PASODOBLE

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 “È lui!”.

Appena entrata in scena, il cappello calato sugli occhi e il buio nella sala, non l’avevo notato. Eppure è lì, seduto al tavolino in prima fila.

“Solo, si fa per dire. Lui non è mai solo”.

Lo stanno guardando tutti. Guardano lui, ma devono guardare me, qui sul palco!

Così faccio battere i tacchi sulle assi calde. Imperiosi.

I miei movimenti accelerano col crescendo della musica. La chitarra vibra e la voce di Miguel diventa la guida dei miei passi e delle mie braccia che si alzano e si abbassano. Il canto alle mie spalle dirige piedi e le mani che battono sempre più forte e veloce, in un applauso simultaneo che sta incantando il mio pubblico.

Lo so, lo sento.

E aumento il ritmo, l’intensità. Il battito.

Accelero fin quando il mio corpo diventa strumento, fin quando io stessa divento musica, fin quando il mio cuore che batte ritma e amalgama musica e ballo, fin quando io so che la mia danza è… come la sua. 

Non ho la gonna che mi aiuti a rendere vividi i gesti: ora sono proprio come lui, che è lì, seduto davanti a me, che mi guarda e mi odia. Sono come lui, pantaloni neri e stretti che mi fasciano la vita fino alle costole e la camicia aderente al petto, il bolero che si apre quando mimo lo sforzo del matador che infilza, e giro, mi volto con una muleta immaginaria che ondeggia all’aria. Tiro indietro il viso, sollevo il mento e stringo i glutei che si sollevano in una danza maschia, proprio come i miei abiti: solo i movimenti del mio corpo devono comunicare che sono femmina, solo le mie dita che schioccano annunciano al mondo che io sono Estela!

E lancio il cappello afferrandolo per la larga tesa nera, rotea impazzito nell’aria e si posa proprio dove io volevo, sul suo tavolo. Ma nessuno lo afferra e la falda rovescia il bicchiere che si frantuma a terra. Applausi, musica, battere di tacchi, e io non posso sentire il frastuono del vetro che s’infrange.

 

Non posso, ma nemmeno lui, perché la sua sedia è vuota, lui non c’è già più.