Capitolo I

.Lui è tornato. La mamma sta dormendo o sta di nuovo male. Io mi nascondo, rannicchiandomi sotto il tavolo della cucina. Attraverso le dita riesco a vedere la mamma. Dorme sul divano. Tiene la mano sul tappeto verde appiccicoso. Lui indossa gli stivaloni con la fibbia lucente e si china su di lei urlando. Picchia la mamma con una cintura. “Alzati! Alzati! Sei una maledetta troia. Sei una maledetta troia. Sei una maledetta troia. Sei una maledetta troia. Sei una maledetta troia. Sei una maledetta troia.” La mamma singhiozza. “Fermati. Per favore, fermati.” La mamma non urla. La mamma si raggomitola facendosi piccola piccola. Io mi metto le dita nelle orecchie e chiudo gli occhi. Il rumore cessa. Lui si gira e vedo i suoi stivali che entrano in cucina con passo pesante. Mi sta cercando. Si china e sorride. Ha un odore nauseante. Di sigarette e di liquori. “Eccoti qua, piccolo stronzo.”

 

Un urlo mi sveglia, un urlo reale: sono io, ho gridato. IO, ho gridato.

Cazzo, sono tornati! Il rumore ero io. Quel grido agghiacciante ero io. – Sono sudato marcio, mi prendo la testa fra le mani, mi tappo le orecchie, non voglio sentire, non voglio sentire, non voglio sentire... Faccio ondeggiare il busto e rannicchio la testa fra le ginocchia. Prendo un respiro e mi alzo. So dove andare, devo far tacere queste grida che strillano nella mia testa.

Mi siedo al piano. Le mie dita si posano sui tasti e scorrono fluide sull’avorio e l’ebano senza che io mi  renda neppure conto dei miei gesti. È davvero importante che la musica sia perfetta altrimenti non assolverebbe il proprio compito, sovrastare le urla e annebbiare i pensieri, i ricordi.

Avevo trovato un altro modo per ottenere lo stesso scopo...  un modo bellissimo... sereno... appagante... in grado di colmare in un istante questo vuoto che sento. La voragine è di nuovo immensa e potente e rischia di inghiottirmi. Un dolore così grande che non avevo più provato dal giorno in cui mi sono trovato solo ad urlare, gridare, chiamare, chiedere, pregare... ma la mia voce non serviva a niente. A niente. Non mi serviva più. Non mi era mai servita.

Fortuna che ho il mio pianoforte... lei lo sapeva. Sapeva perfettamente che appena uscita da quella porta non sarebbe più potuta tornare. Almeno questa clausola del contratto è stata rispettata.

Sono soddisfatto. Sono Christian Grey.

 

«Signore, la delegazione di Taiwan è arrivata. La signorina Ros mi ha pregato di avvisarla che è atteso in sala riunioni. Aspetta lei per iniziare la presentazione.»

Lo sguardo che rivolgo ad Olivia mentre sistemo il modellino di Blanik sulla scrivania è così eloquente che esce con la coda tra le gambe e la testa china mormorando «d’accordo, signore, riferisco che ritarderà qualche minuto.»

È lunedì mattina, Ros espone il piano d’acquisizione con la solita competente spigliatezza e io rimango seduto immobile con il più amichevole sorriso stampato sulla faccia. Facciamo fare loro il consueto giro dell’azienda prima di pranzo. Alle quattro ho finito, ho assolto tutti gli impegni che il CEO della GEH aveva per oggi.

Faccio cenno a Taylor di accostare davanti al fioraio. Sa che cosa deve fare, lui è il dipendente perfetto, il migliore, anche meglio di Ros e Gail, anche loro non hanno bisogno di tante parole per eseguire gli ordini. Gli consegno un biglietto, prima che scenda dall’Audi.

Devo tornare a casa, non ho voglia di scontrarmi con Claude. Non ho voglia di scontrarmi con nessuno, tanto meno con Flynn. Non saprei che cosa dire, non ho parole da dire. Dovrei dirgli che è di nuovo tutto sotto controllo perché almeno una clausola è stata rispettata anche se il contratto non è mai stato firmato, la monade impazzita è stata eliminata, il mio mondo ordinato è tornato a ruotare correttamente attorno al proprio asse. È importante rispettare i termini degli accordi. Questo gli direi.

Questa sera esco. Devo procurarmi una vera sottomessa. 

 

“Congratulazioni per il tuo primo giorno di lavoro.

Spero che sia andato tutto bene.

E grazie per l’aliante. È stato un pensiero molto carino.

Ha un posto d’onore sulla mia scrivania.

Christian.”

Ripenso mentalmente al biglietto che ho allegato alle rose mentre guido verso Bellevue, sono pur sempre un gentleman, mia madre mi ha insegnato come si tratta una signora.

Ripenso al modellino d’aliante. Ho scaraventato il pacco incartato contro la vetrata della mia stanza, il pacco si è aperto lasciando cadere un’infinità di minuscoli pezzettini. Li ho raccolti,  mi c’è voluta una vita.  Ho trovato anche il biglietto. Li ho assemblati, mi c’è voluta una vita, quasi tutta la domenica,  non avevo niente di meglio da fare, senza una sottomessa...

Sono bravo a rimettere insieme i pezzi. È il mio lavoro: smembrare e ricomporre  Se sono riuscito a rimettere insieme i cocci della mia vita...

 “Questo mi ha ricordato un momento felice”. Felice, un cazzo! Non sono per niente felice, non sono mai stato felice... prima... Forse solo quando è arrivata Mia, un po’ felice.

Parcheggio, prendo l’ascensore di destra, digito il codice. Nell’atrio mi accoglie un gorilla rasato con un’auricolare nell’orecchio, le mani incrociate dietro la schiena e le gambe lievemente aperte.

«Buonasera, Mr Grey » mi saluta Sam, “Guardia di Porta”, e mi indica la hall dove scorgo  qualche “vecchio amico” e...

«Oh, caro, anche tu qui, stasera?» Elena, accomodata in un elegante divano della sala d’ingresso, mi accoglie con un sorriso, si alza, mi viene incontro.

La bacio sulle guance, guardando avanti a me, anche io le sorrido. «Ti ho chiamato, richiamato. Perché non  mi rispondi? Va tutto bene?» mi dice poi, mentre mi osserva con maggior attenzione, piegando la testa di lato e facendo ondeggiare il suo caschetto perfetto. «Allora la ragazzina se ne è andata, eh? Ha assaggiato il morso della frusta e ti ha già mollato. Te l’ho detto: non va bene per te. Non ha nerbo. Non è del giro. Non può darti  niente. Questa sera c’è un sacco di gente interessante, c’è anche qualcosa che va bene per te, di là, nella sala piccola. Vieni ti accompagno.»

«Ciao, Grey!» Il “Padrone di casa” mi accoglie a braccia aperte, Donald Mcgrath è felice di vedermi. «È un sacco che non ti si vede da queste parti, da quando hai reclutato Susannah, direi. Ho qualcosa di nuovo per te, due o tre signorine che andrebbero giusto bene. Se vuoi puoi far loro il colloquio nel mio ufficio e procedere immediatamente.» Anche Donald non è persona a cui serva molto per intendere. Sa che cosa voglio e cosa deve fare. E poi verrà lautamente ricompensato.

«Vedi, Christian? Gli amici sono amici» mi spiega Elena sorridendomi e mi scorta verso lo studio di Mcgrath, appoggiando la sua bella mano curatissima e inanellata sul mio avambraccio in un gesto possessivo. I miei occhi si soffermano a  fissarne le dita, come se fosse un particolare importante da registrare. Un ricordo molto sbiadito. Con gentilezza mi sottraggo alla sua presa ed entro nello  “studio”. Elena mi segue ad un passo.

Ho preso ad esempio proprio questo arredo per creare la mia stanza rossa: i toni delle boiserie in mogano, il divano Chesterfield, il colore cupo delle pareti, i tappeti... insomma tutti questi elementi creano un  mix che evoca potenti  suggestioni e la certezza di trovarti davanti a qualcuno che ha potere, che ha potere su di te. A tutti gli effetti “è” un dungeon, anche se attrezzato in modo essenziale. Solo ad un attento esame si possono notare i bracciali di costrizione fissati alla libreria e solo in pochi sanno che, dietro il quadro molto kitsch di Donald seduto in poltrona con due schiave seminude ai suoi piedi, si cela una rastrelliera piena di fruste, canne, cinghie, bacchette e molti altri attrezzi che farebbero inorridire miss..., sì insomma lei...

«Christian, eccoci  qua!» Donald entra scortato da tre begli esempi di fauna femminile, che indossano abitini neri succinti e tacchi a spillo. «C’è l’imbarazzo della scelta» mi dice e posa dei fogli sulla scrivania. Suppongo siano i loro curricula.

–  Scelta? Quale scelta?

«Jasmin, Sybil e  Geneviève .  Geneviève  è francese» mi dice, indicando una delle tre. «Parla poco l’inglese, ma è una sub esperta. Ha seguito negli States il precedente Padrone e ha deciso di fermarsi qui con noi.»

Faccio un cenno del capo. Ho scelto. Tiro fuori un contratto di riservatezza  e lo stendo sulla scrivania. Non avrei neppure messo piede qua dentro senza portarne dietro una copia. Donald liquida le altre due e sussurra qualcosa all’orecchio di  Geneviève  che annuisce e firma. 

Non si firma senza leggere, non te l’hanno mai detto  ? – Mi irrita da morire una tale negligenza. Mi irrita, mi irrita!

«Caro, ti lasciamo un po’ solo con lei, così fate conoscenza» dice Elena sfiorandomi il braccio.

Bene, bravi andate! – Li seguo e chiudo la porta. 

Da esperta sottomessa, Geneviève mi aspetta a capo chino, le gambe un po’ divaricate e le braccia conserte dietro la schiena, ad afferrarsi i gomiti.

Le giro intorno, osservandola, osservandone il corpo slanciato. Infilo una mano sotto la gonna stretta: è senza biancheria! Cazzo! Ma non si usano gli slip a casa tua? Sono sempre più irritato. Incazzato. Che volgarità! Lo decido io se puoi portare la biancheria o no! Almeno questo, l’aveva capito anch...

Mi allontano di qualche passo, faccio scattare il pannello celato dal quadro, prendo una bullwhip dalla rastrelliera e una mascherina per gli occhi. La faccio voltare, la bendo e uso le manette in cuoio fissate alla boiserie per legarla alla parete, la faccia contro il muro. Non ho nessuna intenzione di guardare il suo volto. Veramente  non so che faccia abbia, non so nemmeno distinguerla dalle altre due, distinguerla da chissà quante altre. So solo che è mora.

Le sollevo la gonna esponendole le natiche su cui sono visibili strie sbiadite di numerose precedenti sessioni.  È troppo magra, non ha sedere. Lancio la prima sferzata, la seconda, la terza... non un lamento, niente, anche se non ho calcato la mano. Preferisco testare prima la sua propensione all’obbedienza, piuttosto che la sua tolleranza al dolore. In questo sembra perfetta.  Giro la frusta e le passo il manico nella fessura tra le gambe.  La strofino con il pomolo liscio dell’impugnatura, lo ritraggo per esaminarlo: riluce del liquido viscoso della sua eccitazione. 

–  Cazzo, se le piace! Le piace il morso della frusta –  constato. E constato anche che io, invece, non sono eccitato per niente. Devo alzare un po’ il tiro.

Mi avvicino, non troppo, non sono molto attratto. E sono sempre più incazzato. La strofino nuovamente con l’impugnatura della frusta che, a tutti gli effetti, è un grosso fallo nero e liscio, poi con una mossa rapida glielo infilo dentro e spingo. Lei emette un singulto. Io continuo con movimenti esperti. So che cederà in fretta: io so perfettamente come muovere l’attrezzo per toccare il punto perfetto per farla capitolare. Infatti cede. Geme e trema tutta.

Avvicino il viso al suo orecchio. «Ntzh, ntzh, ntzh, ntzh!» faccio scioccare la lingua e scuoto il capo per dimostrale la mia disapprovazione. –  No, no. No! –  Geneviève  trattiene il respiro.  Io sono sempre più furioso.  Mi sfilo la cintura, faccio un passo indietro e lancio la sferzata. Una, due... A questo punto dovrei sentire un minimo di adrenalina, una piccola scossa, un brivido... Niente. Niente! Solo una furia feroce, però non posso eccedere, non abbiamo  stabilito nessun limite. Non abbiamo neppure concordato la safeword, ma sono tranquillo perché il codice del semaforo è internazionale. Questo è solo un test, sia per me che per lei. Per me, più che per lei, perché non una volta è capitato che una di loro mi rifiutasse. Solo tu...

E tre...

«Rouge» strilla Geneviève.

Come?!!!?!! Di già? – Sono stupito. Incazzato, ma soprattutto stupito. – Eh no, eh!! Rosso?!! Dopo tre cinghiate? E sei pure in piedi! Puoi anche contrarre le natiche, in piedi, vuoi che non lo sappia?!? Non ho nemmeno ripiegato la cinghia! Sarà un suo limite assoluto. – Vorrei tanto lasciarla qui, appesa alla parete, ma la libero, la prendo per il polso, afferro il contratto di riservatezza firmato e la trascino fuori dalla stanza con la gonna sollevata e il sedere all’aria. Non me ne frega un cazzo. Anzi, di più... voglio che tutti la vedano. Esposta.

Nel salone d’ingresso tutti hanno visto la scena. Donald ed Elena si alzano  dal divano scattando sull’attenti.

Elena si avvicina mentre mi avvio a grandi falcate all’uscita. «Caro...» Le si paralizza la lingua vedendo il mio sguardo sanguinario che si posa feroce sulle sue dita.

Come fosse stata scottata, Elena ritrae la mano che stava per appoggiare sul mio avambraccio e si discosta per lasciarmi libero il passaggio. Ho consapevolezza del silenzio calato sulla sala, infatti riesco a afferrare la voce fluttuante di Billie Holliday che strascica le note di “Strange fruit”. Nessuno apre bocca, mi fissano tutti ammutoliti.

Due minuti più tardi salgo sull’R8 e metto in moto.

Ho la mente vuota. La rabbia sta annebbiando ogni mio pensiero cosciente. È molto utile, la rabbia.

Mentre guido riesco solo a pensare a Ros: a pranzo, una quindicina di giorni fa, se ne esce con uno strano discorso su suo padre, vedovo, che aveva tirato su lei e sua sorella a cibi precotti e hot dog. Mi spiegava che lei, ormai abboccata a cibi sani  e ai piatti ricercati, non riusciva più  ad ingoiare un solo boccone delle schifezze che aveva trangugiato per anni.

Mi sono trovato a concordare con lei, annuendo, anche se mia madre non ci ha mai neppure permesso di mettere piede in un fast-food e possiedo poche esperienze dirette al riguardo. «Quando il palato viene educato ai sapori e alla qualità, è impossibile riabboccarsi» le ho detto, citando mio padre.

Questa chiacchiera leggera è l’unico pensiero che la mia rabbia folle sia disposta a concedermi. Chissà perché.

Sono sempre più furioso.

Era già tutto pronto. Come facevano a sapere che sarei venuto al club, stasera? – Questa domanda apre a molte speculazioni.  –  Che cosa ci faceva lì, Elena, di lunedì?

–  Ti aspettava –  mi rispondo. – Le hai mandato quell’assurdo messaggio: “Avevi ragione tu, non è adatta” e  poi non hai risposto alle sue chiamate. Ha capito! Probabilmente ti stavano aspettando già da sabato sera... Sei “lievemente” prevedibile, Grey! – mi dico, riproponendomi di porvi rimedio.

È una vera fortuna che io conosca così bene la strada, perché in questo momento la rabbia mi sta oscurando la vista.

Come cazzo hanno fatto a pensare che Jasmin, Geneviève o come diavolo si chiama quella, avrebbe potuto prendere il post...

Mi è venuta la nausea solo al pensiero di toccarla, di mischiare i miei umori ai suoi, di darle piacere con una qualsivoglia parte del mio corpo. Chissà in quanti l’avevano già fatto!

Mi disgustava persino usare su di lei le mie mani che prudono. Questo  pensiero, stranamente, mi fa sorridere.

In altri momenti mi avrebbe dato un immenso piacere scopare per la prima volta con una nuova sottomessa, mentre, poco fa, volevo solo colpire. E ho colpito,  forte ma non così forte... per lo meno non così forte come...

– L’ho colpita con tutta la mia forza... – ammetto con me stesso, entrando nell’ascensore dell’Escala. Mi soffermo ad assaporare quel ricordo.

Mi dirigo verso il salone, mi sfilo la giacca e la getto sul divano. Mi avvicino al piano, sfioro la superficie del coperchio con la punta delle dita, sperando di riuscire a scacciare il fantasma di donna che è mollemente sdraiato sul legno lucido e mi guarda con sufficienza alzando gli occhi al cielo. Mi seggo e inizio a suonare uno dei Valzer di Mephisto di Liszt: ho bisogno di sfogarmi, è il pezzo giusto.

Inizio le prime note, mi lascio andare alla musica che si fa via via più rabbiosa per poi scendere e risalire, in un ritmo forsennato e altalenante, e diventa lo specchio del mio umore. Questo pezzo è una fatica. Termino con furia. Mi alzo e corro su per le scale.

Entro nella stanza dei giochi.

Rovisto e scovo quello che sto cercando. Stringo tra le mani la stoffa bianca e l’annuso per inebriarmi di un profumo che m’illudo di sentire.  Distendo la stoffa sul letto: è come una nevicata che ammanta e purifica. Ed eccola lì, la macchia bruna, al centro...

Ho chiamato Gail dall’Heathman  perché non lavasse le lenzuola, le ho chiesto di ripiegarle e portale qui, in questa stanza. Avrà capito... che pensi pure ciò che vuole... che cosa vuoi che importi? Non è mica una ragazzina! Anche se... lei  è la più giovane con cui io sia mai stato. È giovane ma molto, molto matura, molto più adulta di tutte le mie sottomesse messe in fila e, in cima  a tutte, Leila... dove cazzo sarà quella, ora? Mi ci mancava anche lei! Doveva capitare, prima o poi,  che qualcosa andasse storto... più storto di così... ma proprio adesso...–

La mia collera aumenta, riesco a sentire in bocca il gusto amaro della bile.

Scelgo dalla rastrelliera la frusta più grande e spessa, di cuoio intrecciato, e mi metto ai piedi del letto. Osservo attentamente il manto bianco che ricopre il materasso. I miei occhi si fissano sulla macchia bruna, incantati. Di nuovo si materializza il suo fantasma, nudo, legato ai ceppi del letto dalle manette di cuoio.

Aggiusto il lenzuolo in modo che la macchia sia al centro, in modo che sgorghi perfettamente dalla fessura tra le sue gambe.

  Ecco, così è perfetto. –  Sono soddisfatto. Nelle orecchie ronzano ancora le note del Valzer di Mefisto, ma cedono presto il posto alle voci armoniche che intonano Tallis.

Lancio la prima sferzata sul materasso, fa un rumore sordo, lo schiocco si sente appena, non come la cinghiata che ho sferrato a...

Ho usato una strap di cuoio spesso, larga e lunga, tanto lunga da risultare notevole anche una volta ripiegata, con due impugnature alle estremità in modo che non sfugga di mano quando si sferra il colpo. L’ho acquistata proprio per lei. Per educarla. È ancora lì, per terra...

L’ho usata.

Per educarla.

Non bastava la cintura morbida di Hermès, come questa sera con quella... non diciamo cos’è.

No, non bastava.

–  No! Dovevo darti tutto. Dovevo farlo... Mi hai detto di sì, l’hai voluto tu. –

“Sei cinghiate, di quelle buone!”, così dicevano gli istruttori negli antichi collegi, quando veniva impartita ai ragazzi la disciplina.

 Sei, perché so perfettamente che con sette, massimo otto, avrei squarciato.

Quello era il limite che mi ero prefissato, perché ha alzato gli occhi al cielo e voleva scappare...

–  Ora, però, sarebbero dieci... dodici... perché mi hai mentito, mi hai MENTITO! –

Colpisco con ferocia il suo fantasma, ma è una visione così reale, così vera, così incancellabile che non fa che aumentare la mia collera... e colpisco. Ancora e ancora. Forse sto gridando. Ho la bocca aperta e forse sto gridando, non ne sono certo perché le voci che cantano lo Spem in alium nella mia testa sovrastano ogni cosa. E colpisco, con ferocia, perché mi ha mentito!

Mi hai mentito, mi hai mentito, mi hai mentito... hai-mentito-hai-mentito-hai-mentito-hai-mentito.... Come faccio a fidarmi di te? Come faccio? Devi essere educata, come le altre... Come tutte le altre per cui IO sono il SOLE! Loro amano tutto ciò che faccio per loro, tutto ciò che concedo loro, amano ogni mio ordine, una mia carezza, amano la mano che le punisce, amano essere punite per essere educate a compiacermi. E imparano, così la volta dopo non dovrò ripetermi. Non hanno paura della punizione, hanno paura di non aver compiaciuto abbastanza il loro Signore. QUESTO, QUESTO è il PUNTO! Questo non hai capito! Loro amano tutto ciò che do loro, ogni mio dono! Tu no! Tu NO! Tu hai detto che ami... Devi essere educata! –

Lei è sdraiata sul letto, vedo distintamente le sue lacrime colare lungo le tempie e le gote rese rosse dal dolore. Vedo il suo corpo che vibra sotto i miei colpi. Vedo il sangue sgorgare dalla fonte tra le sue gambe. Grido. Questa volta sono certo di aver gridato.

–  Devi essere educata...

Tu non vuoi concedermi la tua obbedienza.

Non vuoi ascoltarmi.

Non vuoi firmare quello stramaledettissimo contratto che ti metterebbe al sicuro... Saresti al riparo da tutto, ti affideresti, non avresti più bisogno neppure di pensare, diventeresti una regina.

Non vuoi concedermi la tua obbedienza.

Tu devi capire che i miei non sono limiti arbitrari. Sono confini ben definiti da un contratto. Il contratto serve a TE, non a ME! Hai capito  o no? –  Sto gridando, con ferocia, me ne rendo conto.

Ha detto che non mi avrebbe lasciato, invece ha preso la porta ed è uscita. È uscita dalla mia vita e non ha voluto niente di quello che avevo scelto per lei.  Neppure il telefono per richiamarmi, per dirmi: “Scusa, Christian, mi sono sbagliata! Ti prego perdonami...”

 Ah sì, io magnanimamente la perdonerei, infondo non abbiamo firmato nessun contratto. Poi, però, dovrei educarla. Dovrei punirla... 

Ho male al braccio a forza di frustare il fantasma che sta sbiadendo sotto i colpi della mia frusta. 

No, è ancora lì, non sparisce. Non riesco a farla sparire...

Non si aspetterà che la richiami io, vero? Io sono Christian Grey!  

– TU, devi richiamare me, piccola. Ti ho dato tempo. Ti ho dato tempo due giorni... tre. Io non sono un cagnolino che ti corre dietro scodinzolando per una carezza. Io sono Christian Grey! – Grido. Grido sempre più forte, me ne rendo conto. Suoni inarticolati. Grida belluine.

Io posso comprarmi qualsiasi cosa, qualsiasi!

E le ho dato tutto. Le ho comprato di tutto, come a una regina. E lei, che cosa ha dato a me, lei? Le ho chiesto solo obbedienza, ma lei no!!! Che cosa mi ha dato, lei?

Non c’è merito nella verginità: tutte sono state vergini, tutte! E prima o poi non lo sono più. Anche lei, non lo è più. Il fatto che per trovarne una avrei dovuto entrare in un convento è totalmente irrilevante.  

L’ho presa, l’ho scopata, l’ho fottuta... l’ho scopata senza pietà, come piace a me, anche la prima volta, per farle capire, per farle provare.

–  Hai giocato sporco, Grey , sai perfettamente che nessuna riesce a resisterti. Perché lei avrebbe dovuto far eccezione?

Lei è esattamente come le altre... ... ...

– ... ...Ma come cazzo hanno fatto a pensare che io potessi sostituirti con una di quelle?!!??? Con una qualsiasi??!!!–

Loro non sanno, non sanno...

Loro non sanno che io non voglio una sottomessa: IO VOGLIO SOTTOMETTERE TE!!!! Loro non sanno che SOLO IO... che tu sei mia, MIA, SOLO MIA!!! – E frusto il letto, sempre più forte, con tutta la mia forza, con tutta la mia rabbia. Sto frustando con tutta quanta la mia ira l’unico segno tangibile del suo passaggio nella mia vita, la sua verginità, tutto ciò che ho di lei.

Quello che mi ha dato lei, non lo posso comprare. Perché proprio a me? Perché lo ha dato proprio a ME?!!! Non sa che io non ne sono degno?

Quello che vuol darmi lei, io non posso accettarlo, non posso...

Tu non vuoi niente... non ami niente di ciò che io ti do...

...T U...  A M I...   M E!!! –

Tremo di rabbia.

TE NE SEI ANDATA VIA DA ME!

Sento dei rumori, qualcuno sta salendo di corsa le scale. Mi volto, la porta è aperta. Mi appare la faccia angosciata di Taylor che mi scruta preoccupato. Mi guarda un attimo, poi mette la mano sulla maniglia, si volta per richiudere la porta dietro di sé e fa un cenno a qualcuno che è rimasto fuori.

Gail!

Di certo Taylor non le ha permesso di guardar dentro.

Avrebbe visto...

avrebbe visto me, sconvolto,

con una frusta in mano,

completamente nudo...

 

...in erezione!