé, sul suo petto. «Dormi tranquilla».

 

 Carolyn annuì e posò il capo sul suo cuore per sentirne i battiti.

 

  «Adam?»

 

  «Sì, ma belle

 

  «Io… io ho paura» sussurrò.

 

  «Paura? Di cosa?» domandò inquieto.

 

  «Di questo… di tutto» spiegò sfiorandosi la pancia, «ma so che ci sei tu che penserai a me… a noi» continuò e si strinse a lui, «come fai con tutti» biascicò con la voce impastata dal sonno.

 

  «Stai tranquilla, sono qui per te» rispose, ma Carol già dormiva, abbandonata tra le sua braccia, sul suo cuore.

 

  Rimase per un po’ a guardare il soffitto, incapace di prendere sonno, angustiato da un pensiero divenuto ormai costante: sarebbe diventato padre. Venne colto da un vivo senso d’inquietudine.

 

  Sarebbe stato meglio darsi una calmata, rifletté. Non poteva più metterla in pericolo o anche solo compromettere il buon nome di Carol con sciocche guasconate; non poteva più affrontare tutto con la sua solita incosciente spavalderia, come se nulla avesse importanza… ora... beh, ora non era più solo.

 

  “Lei si affida a me. Mi ha affidato la sua vita e quella della creatura che porta in grembo: devo pensare a lei e a mio figlio. No, non sono più solo”.

 

  

Fine Prima Parte.

 

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Commenti: 19 (Discussione conclusa)
  • #19

    Vale (giovedì, 02 febbraio 2017 21:13)

    Davvero una lettura piacevolissima. Spesso i romanzi d'amore si concentrano troppo sugli stringimenti e gli allontanamenti dolorosi tra i protagonisti, riservando al lettore il piacere di vederli riuniti solo alla fine. È una cosa che non sopporto...perché così tanti autori danno per scontato che il lettore non goda del fatto di leggere una situazione di quiete prolungata tra i protagonisti? Ho amato il fatto che tu invece ce l'abbia mostrata, non cadendo nell'errore di pensare di annoiare; mi è piaciuto che, dopo i patimenti e gli equivoci, abbia regalato al lettore così tanti momenti di intimità e di quotidianità tra i personaggi principali. Ho apprezzato moltissimo questa storia, specie perché l'elemento angst è ridotto allo stretto necessario: è presente, ma non a tal punto da guastare la lettura di chi si aspetta la concretezzazione della felicità dei protagonisti (ripeto, odio quando è relegata all'epilogo di una storia, per questo ho amato questo senso di prolungata tranquillità e sintonia che emerge da queste righe). Sono curiosa di leggere il seguito e di acquistarlo qualora necessario. Per cui ti sarei grata se mi dessi informazioni. Intanto di ringrazio per il tuo brillante lavoro...mi ha fatto passare dell'ottimo tempo libero :) un abbraccio!

  • #18

    Giuliana Torino (giovedì, 01 settembre 2016 19:59)

    Stupendo, intrigante. ! Complimenti! Molto brava!! Riesci a dirci a quando il seguito?? Grazie!!

  • #17

    Annabella (sabato, 16 aprile 2016 18:42)

    Ti prego... Dicci cosa possiamo fare per aiutarti a sciogliere sti vincoli della casa editrice...! Sono curiosissima di sapere come andrà a finire! Il figlio sarà maschio o femmina? Nascerà in Francia o riusciranno a tornare in Inghilterra? Comunque davvero complimenti... Brava!!!

  • #16

    Maria (martedì, 12 aprile 2016 07:08)

    Bellissimo ho fatto una scorpacciata di ritorno a westbury e lontano da westbury. Incredibili entrambi. Nella seconda parte hai dato il massimo nell evoluzione del rapporto tra adam e carol. Adesso sono in astinenza. Voglio il seguito.

  • #15

    m.silvia (giovedì, 24 marzo 2016 11:13)

    è che sei troppo brava!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!! e siamo in astinenza!!!

  • #14

    vELOnERO (mercoledì, 23 marzo 2016 20:12)

    SONO MORTIFICATA ma i nuovi progetti hanno fenato la scrittura dell'ultima parte e vincoli editoriali mi rallentano un po' ma promessa è debito e lo terminerò.

  • #13

    m.silvia (mercoledì, 23 marzo 2016 18:26)

    è bellissimo, ma dove posso acquistare il seguito? ho letto un lungo fatake ultimo addio..ma non trovo il seguito di questo che cronologicamente dovrebbe venire prima...
    grazie e...sei bravissima!

  • #12

    luisa (venerdì, 01 gennaio 2016 21:50)

    Letto tutti i 14 capitoli, semplicemente sublime, grazie sei bravissima, ora aspetto la seconda parte

  • #11

    Paola (lunedì, 17 agosto 2015 08:07)

    Velonero sei bravissima sono senza parole non vedo l'ora che arrivi il seguito. Baci

  • #10

    Danila (lunedì, 20 aprile 2015 18:38)

    col fiato sospeso....aspetto ...adoro questa coppia !!!

  • #9

    Samy (martedì, 31 marzo 2015 23:20)

    Bravissima Velonero, come sempre del resto! Ho divorato Ritorno a Westbury ed ora ho ingoiato in un sol boccone ;) Lontano da Westbury... ma aspetto con ansia la seconda parte.... nell'attesa non vedo l'ora di leggere Un lungo fatale ultimo addio (già prenotato su Amazon). Non finisci mai di stupirmi, bravissima!

  • #8

    fabiana.... (sabato, 28 marzo 2015 18:38)

    Finito!!! Una coppia sui generis..l hai definita...bhe...sicuramenti per i tempi non era cosi scontato che in una coppia ci fosse u a cosi tale complicità...sessuale e non...non siamo certo nel genere.."e sprofondarono in un appassionato amplesso"....e no...tu velo nero ci fai vivere l'emozione...l eros...la passione...la libidine.
    .é come essere spettatori segreti.... Brava...sicuramente questo sarà un prossimo tuo lavoro che vedremo pubblicato...aspettiamo il seguito allora...con copertina vera

  • #7

    velonero (martedì, 24 marzo 2015 14:57)

    Eccomi!! Cercatemi in FB, lì mi trovate.

  • #6

    Luana (martedì, 24 marzo 2015 14:55)

    .... e noi ti aspettiamo!!! Con molta impazienza ... ma ti aspettiamo!!! Nel frattempo continuo ad augurarti buona fortuna! A presto

  • #5

    velonero (mercoledì, 18 febbraio 2015 16:57)

    Lo sto scrivendo, come ho detto devo prima sottoporlo alla Casa Editrice che ha acquistato Carta Bianca, ma arrivo, lo prometto, prima o poi arrivo

  • #4

    valery (mercoledì, 18 febbraio 2015 08:38)

    carissima........... e adesso??????? dove continua......... anche se in libreria mi va benissimo!!!!!!!! facci sapere!!!!!

  • #3

    VeloNero (lunedì, 25 agosto 2014 00:01)

    Allora, ragazze,
    questo capitolo era già pubblicato nel sito, ma era celato.
    Questa è la fine della prima parte. Purtroppo non sono libera di continuare la pubblicazione, dovrò prima sottoporre il racconto a chi mi offerto una possibilità. Sono vincolata e posso proporvi solo ciò che avevo stabilito in precedenza... e poi Lontano da Westbury è ancora molto lungo.
    Ritorno a Westbury è una non-storia, senza grandi accadimenti ed è l'inizio di una storia d'amore e non ho "scavato" dentro ai personaggi. La prima parte di Lontano da Westbury è la parte erotica e serve a spiegare i miei protagonisti e le scelte che faranno in futuro. La terza parte... beh, se sarò brava... VI STUPIRO', ma ci vorrà un po' di tempo. Perdonatemi e continuate a seguirmi.

  • #2

    mmry (domenica, 24 agosto 2014 22:09)

    Bene ..bello...leggere Velonero non delude mai!
    Peccato sia con il contagocce ma l'importante che ci sia....buon lavoro...e aspetto.
    Perché non comunichi i nuovi capitoli su Facebook come fai con gli altri...
    A presto

  • #1

    Annarita (domenica, 17 agosto 2014 00:09)

    Bello!!!! Grazie, finalmente. Lo aspettavo. E ora?