Una donna che ha trovato un suo modo per dominare la propria solitudine e le bramosie degli uomini.

 

Una città qualsiasi, che qualsiasi non è. Tanto grande da diventare anonima, tanto grigia da potersi confondere tra i suoi  pochi colori. 



Domina

 

DOMINA 

 

I.

 

Flavia era spaventata. Eccitata.

Lui aveva preso un altro appuntamento. Il quinto in dieci giorni.

Era in ritardo. Lo avrebbe punito per quello, anche se sapeva che lui aveva una riunione importante, importantissima. Con i sindacati. Avrebbero deciso del futuro suo e dei suoi colleghi, quelli “sfigati”, quelli poveri e “a termine”, quelli che non avevano una laurea in tasca, pur pagata coi soldi di papà che conosceva Tizio, che doveva un favore a Caio, che proprio non poteva dire di no all’assunzione tra i quadri direttivi di Sempronio. E non importava nulla che Flavia, i Sempronii, li avesse studiati e tradotti dal latino al greco e dal greco in latino, andata e ritorno, perché quel pazzo del professore del ginnasio era vecchio stampo; lei faceva il fattorino, in quella grossa, blasonata ditta. E di fattorini, in tempi tanto brutti, ne bastava uno: il figlio del fratello del cognato del megadirettoregalattico del sesto piano.

Ecco! Aveva suonato alla porta, il megadirettoregalattico.

Era un bell’uomo, elegante, di quelli che una ragazza di periferia che consegna i giornali e la posta del mattino, vestita con gli stracci del mercato e le scarpe dei cinesi guarda con timore e reverenza, senza osare alzare lo sguardo, cercando di rendersi invisibile.

Lui la vedeva ogni mattina, ma non l’aveva mai guardata. Di questo Flavia era certa.

Anzi, adesso che lui le stava leccando per bene la punta degli stivali di vernice nera, ne era assolutamente certa. Lo aveva fatto spogliare nudo lasciandogli solo la cravatta, come a ogni altro incontro; gli aveva detto che quello era il suo guinzaglio, il simbolo della sua sottomissione, ma lui non sapeva che nel cassetto del comodino di Flavia c’era un collare con guinzaglio, un vero collare da cane bulldog, acquistato appositamente per il nuovo cliente che si era presentato in chat come “Fervente schiavo, disposto a tutto per i favori della Domina”.

Sì, perché Flavia da un po’ di tempo si faceva chiamare Domina. Non era facile sbarcare il lunario con quello stipendio da fame che avrebbe preso ancora per un mese o due. All’università ormai aveva rinunciato da un po’, e ci soffriva, lei, la migliore, la migliore di tutti.

Prostituirsi, ultima res: che schifo scopare con degli sconosciuti che ti sbavano addosso! No, non faceva per lei.

Aveva cominciato con le telefonate e per poi passare alle chat erotiche, le videoconferenze come le chiamava lei, ma non aveva mai incontrato nessun cliente di persona, anche se tutti – proprio tutti – glielo avevano chiesto, bella com’era!

Poi, dopo aver visto una trasmissione in TV, l’idea luminosa: diventare Mistress. Era stato facilissimo. Divertente. Divertentissimo, perché non era nemmeno obbligata a fare del sesso con i clienti.

Beh, qualche volta sì, quando era così eccitata da non poterne proprio più. Certe volte Flavia si lasciava andare e usava gli uomini per darsi piacere. Le piaceva immobilizzarli, tormentarli, negar loro l’appagamento e prendersi il piacere dai loro corpi inermi.

E com’era brava! Che successo! Aveva la fila! Era proprio quello che loro desideravano, diventare un oggetto nelle mani di una donna. Non aveva bisogno di utilizzare il proprio corpo per soddisfare i loro bisogni, le bastavano i giochi perversi ideati dalla sua mente brillante. Altre volte concedeva a qualcuno di loro momenti di autentico delirio erotico per ringraziarli, in cuor suo, dei servigi che svolgevano per lei: pulizie, cucina, passaggi in auto… Un impresario costruttore le aveva persino ristrutturato l’appartamento, acquistato dai suoi con gli sforzi di due vite ormai terminate. Se ne erano andati lasciandole in cambio l’eredità pesante di un mutuo trentennale. Con il costruttore non era stato un cambio di favori alla pari, giacché lei gli aveva concesso qualcosa di più solo all’ultima seduta.

Nell’esatto istante in cui diventava Domina, tutto in Flavia si trasformava, il suo corpo, la postura, anche l’altezza. Il fascino perverso, tutto il sex-appeal nascosto sotto gli abiti dimessi, esplodeva come un fuoco d’artificio quando costringeva le sue membra negli abiti di lattice.

Abiti?

Meglio chiamarli scampoli di plastica che, strizzando di qua e svelando di là, mettevano in mostra un corpo da urlo.

E tutti sbavavano, così come stava sbavando sulle sue scarpe il megadirettoregalattico, strattonato con la cravatta e il sedere all’aria esposto ai colpi di paddle.

Ma Flavia non se l’era sentita di fargli mettere il collare da cane, proprio no. Non a lui. Non voleva perdere il rispetto per quell’uomo così potente.

E non lo aveva perso. Anzi, sperava ardentemente di riuscire a far bene il proprio lavoro, affinché lui fosse soddisfatto dei suoi servigi, perché in lei c’era quel timore reverenziale che il proletario, l’operaio, ha nei confronti del padrone e non riesce a sradicare l’inadeguatezza della sua condizione d’inferiorità nemmeno dopo secoli di lotte di classe.

Oppure era innamorata. Probabile. Deleterio! Distruttivo. Oh no, no. No!

Come poteva fare quello che doveva fare se, in cuor suo, pregava che lui si ribellasse? E pregava che fosse proprio lui a costringerla ai suoi piedi, a leccargli gli alluci. Tuttavia se era questo, l’asservirsi a una femmina, ciò che lui voleva, lo avrebbe aiutato, lo avrebbe alleviato del greve peso di decine, forse centinaia di famiglie che avrebbero perso il sostentamento se lui non avesse fatto bene il proprio lavoro. Di lei non le importava, non le importava perdere quello schifo di posto se non per via dei contributi e dell’accesso al mutuo, perché lei aveva altre entrate. Ma le importava per Massimo, che aveva cinquantadue anni e tre figli piccoli. Le importava per Carlotta, a cui quello stronzo del marito non passava gli alimenti per il figlio. Le importava. E importava anche a lui: sì, Flavia lo sapeva che importava anche a lui, al megadirettoregalattico che, con la guancia a terra e il sedere all’aria, stava aspettando i colpi del suo attrezzo di cuoio. Lo aveva capito da alcune frasi captate nel suo ufficio. E dal suo umor nero. Dal suo bisogno di lei.

«Alzati!», ordinò gridando, dopo avergli spinto la punta rossa del suo tacco a spillo contro l’ano, facendolo sussultare per il dolore. Chiunque, chiunque avrebbe urlato, pensò Flavia. Lui no.

«Grazie, Domina», disse solo, mestamente, a capo chino. «Ancora, se ti piace».

«Mi piace, mi piace, ma no. Basta così. Ti lascerei il segno, sai che non mi va. Tirati su».

Lui obbedì, si sollevò sulle ginocchia e lei lo sferzò davanti, colpendo l’erezione, non troppo forte, non troppo piano. Questa volta lui gemette, di dolore misto a piacere, trattenendo a stento le mani lungo i fianchi.

«Grazie, Padrona». Flavia mosse un altro colpo. «Come tu vuoi, Domina. Grazie», gli uscì un singulto.

«Ora toccati, masturbati! Farà male, ma tu lo farai lo stesso. Per me», impose Flavia, decisa.

Non avevano fatto sesso, in nessuno dei loro incontri, però Flavia gli aveva concesso di raggiungere l’orgasmo ogni volta, con giochi sempre più perversi, senza mai permettergli di toccarla.

Ora sapeva il perché, l’aveva capito proprio in quell’ora di attesa tra la telefonata e il suo arrivo: se lui l’avesse toccata, lei si sarebbe sciolta, gli avrebbe concesso ogni cosa, si sarebbe sottomessa. E non era quello per cui era pagata.

Avrebbe dovuto rendersene conto già la prima volta, quando se l’era visto comparire davanti, “schiavo fervente”, sull’uscio del suo ingresso e il suo cuore aveva fatto un salto, minacciando di uscirle dal petto. Quella volta era stata brava, si era dominata e aveva fatto il suo lavoro nel migliore dei modi, agganciandolo con tutta la sua fantasia. Sì, la fantasia era la sua carta vincente, la fantasia che nasce dalla cultura che, anche se la vuoi sopprimere e nascondere dentro vestiti dozzinali o tutine di latex, esce e irradia come un raggio di sole fra le persiane chiuse in un mattino d’estate. Si erano incontrati una volta ogni quindici giorni, per due mesi, poi lui aveva voluto incontri sempre più frequenti, per gestire lo stress, aveva pensato Flavia.

Adesso era lì, in ginocchio sul suo tappeto, e lei lo avrebbe aiutato, lo avrebbe distratto, lo avrebbe appagato, soddisfacendo i suoi bisogni, senza appagare i propri. In fondo era per quello che veniva pagata. Profumatamente.

Incantata, lo stava osservando mentre con crescente lascivia faceva scivolare la mano sul suo membro, con un fare tutto maschile, completamente diverso dallo stesso gesto compiuto dalle dita di una donna. Il dolore era sparito dai suoi occhi, lasciando il posto al languore che rendeva acquoso il suo sguardo.

Stava lentamente scivolando nel piacere, era evidente, il piacere di essere riuscito a incatenare lo sguardo della sua Domina, pensò lui.

Probabilmente lei lo avrebbe punito, ma che importava? Era lì proprio per quello… Forse lei gli avrebbe negato il raggiungimento dell’appagamento e forse, per ottenere il suo scopo, avrebbe usato il paddle che teneva fra le mani, oppure un altro attrezzo… Forse avrebbe usato quel grosso elastico nero per bloccargli la circolazione e costringerlo a un’esplosione dolorosa e prolungata. Forse la sua Domina avrebbe adoperato di nuovo quel piccolo stimolatore anale che gli aveva concesso l’orgasmo più potente che avesse mai sperimentato, procurandogli delle contrazioni così appaganti in parti del suo corpo che mai avrebbe pensato di usare. Aveva finto, quella volta. Aveva dissimulato il piacere che aveva provato sotto una maschera di dolore e ribrezzo che gli era costata cara, ma non aveva voluto mostrarle il suo entusiasmo per quella pratica. E poi, se lei avesse creduto che per lui era un’onta tanto grave, forse avrebbe usato altre volte quella “punizione”.

Solo il ricordo di quell’esperienza lo stava conducendo al limite. No, doveva abbassare lo sguardo immediatamente perché se fosse rimasto legato a quegli occhi enormi ancora per un istante sarebbe venuto, così, senza il permesso. E avrebbe diretto il suo getto contro di lei, sporcandola. Le avrebbe sporcato quegli short neri aderenti che lo stavano facendo impazzire. Non sarebbe riuscito a resistere e avrebbe lanciato il suo seme mirando al piccolo ombelico infossato, posizionato al centro di quel ventre così sensuale.

“Fermo, fermo, fermo! Ferma i tuoi pensieri”, s’impose e chinò il capo. Chiese il permesso, umilmente: «Chiedo il permesso di venire, Signora», mormorò, trattenendo un ansito.

«No! Non ancora e non smettere», ordinò irata. Aveva alzato la voce per dissimulare il suo turbamento: era eccitatissima, come mai prima di allora. Avrebbe voluto inginocchiarsi davanti a lui, sdraiarsi ai suoi piedi, prenderlo in bocca, succhiarlo fino a farlo urlarle, ma non di dolore, di piacere! Non ricordava quasi più come si facesse. Aveva quasi dimenticato quanto fosse bello stare tra le braccia di un uomo che è tuo magari solo per qualche ora. Un bacio vero, una carezza… Ma non poteva cedere a certe debolezze: era un lavoro come un altro. «Continua! Ti fa male?»

«Sì», mentì lui. «Fa male, Domina, molto male».

«Bugiardo», strillò e gli afferrò i capelli sul capo per fargli sollevare il volto. Alzò la mano con il frustino di cuoio per assestargli un colpo sulle labbra. «Godi! Ora! Subito!».

Lui obbedì, le labbra doloranti, poteva sentirle gonfiare e pulsare, così come le vene che si stavano tendendo sul suo uccello, tirandolo e aiutandolo a spruzzare. Flavia guardò il getto caldo spandersi sugli short e, più su, sul suo ventre nudo, vide colare le gocce sul suo pube.

«Leccalo!», sbraitò, fingendosi furiosa. «Leccalo tutto, fino all’ultima goccia!».

Lui inevitabilmente obbedì. Tirò fuori la lingua, si accostò, sollevato sulle ginocchia. Piegò il capo di lato, leccò prima la pancia scoperta, ripulì per bene l’ombelico da ogni stilla residua, vincendo la repulsione e il disgusto che il suo stesso sapore gli stava procurando, quasi si fosse trattato del seme di un altro, ma era eccitato, come non mai, come mai prima; stava tremando e ansava, faticando a regolare il respiro accelerato dall’orgasmo. Non stava calando, l’onda non stava calando! Non gli era mai capitato. In quel momento avrebbe voluto continuare ancora, avrebbe voluto scopare, scopare per davvero, altro che periodo refrattario!

«Grazie, Domina, grazie», mormorò grato, sentendo la mano di femmina toccargli la cappella gonfia, rossa e dolorante.

Flavia raccolse fra le dita le ultime stille imprigionate sulla punta. Gli insinuò l’indice fra le labbra, poi il medio. «Lecca! Pulisci tutto! Tutto quanto!».

«Sì, Domina. Grazie, Domina», e prese a leccarle le dita, anche se stava facendo fatica a respirare, gli mancava l’aria. Stava facendo anche l’improbo sforzo di trattenere i tremori del suo corpo. Se si fosse lasciato andare…

Eh sì, l’avrebbe distesa sul tappeto, le avrebbe strappato via il corsetto con la forza della disperazione e le avrebbe tirato giù quei pantaloncini neri così sexy per farle assaggiare il suo, di arnese di tortura.

“Che cosa sta facendo?”, si domandò sconvolto, osservando le stesse dita che aveva appena ripulito con tanta cura, sbottonare l’automatico dei calzoncini e tirar giù la zip. Un istante dopo la sua lingua stava carezzando la fessura bagnata della sua Padrona con tutta la voracità di un assetato giunto a una fonte nel deserto.

«Puoi toccarti ancora, se lo vuoi», concesse magnanima, strattonando solo un po’ la cravatta per dirigergli la bocca nel punto giusto. Flavia cercò con tutte le forze di mascherare il desiderio che stava vibrando nella sua voce.

«Grazie, Padrona, uhm…», biascicò lui, eccitato, poi rituffò le labbra fra gambe appena divaricate di quella femmina che stava godendo di lui.

“Finalmente!”, pensò. “Per quanto tempo l’ho desiderato. Ho desiderato procurarle un orgasmo dal primo istante che l’ho vista. Eccolo, eccolo qui! Sento gli spasimi. Che buon sapore… che profumo… che meraviglia… godo… sto godendo un’altra volta… finalmente… uhmmhum…”.

II.  

 

Flavia bussò alla porta con le braccia occupate da un fascio di quotidiani, pubblicazioni e due o tre pacchetti che teneva in precario equilibrio aiutandosi col mento.

«Giorno», bofonchiò al megadirettoregalattico, nascosta dietro il suo voluminoso ingombro che depositò tentennante sulla grande scrivania.

«Una firma qui, per piacere», disse lui serio, facendo scivolare un documento sul ripiano.

Flavia sbarrò i suoi grandi occhi. «Di cosa si tratta?», domandò con un filo di voce.

«Una ricevuta di consegna».

Prese la penna che lui le stava porgendo, tolse il tappo e firmò con mano tremante accanto al proprio nome.

«Per questa», spiegò e le porse una busta con l’intestazione della ditta. «Sei licenziata, Flavia», annunciò alzandosi. Aveva buttato lì quella bomba senza guardarla. Si diresse alla porta, la chiuse a chiave e allentò il nodo della cravatta.

“Flavia?”, si chiese lei, in preda a un susseguirsi di emozioni di cui la più intensa era la rabbia. Le narici si dilatarono e tremarono appena. “Licenziata. Licenziata!”.

Flavia se lo aspettava, ma sentirselo dire… beh, era tutta un’altra cosa. Stava guardando inferocita la lettera che teneva tra le mani. “Flavia. Ha detto Flavia. Anche ieri, tra le mie gambe… mi è sembrato che… sì… pensavo di aver sentito male… Flavia, ha detto”.

Distratta da quel pensiero, con gli occhi fissi sulla busta, non si era accorta che lui le era arrivato alle spalle, non si era resa conto della stoffa della sua cravatta attorno al collo se non quando aveva sentito il nodo Windsor stringerle la gola.

Adesso era lì, la guancia incollata alla superficie di mogano lucido, schiacciata dal peso di quell’uomo su di sé, con la testa trattenuta dalla pressione di una mano e la gola stretta dal laccio. Flavia ansimava. Era spaventata. Ed eccitata.

Sussultò quando udì la sua voce che le mormorava all’orecchio: «Mi guardi, ora? Vuoi guardarmi, adesso?». Il suo tono era basso e suadente, ma risuonava minaccioso, riverberandosi nell’inguine. Lo sentì armeggiare, le aveva abbassato i pantaloni neri senza fatica e con la mano stava guidando l’erezione dentro di lei. Si spinse, forte. Dentro.

«Uhigh!», gemette Flavia, trattenendo fra le labbra uno strillo.

«No, no. Non lamentarti», la ammonì. «Ora posso, non sei più una dipendente. Lo sai, va contro la politica aziendale… a certi livelli, non è bene mischiarsi col personale. Non è mio uso».

«Stronzo!», ruggì lei, inferocita. “Ahiii!”, gridò poi, tra sé, trattenendo un gemito che la potente sculacciata su una natica le aveva quasi strappato.

«Zitta! Non hai il permesso di urlare, non hai il permesso di parlare!», le sbraitò all’orecchio. «Stai zitta e godi!», le ordinò, mentre muoveva i fianchi sempre più velocemente per alzare il ritmo. «Tu non hai bisogno di questa merda di lavoro, vero, Fragolina ’86?  È così che ti facevi chiamare in chat, o sbaglio?».

“Oh, merda!”, pensò Flavia, sconvolta.

«Oppure preferisci che ti chiami Azzurra?».

“Oh, mio Dio, no! Questo sa tutto!”, realizzò, sempre più spaventata.

«Ci ho messo due mesi a ritrovarti, quando hai smesso con quella squallida chat. Ci ho passato le notti, prima di trovare il tuo nuovo sito», le sbraitava all’orecchio, ansimando. «Azzurra si ricorda del Capitano, eh?».

“Oh, mio Dio! No, no, no!”.

Certo che se lo ricordava, il Capitano! Come poteva dimenticare?

Con lui, che mai si era fatto inquadrare dalla webcam, aveva inscenato le performance più lascive, condite, però, da quel tocco in più che l’erudizione del Capitano le aveva ispirato. Infatti aveva capito subito che il suo nickname s’ispirava alle Affinità elettive. Lui sembrava apprezzare il sottofondo di Chopin e l’ambientazione molto curata della stanza dove lei si esibiva. E che giochetti aveva inventato per allettarlo e attirarlo ogni sera! Poi lei era diventata Domina… e lui, ancora una volta, era riuscito a ritrovarla.

«Ecco!», ruggì, spingendosi più su che poté. «Le senti ora, le affinità elettive? Eh, Flavia, le senti? Rispondi!»

«Sì», mormorò appena. Stava respirando il suo alito caldo.

Lui le aveva afferrato la coda di cavallo e le aveva tirato indietro la testa per parlarle sulle labbra: «E di Edoardo, ti ricordi di Edoardo?».

Sì, Azzurra ricordava Edoardo. In comune con il Capitano aveva solo il fatto di non mostrarsi in webcam: erano diversissimi, proprio come Edoardo e il Capitano del romanzo di Goethe. Come aveva fatto a non capire?

«Pensi che non li legga, i curricula, eh, Flavia? E so leggere tra le righe… Ammetto che il tuo l’ho letto con più attenzione. Mi ha incuriosito il tuo sguardo che si è posato sulle coste dei libri – lì, sullo scaffale – la prima volta che sei entrata a consegnare la posta; invece di guardare me, il mio abito elegante, i mobili… “Chi cazzo è questa che mi studia?”, mi sono chiesto. Hai frequentato il mio stesso liceo e hai finito in cinque anni netti, pur passando sotto la gogna di Attanasio Rossi: un’impresa che è riuscita a pochi, solo all’eccellenza. Terzo anno di medicina… non si può frequentare medicina e mantenersi da soli, vero? Ti avrei aiutato, sai? Solo che una sera, una di quelle sere in cui mia moglie usciva col suo amante e avevo voglia di scopare, sono entrato in una chat, per trovare una troia disponibile e ti ho visto. “Cazzo”, mi sono detto, “sembra Flavia!”. Non riuscivo a spiegarmi come facessi a piacermi, sempre così sciatta, invisibile. Invece mi veniva duro, se pensavo a te, così come adesso, riversa sulla scrivania. Ah, poi l’ho capito, il perché! Cazzo, se ho capito! Non che m’interessassero certi giochetti da sfigati, ma con te… beh, era tutta un’altra cosa! Sono quasi cinque anni che abbiamo una relazione e tu neanche lo sai, divertente, vero? Io mi diverto un casino! Almeno quanto ti diverti tu a tormentare quei poveri cazzoni che finiscono tra le tue grinfie. Li ho scovati tutti, sai? Siamo tutti in contatto, li ho agganciati via linkedin, tutti dispostissimi a buttarsi nel fuoco per te, Domina. Ma tu questo lo sai, non è vero? E pagano bene, quindi non ho avuto remore a chiedere la tua testa, anche se la tua amica sindacalista si è battuta come un leone per te. Chi dovevo sacrificare? Autieri Massimo, con tre figli piccoli? Oppure la centralinista, Carlotta Bogetti. Chi? Dimmelo tu? Invece della loro, ho chiesto la testa tua e quella della segretaria del direttore del commerciale, quella che fa la escort per pagarsi i vestiti firmati. Tu no! Tu perché lo fai? Me lo chiedo da cinque anni: all’inizio sapevo che era per il mutuo e per riuscire a metter via due soldi per riprendere a studiare, ma ora – tic-tac, tic-tac – il tempo passa… Ora che vuoi fare, Flavia? Vuoi scappare via? Lontano da me? Un’altra volta? Intanto ti ripesco, puoi starne certa; è una missione, la mia. Adesso, quando io ho finito, prendi le tue cose e te ne vai. E ricominci da dove hai interrotto: ci penserò io a te».

«No! Mai!», strillò umiliata, china a ricevere le sue spinte.

«Allora non hai capito! Sono io il Dominus, sono io il Padrone. “Io” sono il tuo Padrone! Penso io a te, da adesso. Poi, mi sa tanto che mi costa anche di meno. Ora tu vai a casa e mi aspetti… e adesso baciami, stronza!».

III.

 

Lui le aveva ordinato di aspettarlo.

In ginocchio.

Dietro la porta.

L’orario d’ufficio era terminato da un pezzo e lei, obbediente, aveva indossato uno dei completini celesti che usava come divisa quando chattava col nome di Azzurra: un triangolino di pizzo velatissimo, collegato da una catenina di perline che scomparivano nel solco dei glutei e un reggiseno a balconcino che lasciava in bella mostra la parte superiore del seno, regalando agli occhi cupidi la vista di due capezzoli rosei e gonfi.

Lui aveva suonato al citofono; Flavia si era affrettata ad aprire il portone, aveva lasciato socchiuso l’ingresso e si era lasciata cadere sulle ginocchia, a capo chino, con le mani giunte in grembo, i capelli sciolti.

Era spaventata. Eccitata.

Non era riuscita a focalizzare i propri pensieri su null’altro che non fosse lui.

Non era riuscita, anche quella mattina mentre raccoglieva le poche cose dal suo armadietto e le infilava in una busta di plastica, ad analizzare la rabbia che avrebbe dovuto serpeggiarle dentro: era stata licenziata, era stata “fottuta”… in tutti i sensi.

Sì, lui l’aveva fottuta proprio bene!

E le era anche piaciuto.

Quando lui le aveva afferrato la coda e l’aveva forzata a un bacio invadente, riversa sulla scrivania, Flavia si era accesa; si era lasciata trasportare dalle spinte e aveva emesso un gemito a ogni colpo. Non era riuscita a pensare… Si era lasciata trasportare dalla paura… dal desiderio.

Non era durata a lungo.

«Vengo solo io», aveva ruggito lui, «così ti rimane la voglia. Prendi la pillola?», le aveva chiesto ansimando. Lei aveva annuito. Prendeva la pillola per non correre rischi inutili, qualcuno dei suoi clienti avrebbe potuto ribellarsi – erano i rischi del mestiere – e prendersi quello che non veniva concesso loro. «Bene!», le aveva sputato all’orecchio e aveva accelerato il ritmo, svuotandosi in fretta.

Fottuta e insoddisfatta.

Fottuta, insoddisfatta… e licenziata.

Fottuta, insoddisfatta, licenziata… e dominata.

Era un mix esplosivo che le aveva tolto, in un solo istante, la capacità di pensiero; serpeggiava in lei l’inquietante sensazione di essere scivolata in uno di quegli incubi in cui gli stalker costringevano le proprie prede.

Quello era lei? La sua preda?

Che importava? Intanto Flavia non aveva nessuna intenzione di negarsi a lui.

Non si sarebbe sottratta a quel gioco perché lui era il primo uomo da tanto tempo… anzi, no, era il primo uomo in assoluto che fosse interessato a lei come persona – a chi era veramente – e non solo al suo corpo.

Sapeva tutto di lei, tutto.

E poi… era innamorata.

Deleterio! Distruttivo… Ma che importava?

Oh, Flavia sapeva che cosa c’era sotto la camicia di cotone con le iniziali ricamate a mano! Conosceva a memoria ogni linea che i muscoli disegnavano sul suo petto. Conosceva a memoria il disegno che i peli scuri intrecciavano sul suo torace, da un capezzolo all’altro, per poi interrompersi e ricomparire in una riga sottile che dal ventre si tuffava in mezzo alle sue gambe. Lo conosceva a memoria, si dissetava solo a guardarlo e avrebbe tanto desiderato essere toccata da quelle mani così forti e, al tempo stesso, curate.

Non glielo aveva mai permesso, perché sapeva di desiderarlo troppo. 

Però… però… anche lui la desiderava davvero, se si era piegato a diventare il suo schiavo solo per frequentarla. Flavia si era convinta che se lui, dall’alto della sua posizione e con tutti i suoi soldi, il suo prestigio e le sue possibilità, si era lasciato vincere per tutto quel tempo da un’ossessione, significava che...

Meglio non pensarci…

Ma ora, che cosa era cambiato? Perché si era fatto avanti in quel momento… E soprattutto, doveva averne paura?

Lo avrebbe scoperto presto perché l’ascensore, appena giunto al piano, stava aprendo le sue porte…

 

Per prima cosa vide la ventiquattrore di cuoio e la sua mano che la posava a terra, a lato della porta. Vide le sue gambe fasciate nel tweed grigio e le sue scarpe lucide.

Non riusciva a sollevare lo sguardo, era paralizzata dalla paura.

“Ecco che cosa significa essere una schiava”, pensò e sentì la carezza del suo pollice sulle labbra, percepì il suo polpastrello insinuarsi dentro.

«Succhia!». L’ordine perentorio le si riverberò nel ventre come una frustata. “Chissà se ha intenzione di frustarmi?”, si domandò, mentre obbediva.

«Ora lecca!». Le porse le dita da venerare prima di sfiorarle il volto, il naso, gli occhi con una carezza pesante. «Aspetta qui», le intimò.

Mentre si allontanava in direzione della sua stanza da letto, lo vide sfilarsi la giacca, gettarla sul divano e allentare il nodo alla cravatta. Tornò poco dopo con la camicia aperta fuori dai calzoni e qualcosa di scuro in mano che, in quella posizione e con la coda dell’occhio, Flavia non riuscì a identificare.

“Il guinzaglio!”. Era un guinzaglio, ma non uno qualsiasi, era proprio quel guinzaglio, nuovo e intonso, il laccio di cuoio nero col collare borchiato che Domina aveva acquistato per schiavo fervente. Lo vide bene mentre lui glielo stava allacciando al collo: era proprio quello che lei teneva nascosto nel cassetto del suo comodino.

«Vieni!», ordinò, tirando un poco il legaccio.

Flavia non fece resistenza, non accennò ad alzarsi. Lo seguì carponi fino in camera.

Lui sbottonò i calzoni prima di sedersi sul letto. Tirò fuori l’erezione ancora non completamente sbocciata e attirò il viso di lei tra le sue gambe.

«Datti da fare. Fammi vedere se mantieni la parola: ti ricordi tutti quei giochetti che mi promettevi mentre ti masturbavi davanti alla webcam? Ecco: adesso è il momento giusto per farmi vedere come sei brava», e le spinse l’erezione fra le labbra. «Non ho dimenticato nessuno dei tuoi discorsetti arrapanti», le sussurrò ansando. Si alzò in piedi, i pantaloni gli scivolarono lungo le cosce. Si sfilò la camicia mentre lei continuava a leccarlo, in ginocchio davanti ai suoi piedi. «Finisci di spogliarmi», ordinò, mostrandole i piedi. Flavia obbedì, slacciò le scarpe, sfilò le calze. Alzò lo sguardò e, obbedendo a una muta richiesta, cominciò a leccare il dorso dei piedi nudi, nei solchi fra le dita e gli alluci, prima uno e poi l’altro, proprio come se tra le labbra avesse avuto il suo fallo gonfio. Lui sollevò il piede e lo insinuò dentro la bocca, spingendo piano, avanti e indietro. Tirò il guinzaglio che teneva stretto in una mano e attirò le labbra gonfie e piene in mezzo alle sue cosce, afferrando nel pugno una grossa ciocca di capelli sciolti per guidarla in basso, sotto, insinuandole i testicoli dentro la bocca.

«Succhiami, leccami!», ansimava e rantolava. «Obbedisci! Obbedisci al tuo Padrone. Fammi godere».

C’era qualcosa di disperato nella sua voce e Flavia, arresa, cercava di donargli tutto ciò di cui aveva bisogno affinché stesse bene, per far sì che lui la desiderasse come lei lo desiderava.

Flavia aveva una voglia matta di infilarsi una mano tra le gambe per darsi piacere, per alleviare la smania che stava tempestando il suo ventre. Voleva di nuovo essere presa, come quella mattina, ma sapeva di non poter chiedere. E poi, ora che non poteva più indossare la maschera di Domina era senza difese, era priva di qualsiasi scudo, nuda davanti a lui. Aveva perso il dono della parola: era muta, con la bocca da cui non dovevano uscire parole, completamente occupata dal suo membro duro che entrava e usciva a prendersi il piacere.

«Basta!», s’interruppe, tirandola indietro per il collare. «Non voglio venirti in bocca… non ancora. Ora voglio scoparti».

Gli occhi di Flavia si dilatarono per lo stupore. La paura non era passata, anzi amplificava tutte le sensazioni che quell’uomo le stava facendo provare.

Attendeva ordini e abbassò lo sguardo sulle cosce nude.

Non osava sollevarsi per distendersi sul letto: magari lui desiderava prenderla in piedi, forse voleva frustarla col paddle come faceva sempre lei, forse… Trattenne un grido, lui l’aveva fatta alzare afferrandola per i capelli, senza che lei, distratta, se ne accorgesse. La strattonò e la fece ricadere sul materasso.

«Allarga le gambe. È un bel po’ che non ti vedo infilare le dita dentro la fica. Fai la timida ora? Perché Azzurra non fa vedere al Capitano com’è bagnata?», la stava incoraggiando, masturbandosi l’asta con movimenti lenti, ai piedi del letto, guardandola dall’alto con la lingua di fuori a leccarsi le labbra. «Tu non hai idea della voglia che ho io di scoparti, e puoi credermi», si fermò un attimo per guardarla lascivo, «li faremo tutti, quei bei giochini con cui mi stuzzicavi».

Flavia deglutì, ma continuava a obbedire. Aveva scostato lo slip e si stava accarezzando lentamente, con poca convinzione.

«Toccati, ho detto! O forse vuoi che usi qualcuno dei tuoi attrezzi, eh, Domina? Li tieni nell’armadio, giusto?». Si allontanò, aprì un’anta e ne estrasse un flagellatore. «Togliti il reggiseno». Lei eseguì in fretta. «Brava, ora toccati i capezzoli e continua a masturbarti. Apri bene le gambe, devo vederti!». Lui seguitava a sputar ordini, mentre la mano scorreva implacabile sul membro duro. «Dimmelo quanto ti piace, dimmi che vuoi che ti fotta!». Continuava con le sue richieste sempre più oscene. Le risputava le indietro le stesse cose che si era sentito dire per anni da Fragolina prima e da Azzurra poi. «Adesso non me lo dici dove vuoi che te lo infili, il cazzo?».

Flavia restava zitta, impossibilitata a parlare dall’imbarazzo. Un conto era inscenare performance davanti a un video e parlare con una voce lontana, tutt’altra musica era ripeterle davanti a lui in quel momento.

«Parla!», le gridò e fece partire una scudisciata che le colpì il petto. «Avanti!». Le mollò un’altra frustata sulla pancia, e altre ancora sulle gambe. Era montato in ginocchio sul letto e la stava sferzando sul corpo nudo.

Flavia avrebbe voluto lasciarsi andare a quel misto di dolore e piacere, avrebbe tanto voluto accontentarlo, confessargli quanto lo desiderasse, ma era paralizzata da vergogna e paura, sensazioni che l’avevano assalita quella mattina nel suo ufficio e ancora non l’avevano lasciata.

«Dimmi che vuoi che ti scopi. Dimmelo!», continuava a gemere e a sferzare Flavia tra le gambe e sul seno. «Al diavolo!», gridò alla fine, lanciando via il flagellatore. «Io voglio fotterti, non frustarti!». Le si lanciò addosso, entrando come una furia e iniziò a muoversi veloce, facendo cigolare rumorosamente il letto. Gridava a ogni spinta, la testa sollevata guardando lontano, il mento a sfiorare la bocca di lei.

Flavia lo stava osservando, guardava affascinata il suo pomo. Attratta, gli posò le labbra sul collo, sfiorandolo di baci leggeri e risalì delicatamente fino a raggiungere le labbra dischiuse e umide. Lui abbassò lo sguardo e incrociò i suoi occhi. Restarono qualche secondo così, gli occhi piantati negli occhi, senza respiro. Lui si chinò un poco, quel tanto che fu sufficiente a sfiorarle le labbra con le proprie.

Fu una scossa per entrambi. Flavia dischiuse la bocca per accogliere la sua lingua smaniosa, si lasciò trasportare dalle spinte cadenzate, dal suo bacio languido e allungò una mano a carezzargli la nuca, insinuando le dita fra i suoi capelli ormai spettinati, attirandolo a sé. Cominciò a muovere i fianchi sotto di lui, sincronizzando i passi di una danza che non aveva mai eseguito.

Il cuore batteva forte, sentiva la pelle imperlarsi di sudore, avvolta dal piacere che stava salendo in un crescendo di emozioni mai provate.

Si lasciò cavalcare, accettò che il godimento le invadesse le vene, le struggesse il ventre e cominciò a tremare tutta.

Quando lui si rese conto che lei stava venendo, abbandonò le sue labbra e le posò la bocca sull’orecchio. «Di’ il mio nome», sussurrò.

Le uscì solo un rantolo.

«Dillo!», gridò e, afferrato il lobo tra i denti, tirò con forza, strappandole un grido. Riprese a muoversi veloce, sfondando e sbattendo. Flavia, trascinata dall’orgasmo, cominciò ad urlare e scuotere la testa. «Dillo, cazzo! Dillo, dillo, dillo! Di’ il mio nome!».

«Claudio!», urlò lei, scrollando il capo da un lato all’altro. «Claudio, Claudio, Claudio…», prese a gridare sempre più forte, sfasciando una diga fatta di pudori e reticenze.

Quel grido incontrollato sortì l’effetto voluto e lui la raggiunse, svuotandole nel ventre tutto il suo piacere. 

«Cazzo!». Claudio rotolò di lato, imprecando e sbuffando, il corpo scosso da sporadiche contrazioni. Sospirò e si posò le mani sul petto. Poi, di scatto, le afferrò i capelli e le forzò le labbra con la lingua. Restarono così, uno accanto all’altra, una abbracciata all’altro, legati da un bacio da troppo tempo desiderato.

«Vestiti», le ordinò alzandosi. «E che non ti salti in mente di infilarti quegli stracci che usi per venire al lavoro».

Flavia prese un abito nero, morbido e aderente, e tirò fuori un paio di decolté di camoscio grigio con il plateau e il tacco alto. Spazzolò i lunghi capelli castani e lasciò che ricadessero morbidi sulle spalle. Si truccò con cura per mascherare le tracce del sesso stampate sul volto. Spruzzò due gocce di profumo. Prese il cappottino nero attillato e lo raggiunse nell’ampio ingresso che fungeva da sala.

Un lieve sorriso compiaciuto aleggiò sulle labbra dell’uomo non appena la vide comparire. Le posò una mano dietro la schiena e la scortò fuori.

IV.

 

«Dove stiamo andando?», domandò Flavia con un fil di voce, seduta sul sedile di pelle della sua auto.

«Ho una cosa da sistemare», rispose lui, concentrato alla guida.

Era quasi buio quando imboccarono una via laterale appena fuori città. Claudio fermò la sua lussuosa auto in un parcheggio a spina di pesce.

Uscì e le aprì la portiera.

«Vieni», la esortò, prendendola per la mano.

Imboccarono il vialetto d’accesso di una palazzina bassa, immersa in cespugli di sempreverde, sufficientemente elegante per quel nuovo quartiere residenziale e tanto anonima da apparire sobria.

“Residence Tre Soli”, Flavia lesse l’insegna di metallo piantata nel praticello che costeggiava il viale. “Che cosa ci facciamo qua?”, si domandò preoccupata.

Claudio salutò con un veloce buonasera l’uomo distinto che incrociarono sulle scale.

Si fermò davanti ad una porta di legno chiaro con il numero trentotto in ottone; estrasse dalla tasca dei pantaloni una chiave e aprì l’uscio di un minuscolo monolocale.

«Entra, chiudi la porta», la esortò.

«Devo spogliarmi?», domandò lei in un soffio.

La guardò negli occhi per qualche istante prima di scuotere la testa. «No. Non voglio nessun ricordo di te in questo posto», disse serio e, aperta l’anta dell’armadio, ne estrasse una grossa valigia e due borsoni che depositò sul letto. «Aiutami». Le indicò col mento una piccola libreria ricolma.

In pochi minuti avevano svuotato l’appartamento.

Claudio gettò la chiave sul copriletto e uscì, richiudendosi la porta alle spalle. Venti minuti dopo fermava l’auto davanti all’entrata di uno di quei ristoranti di cui Flavia conosceva l’esistenza solo per aver visto qualche trasmissione in TV.

«Aspetta», mormorò la ragazza, posandogli una mano sull’avanbraccio. «Sei sicuro di voler entrare lì… con me?».

«Perché? Non sei più una dipendente», chiese stupito.

«Non per quello…», iniziò imbarazzata e si fermò per cercare le parole.

«Non farti pregare», tagliò corto lui, mentre il maître li stava scortando in sala.

Li fece accomodare ad un tavolo appartato, in fondo al salone, e consegnò loro i menù.

Claudio lesse con attenzione, ordinò per sé e per Flavia che stava ancora leggendo: «Per me, d’antipasto, paté di fegatini e piccione e poi un’entrecôte di Sanato. Per la signora, lo scampone al melograno come entrée, e quindi il rombo, direi».

Lei sollevò lo sguardo, stupita, sgranando i grandi occhi scuri. «Come fai a sapere che mi piace il pesce?».

«Io so tutto di te», disse e tornò a prestare la sua attenzione a maître e sommelier che gli stavano spiegando i giusti abbinamenti.

«Grazie, ingegnere», disse il maître compito, ritirando i menù.

«Me lo dicesti tu», riprese il discorso, una volta restati soli, «in chat».

«Ecco, appunto! Non è il caso che ti vedano con me».

«Perché? Perché sono sposato?»

«No», rispose secca, sottovoce, sporgendosi un po’ in avanti sul tavolo. «Perché sono una puttana», gli spiegò chiaro.

«Cosa c’è? Pensi di avere l’esclusiva?». Rise. «Mi sa che sei l’unica puttana al mondo con le ragnatele nella fica», continuò divertito, sorseggiando il suo Franciacorta, che avevano servito loro come aperitivo. «E poi… non sei una troia».

«Ah, no? E come chiami una che fa sesso a pagamento?», lo interruppe, risentita. «E se mi riconoscono?».

«E chi, scusa? Chi dovrebbe riconoscerti? Sei mai stata a letto con qualcuno della chat?».

«Nooho!», sbottò, «Con nessuno!».

«Che cosa potrebbero dire? Che ti hanno visto nuda? E poi chissà da dove chiamavano. Scusa, mi spieghi come fanno a riconoscerti?».

«Tu mi hai riconosciuta».

«Ah, sì?», fece sarcastico, regalandole un sorrisetto affascinante. «Hai chiamato i tuoi amici per troncare, come ti ho ordinato?» chiese poi corrucciato, cambiando tono. Lei annuì. «Come l’hanno presa?», s’informò, scrutandola attentamente.

«Non troppo bene, ma ho dato loro due o tre nomi che ho scovato in internet».

«Se ne faranno una ragione… Se qualcuno dovesse rifarsi vivo, dimmelo immediatamente: sono stato chiaro?».

«Sì», annuì, chinò il capo e l’occhio le cadde sulla sua mano sinistra, posata a lato del sottopiatto. La fede aveva lasciato un piccolo solco all’anulare ormai nudo, notò Flavia.

Claudio intercettò il suo sguardo e sorrise.

«Me ne sono andato… un mese fa», le spiegò.

«Ma hai un figlio piccolo…», mormorò sorpresa. Tutti, in ditta, sapevano di quel lieto evento e Domina, oltre al fatto di vedersi comparire davanti il megadirettore, era rimasta scioccata anche al pensiero che un novello padre desiderasse certi svaghi.

«Ah, sì?», disse di nuovo. Questa volta le sue labbra si piegarono in un sorriso amaro.

«Ha circa un anno, se non sbaglio, come puoi andart…».

«Che cazzo ne sai tu?!».

«Io… Niente… Scusami», borbottò mortificata, ma anche un po’ delusa dal suo comportamento nei confronti della famiglia.

Lui cominciò a giocherellare con il coltello e ne ammirò la lama, corrugò la fronte, alzò lo sguardo e cominciò a parlare: «Mia moglie ha gli occhi azzurri, mio figlio…», si fermò, aveva pronunciato il possessivo con enfasi, «… mio figlio ha gli occhi di un bel nocciola scuro… Hai dato l’esame di getica, no?».

Flavia aveva passato l’esame di genetica il secondo anno con il massimo dei voti – come tutti gli altri esami, del resto. In quel momento stava esaminando le iridi chiare e azzurrissime del megadirettoregalattico e stava traendo le dovute conseguenze: una delle leggi inconfutabili della genetica era proprio quella che da due genitori con gli occhi chiari non potesse nascere un figlio con le iridi scure. Un caso su un miliardo… forse. Nuovi studi sugli alleli… forse.

«Per un po’ mi è andata anche bene, tutta quella sua stronzissima manfrina. Sapevo che aveva un altro, il proprietario della sua palestra, e ho abbozzato; non mi andava di buttare tutto all’aria, in fondo mi andava bene così, io avevo il mio lavoro e avevo…», s’interruppe. Erano arrivati il maître e il cameriere con le ordinazioni.

Iniziarono a mangiare in silenzio.

Flavia non osò riprendere il discorso, nonostante nel loro rapporto avessero varcato ogni genere di limite, lui la intimidiva troppo. Domina sarebbe sicuramente riuscita a strappargli una piena confessione. Fragolina, con tutte le sue moine, lo avrebbe fatto parlare a ruota libera, mentre Azzurra avrebbe scovato qualche dotta citazione… Ma lei era solo Flavia, e Flavia con gli uomini… beh, meglio soprassedere… meglio evitare.

«Dimmi solo una cosa – e ti prometto che non torneremo mai più sull’argomento», se ne uscì lui, finito l’antipasto, «con che criterio sceglievi con chi scopare? Rispondimi! Guarda che so tutto, me l’hanno detto loro se ci scopavi o no, e che cosa ci facevi insieme».

«Perché ti hanno detto una cosa del genere? Come hai fatto a farti raccontare particolari tanto intimi?», chiese arrabbiata.

«Ho chiesto informazioni fingendomi inesperto e bisognoso di consigli. Rispondimi!».

«Perché dovrei farlo? Non sono affari tuoi».

«Perché te lo sto chiedendo, ecco perché. E poi sono proprio affari miei».

«Perché ne avevo voglia», rispose semplicemente.

«E hai preferito farti fottere dal nerd che lavora alle poste, invece non hai fatto niente con il giornalista, quello belloccio, che fa le esterne per la Rai. Davvero non capisco», mormorò scuotendo il capo.

«Perché è gentile», rispose lei in un soffio. «E ne aveva bisogno. Poi io, in quel momento, ne avevo voglia», confessò a capo chino, con le gote rosse per l’imbarazzo e l’umiliazione di dover raccontare le sue cose private.

Lui sorrise appena. «Capisco».

Scambiarono qualche parola sulla cena stellata che stavano consumando, sui libri che stavano leggendo, sui professori e la scuola che avevano frequentato a più di dieci anni di distanza l’uno dall’altra.

 

Claudio parcheggiò davanti  a casa sua, un palazzo uguale a tanti altri caseggiati ai limiti della città. Flavia lo guardò perplessa aprire il portabagagli ed estrarre le valigie. 

Aveva capito che lui aveva intenzione di trasferirsi da lei e non aveva avuto il coraggio di dirgli nulla, di chiedergli…

“Avrà in mente un TPE 24/7?”, si domandò, inquieta. Ne sapeva abbastanza di queste cose, anche se non era del giro, e sapeva che nei rapporti sub/Dom si poteva anche arrivare alla dominazione totale – tutto il giorno, tutti i giorni – il total power exchange appunto. Ma era proprio quello che lui voleva? Flavia non ne era così sicura.

Doveva indagare!

In ascensore si fece coraggio e cominciò a sondare, partendo da lontano: «Andrà bene una casa così modesta, per te?».

«Non mi sembra così modesta. Con tutto quello che mi è costata, ci mancherebbe pure che fosse mode…»

«Come prego?», lo interruppe allibita.

«Perché, credevi che il tuo amico costruttore ti avrebbe rifatto tutto gratis, in cambio di qualche frustata e due seghe sul divano?». Lei lo stava guardando attraverso lo specchio dell’ascensore, con uno sguardo allucinato riflesso nell’argento fumé. «E poi», continuò, «non voglio che qualcuno accampi diritti su di te, specialmente quello stronzo».

«Io… io non capisco…».

«Non c’è niente da capire, Flavia. Proprio niente», disse e prese le valigie. Lei aprì la porta e lo precedette in casa. Il tempo di posare i bagagli e si ritrovò stretta tra le sue braccia, la sua bocca premuta sulle labbra, le mani a sollevarle la stoffa dell’abito per insinuare le dita nell’elastico del reggicalze, poi di lato, nelle mutandine, percorrendo il solco umido fino a entrarle dentro, mentre con la lingua le forzava le labbra.

«Cazzo, ho una voglia di scoparti che…», e le premette l’erezione contro la coscia. «Senti? Senti che voglia ho di fotterti», le biascicò sulle labbra. «Ti scopo in piedi, qui, adesso. Tiramelo fuori».

Flavia obbedì, sbottonò e tirò giù la zip, lo prese in mano e cominciò a muovere il palmo sull’erezione, in movimenti veloci, mentre lui la tratteneva per la nuca a protrarre il bacio. La ragazza continuava a gemere dentro la sua bocca, eccitata dalle dita che si muovano implacabili dentro di lei e dal pollice che massaggiava il bottoncino turgido con un movimento concentrico. Era già vicina all’orgasmo, spinta contro la parete.

«No, no. Non venire!», le intimò. «Voglio che tu goda col mio cazzo piantato dentro», le ruggì, all’orecchio e le fece sollevare una coscia per riuscire a penetrarla, sostenendola sotto il ginocchio. «Ecco, così!», gorgogliò una volta entrato. «Cazzo, ma quanto sei bella? Me lo fai venire duro solo a guardarti…». Flavia stava vibrando come una corda di violino, emozionata dalle sue parole ed eccitata dalle sue spinte furiose. «Stasera, al ristorante, ti guardavano tutti. Tutti avrebbero voluto essere al mio posto, sai? Rispondi! Lo sai?».

Lei negò, scrollando il capo.

«Fai di tutto per non farti notare… ma io ti ho visto subito… l’ho visto subito che eri una gran fica». A Flavia non era mai importato del proprio aspetto, ma sentire all’orecchio quei complimenti osceni le procurò una tale eccitazione che venne gridando, infiammata e sconvolta, stampata contro il muro. «Di già? Sei già venuta?», domandò compiaciuto e si lasciò cadere in ginocchio, in mezzo alle sue gambe, sollevandole una coscia sopra la propria spalla per avere un migliore accesso alla sua fessura umida. Cominciò a leccare, veloce ed esperto; si riempì la bocca di tutti i suoi umori e torturò il clitoride fino a farla capitolare un’altra volta. «E ora finisco di scoparti a letto», le annunciò sollevandosi. La prese per la mano e la trascinò il camera. «Spogliami», ordinò. Flavia obbedì veloce; gli sfilò la giacca e tirò giù i calzoni, mentre lui si sbottonava la camicia. Quando arrivò ai boxer, non resistette, crollò ai suoi piedi e lo prese in bocca, ne aveva troppa voglia. Lo avrebbe voluto fare la prima volta che lui era venuto da lei, ma non era quello il gioco… non allora. In quel momento invece poteva assecondare la sua natura, che era quella di sottomettersi al suo uomo. Venerarlo. S’interruppe soltanto per togliersi il vestito. Era rimasta in reggiseno, calze autoreggenti e tacchi alti. Le mutandine, invece, giacevano abbandonate in mezzo al suo salotto.

“È una visione”, pensò Claudio eccitatissimo. Era proprio quello che lui voleva, quello di cui aveva bisogno: una femmina disposta a concedergli il piacere, in tutte le sue forme, che gli prendesse i sensi e anche la mente. Bellissima e accomodante. Intelligente e senza tutte quelle pretese che avevano le donne del suo ambiente, vuote come zucche e più finte dei loro nasi, gonfie di richieste e silicone. Non che sua moglie fosse rifatta, anzi, ma con lei era finita ancora prima di sposarsi, lui lo sapeva. Purtroppo era già tutto programmato – stavano insieme dal liceo – programmato da anni: la cerimonia perfetta, la casa perfetta, il matrimonio perfetto… tutto finto, ma perfetto per agevolargli la carriera e concedergli la vita che credeva di volere. La vita che era stata di suo padre, e di suo nonno prima di lui.

Era perfetto, perché lui non era geloso, non gli importava che sua moglie avesse una relazione con Mister Muscolo. Lo aveva sempre saputo: gli andava bene, così poteva farsi i fatti suoi e dedicarsi al suo lavoro.

Tutto perfetto finché lei non era entrata nel suo ufficio, finché non l’aveva vista sfilarsi via le mutandine di pizzo e toccarsi davanti a lui. Finché non si era reso conto che preferiva passare le sue serate a chiacchierare di libri e a masturbarsi al suono della sua voce, piuttosto che scopare per davvero.

Non poteva buttare all’aria la sua vita per una dipendente, una ragazzetta sfigata che giocava con gli uomini dietro una telecamera. Ma lei era diventata una donna… una donna bellissima e sensuale… un’ossessione. La sua splendida ossessione.

No, non poteva… o forse sì? Si era quasi deciso, aveva praticamente valutato tutto: lasciare la moglie e fermare Flavia in ufficio per dirle…

Poi sua moglie gli aveva annunciato che avrebbero avuto un bambino: aveva cercato di farsi il lavaggio del cervello per convincersi che quel figlio fosse davvero suo, che avrebbero potuto essere sul serio una famiglia perfetta, come quella in cui era nato.

Le era stato accanto, durante il parto, ma non aveva sentito quell’emozione che, ne era certo, gli altri provavano nel diventare padri, e quando aveva notato Mister Muscolo tra la folla a spiare le culle in esposizione durante l’orario visite… beh, i dubbi erano diventati certezza.

Mai aveva visto qualcosa di se stesso riflesso nel piccolo che lo teneva sveglio la notte, a cui dava il biberon e a cui spesso cambiava i pannolini. Gli voleva bene, lo stesso tipo di affetto e tenerezza che provava per i figli di sua sorella, ma per il proprio figlio avrebbe dovuto provare qualcosa di diverso, o no?

Poi Azzurra era scomparsa e lui era quasi impazzito: le aveva messo alle calcagna un investigatore svizzero che lavorava spesso per la sua ditta, era specializzato in spionaggio industriale, ma era bravissimo anche a controllare i dipendenti infedeli; aveva scoperto Domina quasi subito, ragguagliandolo anche sui particolari della vita privata, vuota e solitaria, che Flavia conduceva nella realtà.

Non ci aveva pensato neppure un attimo: l’aveva chiamata immediatamente e aveva accettato la sottomissione pur d’incontrarla e, anche se si era piegato ai suoi voleri, si era sentito libero, vivo e soddisfatto come mai gli era capitato. Tuttavia a ogni sessione desiderava sempre di più, e, anche se usciva da casa sua sempre appagato, cominciava a essere frustrato dal fatto che lei gli concedesse solo sporadici contatti, toccandolo senza farsi toccare, regalandogli il piacere mascherato da punizioni e condito con lampi di dolore.

Qualcosa tuttavia era cambiato, circa un mese prima, quando aveva scoperto, nascosto nel cassetto del comodino di Flavia, quel laccio mai usato e aveva capito…

No, non era più riuscito a sopportare la sua vita nella famigliola felice e aveva messo la moglie alle strette: «La casa e gli alimenti! Accetta altrimenti ti pianto su un casino che te lo ricordi», aveva annunciato. La moglie aveva accettato senza fiatare, anzi lo aveva aiutato a fare le valigie. Aveva lasciato la branda calda a Mister Muscolo che si era affrettato a prendere il suo posto.

Neppure quel bacchettone di suo padre aveva trovato nulla da ridire su quella scelta: in fondo, anche lui era un medico…

E la sua scelta era proprio lì, in ginocchio in adorazione del suo membro, a fargli vibrare l’uccello e il cuore come mai gli era accaduto.

Deleterio! Distruttivo… ma che importava? Mai aveva passato un giorno tanto intenso e felice. E poi… c’era il guinzaglio.

«Continua, Flavia, non smettere… Voglio venirti in bocca», sussurrò gemendo, le dita affondate nei capelli setosi, i fianchi impegnati a mantenere il ritmo del piacere, immerso nella bocca rossa della femmina ai suoi piedi.

 

Claudio non le aveva permesso di rivestirsi, si erano messi a letto nudi; lui l’aveva presa tra le braccia, le aveva fatto appoggiare il capo nell’incavo della spalla e aveva cominciato ad accarezzarle il viso con le labbra. Si erano baciati così a lungo che era tornata anche la voglia e avevano fatto l’amore, per niente stanchi o logorati da tutto il sesso di quel giorno… avevano fatto l’amore a lungo, così a lungo che l’orgasmo, quando alla fine era arrivato, era stato una dolorosa liberazione.

Flavia non voleva dormire, non con quella domanda che frullava in testa, così si fece coraggio e lo afferrò per il mento, svegliandolo dal dormiveglia in cui stava scivolando e sputò fuori la domanda che la stava torturando: «Ma tu, che cosa vuoi?», gli chiese agitata.

«Dormire…», biascicò in risposta.

«No, io lo devo sapere! Vuoi una sottomessa? Vuoi che ti chiami Padrone?».

«Preferisco Claudio», rispose ridendo. 

«Allora, che cosa vuoi? Che cosa vuoi che sia? Una mantenuta?».

Claudio era di nuovo perfettamente sveglio; cercò le sue labbra per un bacio dolce, al buio. «Una compagna», le sussurrò sulle labbra. «Voglio una compagna. Ed è tutto ciò che per ora posso offriti». La strinse a sé.

«Ma come può… uno come te… con una come me?».

«Piantala!».

«Che cosa posso darti, io?».

Claudio sospirò, cambiò posizione, si sollevò un po’ per chiudere un discorso che a quell’ora di notte non aveva voglia di affrontare.

«Perché tu mi ami».

«Come?».

«Perché, non è vero?».

«Io…»

«Tu, che cosa?».

«Come fai… a saperlo?», mormorò spaventata di essere stata scoperta, completamente disarmata davanti a lui.

«Come faccio a sapere che mi ami?». Le depose un bacio lieve sulla fronte e si fermò un attimo prima di spiegare. «“Perché non mi ha messo il guinzaglio, come ha fatto con gli altri?”, mi sono chiesto. Poi ho trovato nel tuo cassetto un bel collare nuovo. Ho capito che era per me e non lo avevi usato». Le accarezzò il viso, scostando una grossa ciocca che le era ricaduta sugli occhi. «Non sai che gioia, che soddisfazione! “Non le va di sottomettermi”, mi sono detto. “Non le va di umiliarmi come un cane. L’unica spiegazione che si è innamorata. Anche lei mi ama”, e non sono più riuscito a fare a meno di te». Attese che Flavia parlasse, continuando ad accarezzarle il viso. «Allora? Ho sbagliato?», le domandò ancora, voleva la sua confessione.

Lei nascose il viso nel suo collo e scosse il capo. Non aveva mai detto ti amo a nessuno ed era troppo intimidita per pronunciare quelle due parole così presto.

«Allora? Me lo dici o no?».

Flavia scosse di nuovo il capo. Claudio cercò le sue labbra e le addentò forte, strappandole un grido. «Dimmelo!», le ordinò.

Flavia continuava a scrollare il capo. Le arrivò una potente sculacciata su una natica nuda.

«Continuo?», la minacciò e le diede un altro morso.

«Ti amo!», strillò.

«Bene, e adesso baciami, stronza!»

 

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